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Elena Marchesini: raccontare le diversità con una favola

Sfatiamo subito un mito: quella che di solito viene chiamata “letteratura per l’infanzia” non è mai destinata solo ai bambini. Fiabe e favole, classiche o moderne che siano, hanno spesso una morale valida anche per gli adulti. Non fa eccezione nemmeno Quando un bocciolo si sente gemma (acquista), delicata favola di Elena Marchesini edita da In Riga Edizioni.

Il racconto tratta, con un linguaggio perfettamente adatto ai bambini, la questione della disforia di genere, spesso pruriginosa per molti adulti. Il libro di Elena Marchesini ha il pregio di saper affrontare tanti argomenti complessi (tra cui la paura dell’abbandono e l’eterna indecisione tra rimorsi e rimpianti) con una semplicità disarmante. Al punto che sorge una domanda: non saremo noi adulti a complicare senza motivo tante questioni?

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Protagonista di Quando un bocciolo si sente gemma è un piccolo bocciolo di giacinto che sente che qualcosa non va. Nello specifico, sente dentro di sé che avrebbe voluto essere una gemma di margherita. Comincia così un’avventura che porterà la protagonista della storia a scoprire che non si deve mai rinnegare il proprio vero io, a prescindere da quello che potranno pensare gli altri.

Affascinati da questa favola fuori dal comune, abbiamo voluto fare un po’ di domande all’autrice Elena Marchesini e condividere con voi le sue risposte.

Quando un bocciolo si sente gemma è una favola che parla, attraverso la metafora dei fiori in un prato, della disforia di genere nei bambini. Come le è venuta questa idea?

Io lavoro con i bambini piccoli e la favola è il modo più semplice per spiegare loro le cose. La metafora del mondo dei fiori è nata un pomeriggio chiacchierando con mia madre. Avevo già scritto una serie di racconti brevi per bambini, per parlare di emozioni, usando le metafore. Pensavamo, quindi, a un modo delicato per parlare di un argomento così profondo. Lei mi ha mostrato un disegno di un fiore a cartone animato e ci siamo illuminate: la natura e, in particolare, i fiori sono sembrati perfetti e ideali per creare il mondo di Bocciolo e Gemma.

Ha mai conosciuto un bambino o un adolescente che, come Bocciolo, sente di non appartenere al suo corpo?

Sì, infatti tutto è nato da lei: Parisa, la bimba che ha ispirato ogni pagina di questo libro. Fin da piccolissima ha avuto la chiara consapevolezza di essere una gemma. Ha iniziato la transizione a sei anni e l’ha terminata a quasi sette. È in attesa delle cure ormonali quando sarà il momento. Ho la fortuna di conoscere la sua mamma e così, una domanda dopo l’altra, la sua storia mi ha appassionato trasformandosi in parole scritte e, pagina dopo pagina, è diventata un libro.

Ha avuto modo di dare dei consigli, o anche solo di accogliere uno sfogo o delle confidenze?

Parisa è molto serena perché ha la fortuna di crescere in una famiglia che, con molta naturalezza, l’ha sempre lasciata libera di esprimersi. Mi è capitato di scambiare confidenze con la mamma e la nonna di Parisa, che sono amiche di famiglia da sempre, e con Maddalena Mosconi, la psicologa specializzata in identità di genere che ha scritto la prefazione del mio libro. In generale, nonostante le prime incertezze, l’ottimismo occupa una posizione di privilegio. E questo è, per me, molto incoraggiante.

Che accoglienza ha avuto questo libro tra i bambini? E tra gli adulti?

I bambini si appassionano subito a Bocciolo, si immedesimano in lui e nella sua sofferenza. Non si chiedono se sia giusto o no sbocciare come Margherita perché per loro è l’unica strada possibile. Essendo privi di pregiudizi, sono naturalmente portati a pensare che ognuno possa essere nel modo che preferisce se questo lo rende felice. I bambini colgono l’aspetto puro di questa favola. Gli adulti riescono ad andare più in profondità. Infatti molti mi hanno detto che andrebbe letta soprattutto dai “grandi”, che poi possono usarla come strumento per esplorare le emozioni e le diversità con i bambini.

Gli scrittori possono essere punti di riferimento importanti. Cosa direbbe a un lettore, bambino o adolescente, che si riconosce in quello che prova Bocciolo, e magari vuole fare coming out?

Io userei prima le parole di RugaLenta, e poi quelle di Duca dei Venti: «Puoi essere diversa da te stessa?». No, non puoi e «non devi lasciarti paralizzare dalla paura ma devi andare avanti facendo una cosa alla volta». Io credo nel valore delle emozioni, nell’importanza di essere veri, nel coraggio di esprimersi con il cuore. La felicità non si copia dagli altri. Ognuno deve trovare la propria e deve sentirsi libero di poterla manifestare.

C’è ancora chi dice che la disforia di genere è un argomento da evitare davanti ai bambini, perché potrebbe turbarli. Con il suo libro, però, Elena Marchesini sembra voler dimostrare il contrario. Cosa direbbe agli scettici?

I bambini sono istintivamente curiosi e accolgono ogni argomento senza filtrarlo attraverso pregiudizi. Siamo noi adulti a trasferire loro i nostri preconcetti e la nostra paura della diversità.  È opportuno parlarne ai bambini proprio perché è una situazione che può capitare ai bambini stessi! Non è esclusiva dell’età adulta, anzi. I bambini vanno informati perché potrebbero entrare a diretto contatto con la disforia di genere, anche attraverso un coetaneo. Ed ecco il perché di questa favola: per accedere delicatamente e naturalmente a questo mondo che gli adulti cercano di nascondere. Per farli crescere senza discriminazioni, non bullizzando nessuno e non emarginando la diversità, qualsiasi questa possa essere. Perché la varietà è un valore aggiunto e non un limite. Io credo nell’inclusione ma, soprattutto, credo nei bambini. I bambini capiscono tutto prima.


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Francesca Cerutti
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