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Ascesa e declino della famiglia Stucky di Venezia

Da semplici mugnai a padroni della città, poi la rovina: una saga tra storia, politica e imprenditoria

13 minuti di lettura

A chiunque capiti di passeggiare lungo le zattere o di navigare lungo il canale della Giudecca a Venezia, il mulino Stucky fa una certa impressione. Si tratta di un enorme palazzone di più di sette piani, tutto in mattoni rosso scuro e stile neogotico, un edificio che sembra venire più da Amburgo che da Venezia. Quello che però il visitatore ignora è che dietro a quell’architettura severa e sproporzionata rispetto agli sfarzosi palazzi veneziani, si nasconde una saga familiare piena di mistero, in cui gli intrighi si snodano come l’acqua tra i canali attraverso storia, politica e imprenditoria. Si tratta della dinastia della famiglia Stucky.

mulino stucky a venezia
Il mulino Stucky visto dalle Zattere (foto dell’autore)

Hans Stucky

La grande storia della famiglia Stucky non nasce né a Venezia né in Italia, ma in Svizzera, più precisamente a Münsingen, in una famigliola di umili condizioni. Inizia tutto nell’estate del 1829 quando Hans, sedicenne, fa fagotto e parte a piedi alla scoperta del mondo. Attraverso tante vicissitudini, raggiunge la città di Treviso e scopre un mestiere che lo appassiona moltissimo: il mugnaio. Tornato in Svizzera, dove le cose vanno male e la gente incomincia a emigrare, Hans spiega ai genitori che non vuole lavorare i campi: vuole aprire un mulino. Aveva visto delle tecniche straordinarie e innovative, ora deve mettersi in gioco. Cacciato dalla famiglia, si trasferisce nel 1841 assieme all’amico Gaspare Studer a Venezia. La città allora conta 120mila abitanti, di cui 40mila in estrema povertà e tanti altri in fuga da una città ormai morente. I due amici prendono in affitto lex chiesa di San Girolamo, che trasformano in mulino usando il campanile come ciminiera. Le cose vanno bene: il mulino, a vapore, è in grado di produrre 187 quintali di farina al giorno.

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Il 17 marzo 1848 però le cose cambiano: Venezia insorge contro gli austriaci sotto la guida di Tommaseo e Manin. Stucky offre il suo mulino alla neonata Repubblica di San Marco, ma con la città sotto assedio e bombardamenti (solo il mulino è colpito 12 volte), il “modello Stucky”, che si basa sull’importazione del grano e l’esportazione delle farine, non funziona alla perfezione. Importare è difficilissimo, i guasti frequenti e si arriva a produrre farine composte all’80% di segale. La città, tuttavia, si sfama praticamente solo grazie alla farina di Hans Stucky. Ma quando nell’agosto 1849, dopo settimane di fame e colera, la città ricade in mano austriaca, non c’è nessun Manin a pagare il conto di quei folli mesi. Tra le guerre d’indipendenza e le difficoltà nel commerciare, le cose al mulino vanno sempre peggio e nel 1865 Stucky, cinquantaduenne, torna sulla terraferma, costretto a reinventarsi.

La chiesa di San Geremia clolpita dalle bombe nel 1849 in un dipinto di Luigi Querena

Giovanni Stucky

Nel frattempo però il figlio di Hans, Giovanni Stucky, è cresciuto e ha girato tutta Europa a copiare le nuove tecniche di produzione e a portare pezzi di progresso nell’arretrata Italia. Nel 1865, quindi, prende col padre diversi mulini in affitto nel trevigiano. Il procedimento è semplice: il grano viene trasportato lungo il Sile con i burci fino ai mulini, che adottano tecniche all’avanguardia, producendo moltissimo. Successo dopo successo, Giovanni arriva, 47enne, nel 1880, a controllare 6 mulini, che lascia in mano al fratello Alessandro per trasferirsi a Venezia.

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Giovanni decide di fare le cose in grande: costruire un mulino enorme, e non in luogo qualunque, ma alla Giudecca, la zona allora più povera di tutta Venezia – neppure duemila abitanti isolati dal resto della città. Incarica l’architetto Ernst Wullekopf e va a vivere assieme alla famiglia proprio alla Giudecca, tra i suoi operai. I commerci non hanno più problemi. Anzi: il porto di Venezia si popola sempre più di navi e non bisogna pagare neppure il trasporto lungo il Sile. Il nuovo mulino dà lavoro a 1500 operai, è uno dei pochi a vapore e macina ben 2500 quintali di grano al giorno. È il primo palazzo della città dotato di illuminazione elettrica. La fortuna degli Stucky è enorme. È la Belle Epoque.

Stucky - RSI Radiotelevisione svizzera
Un’immagine della festa per l’illuminazione elettrica del molino Stucky

Nel 1895 Giovanni Stucky è ufficialmente l’uomo più ricco e amato di tutta Venezia. Tutti gli chiedono aiuto e consiglio e lui decide di adottare come sua residenza un luogo degno del suo potere: nel 1908 acquista Palazzo Grassi, uno dei più grandi e importanti a Venezia, tre piani di puro lusso sul Canal Grande. È il re della città.

Palazzo Grassi (f.d.a.)

Giancarlo Stucky

Le cose insomma vanno fin troppo bene, ma il destino ha già un piano per fermare la dinastia. Il 21 maggio 1910 Giovanni e il figlio Giancarlo si trovavano alla stazione di Venezia. Giovanni Bruniera, un ex dipendente del mulino dalle idee molto confuse, pugnala a morte Giovanni Stucky con un’arma rudimentale. I motivi spaziano dalla vendetta personale all’anarchia, il poveretto morirà anni dopo in manicomio. La città, indignata, adotta il lutto cittadino e tutto passa nelle mani del figlio Giancarlo, 29enne, venuto al mondo dopo le tre sorelle. Ma Giancarlo non era un mugnaio come il padre e il nonno: poliglotta, raffinatissimo, ben vestito, si interessa d’arte, fotografia e motoscafi. È insomma il classico rampollo decadente di una buonissima famiglia.

giancarlo stucky
Giancarlo Stucky

Ad ogni modo, anche la sfortuna ci mette del suo: scoppia la Grande Guerra e le importazioni diventano difficilissime. In Italia si produce poco e male e quel poco grano che arriva, arriva a Genova e non a Venezia. Così i mulini veneti, e quelli degli Stucky in particolare, soffrono moltissimo. Anche dopo la guerra, le importazioni languono: il grano arriva dall’America ma si ferma a Genova e Napoli, e Venezia deve reinventarsi se non vuole morire. Un progetto c’è, ed è quello di potenziare l’area di Marghera, di renderla ciò che è oggi, ovvero un importante porto industriale. A capo di questo progetto sta colui che, dopo l’inizio del declino degli Stucky, viene chiamato “Il doge”: Giuseppe Volpi. Volpi e Giancarlo Stucky sono amici e Volpi è riuscito addirittura a coinvolgere Stucky nel progetto della nuova area di Marghera.

Mostra del Cinema e caccia alle streghe - Nazione Futura
Giuseppe Volpi

Stucky e Volpi

Una grande differenza però tra Stucky e Volpi c’è: Stucky era diventato cittadino italiano solo nel 1923, nonostante ne avesse fatto richiesta già molto prima. Questo significa che non ha diritto ai risarcimenti per i danni di guerra, poiché all’epoca dei fatti non era cittadino italiano, e questo a sua volta significa che gli ingenti danni subiti soprattutto a Portogruaro deve pagarli di tasca sua, tasca che peraltro langue in quel periodo. Le cose, insomma, precipitano: i mulini non lavorano più come un tempo e il bisogno di soldi è grande. Chi invece è sempre più ricco è Giuseppe Volpi, massone, fascista, ministro delle finanze, proprietario della SADE, la società adriatica di energia elettrica, che all’epoca si diffonde sempre più rapidamente in tutta Italia e con una grande influenza sulla Banca Commerciale. E sarà proprio la banca commerciale a mandare definitivamente in rovina gli Stucky: Mussolini rifiuta di aiutare Giancarlo Stucky e gli nega i risarcimenti dei danni di guerra, mandandolo così in una grave situazione. Situazione da cui può trarre profitto Volpi, per mezzo della Banca Commerciale. Nel 1933 i debiti sono troppi e si blocca il finanziamento annuo di 10 milioni, vitale per il mulino. La conseguenza è inevitabile: cessio bonorum.

Volpi e Mussolini

La rovina della famiglia

Per evitare il fallimento, Giancarlo Stucky deve cedere tutti i suoi beni ai creditori, tra cui c’è anche la Banca Commerciale, che si impossessa del mulino alla Giudecca. Il fascismo tace, così come Giuseppe Volpi, che diventa sempre più ricco e potente. Giancarlo va a vivere con la madre in un appartamento e prova a giocare l’ultima carta: quello che crede suo amico, cioè Giuseppe Volpi, che però non si fa trovare. Sta organizzando la Mostra del cinema al Lido e la sua fortuna è all’apice. Tace, e aspetta. Poi, la Banca Commerciale mette all’asta il mulino e a comprarlo è proprio la SADE di Volpi, a un prezzo bassissimo. Vittorio Cini del Credito Italiano si prende invece Palazzo Grassi. Dopo averlo spennato quando la sua fortuna era grande, si sono gettati sul cadavere, ricorrendo anche ai ricatti del fascismo, che appoggia l’italiano Volpi contro lo svizzero cosmopolita Stucky. Tutto tra amici. Giancarlo Stucky muore d’infarto a 60 anni, nel 1941.

Cimitero di San Michele - vista aerea
Il cimitero di S.Michele visto dall’alto, dove riposano Pound, Brodskij, Stravinskij e, da qualche mese, anche Roberto Calasso

L’epilogo

Oggi il mulino Stucky, dopo anni di abbandono e un grave incendio nel 2003, è un hotel di lusso della catena Hilton, mentre Palazzo Grassi è un importante museo d’arte. Successivamente a quelle vicende, la SADE di Volpi costruirà molti impianti idroelettrici, tra cui quello del Vajont (di cui conosciamo il destino) e, dopo la morte di Volpi, vedrà tra i suoi presidenti lo stesso Cini, un tempo amico di Volpi e compratore di Palazzo Grassi. La società confluirà prima in ENEL e poi in Montecatini (quindi Montedison). Degli Stucky, oggi, rimane poco, anzi pochissimo: solo una cappelletta all’isola di San Michele, il cimitero della città. Nel testamento, Giancarlo scrisse:

Seguendo l’esempio di mio padre, il denaro è sempre stato per me un mezzo per raggiungere un fine. Senza volerlo, ho perso la mia fortuna. Sono l’ultimo Stucky di Venezia e mi auguro che questo nome prestigioso possa essere letto solo dopo la mia morte nel cimitero di San Michele, dove riposano i miei genitori, che ho amato sopra ogni cosa.

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Fonti:
Lavinia Cavalletti, La dinastia Stucky, Linea Edizioni, 2018
Paolo Giovannini, Marco Palla, Il fascismo dalle mani sporche, Laterza, 2019
Galeazzo Ciano, Diario, Rizzoli, 1946

Andrea Potossi

Classe 2004 ma non fatevi ingannare: il mio più grande difetto (e pregio) è quello di essere vecchio dentro. Leggo, studio, suono, scrivo, faccio cose, vedo gente. Vivo a Treviso.

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