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Storia del fumo e delle sigarette nell’Italia del Novecento

Il Novecento è stato il secondo del fumo? Di sicuro il rapporto degli italiani con le sigarette ha una storia profonda, che si intreccia con le vicende storico-politiche che il Belpaese ha attraversato.

12 minuti di lettura

Il Novecento è stato quasi certamente il secolo del fumo, vizio che ha coinvolto trasversalmente ricchi e poveri, uomini e donne, cantanti, attori, politici e operai. La storia del fumo, quindi, è segnata dalle conseguenze e gli effetti collaterali dei mutamenti storico-sociali, anche in Italia.

L’avvento della sigaretta

In principio era il sigaro: toscano, aromatizzato, nostrano, d’importazione, leggero per i più deboli. La sigaretta prese piede solo dopo (nel 1900, infatti, rappresentava solo lo 0.03% delle vendite di tabacco), diventando il simbolo dell’uomo moderno, impegnato, ricco, giovane e anche un po’ progressista. Solo con la Grande Guerra la «paglia», senza filtro come lo sarebbe stata per ancora molto tempo, ebbe il suo boom: la grande circolazione di uomini e mezzi per tutta Italia aiutò l’unificazione culturale, e italiani lo si diventava anche condividendo una presa di tabacco. Ecco che la sigaretta non era più vizio distorto da Zeno Cosini, paranoico tra le sue U.S., ma diventava all’improvviso il meritato riposo del lavoratore e la pausa dell’eroe al fronte. I poveri fumavano Nazionali (che costavano 1,5 centesimi l’una), i ricchi Macedonia (più pregiate, venivano ben 3 centesimi per «spagnoletta», come si chiamava allora la sigaretta).

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Storia del fumo in Italia: il fascismo

Con l’avvento del fascismo la cosa precipitò, e il fumo in Italia divenne fenomeno di costume. Sebbene il duce si astenesse da Bacco e Tabacco (mentre con Venere, si sa, la condotta era diversa), il fascismo non cercò mai la campagna anti-fumo che invece attuò la Germania di Hitler. Anzi, il monopolio produsse come non mai e, per indurre al consumo, offriva promozioni e sconti. Alla fine degli anni Trenta, dei 30 milioni di chili di tabacco venduto, due terzi erano sigarette, nell’ordine: Popolari (le più economiche), Nazionali e Indigene, seguite da Macedonia e Giubel. Ma ciò che era davvero figlio dei tempi erano alcune marche nate sotto l’egida fascista: le Eja (ispirate al celebre «eja eja alalà»), le AOI (Africa Orientale Italiana) e le epiche Me ne frego. Anche nel fumo l’uomo nuovo doveva essere fascista e ligio al regime. Il toscano, si capisce, divenne di conseguenza un simbolo di sinistra, sovversivo, mentre le «bionde americane» (gli italiani andavano pazzi per le Lucky Strike) sapevano di trasgressione, come ballare il boogie e ascoltare lo swing.

sigarette me ne frego

Il fumo di sigaretta era penetrato definitivamente ed era ormai il massimo simbolo della classe borghese, spesso un po’ decadent, come dimostra Gli indifferenti di Moravia, in cui si fuma per reprimere i propri impulsi. I poveri, invece, fumavano in modo cameratesco, nei momenti di riposo, emulando i grandi divi del cinema americano, tutti chili di brillantina e sigarette sempre accese. 

Il fumo e le donne

Per le donne le cose erano più complesse. Il fumo, inizialmente, era scandaloso e da associarsi alla prostituzione, ma con l’alba del nuovo secolo le cose cambiarono. Scriveva Matilde Serao nel suo manuale di galateo: «La sigaretta può essere fumata da una signora ma sempre in via eccezionale, e non per regola costante di vita». Con il tempo, il vizio si diffuse sempre più, tanto che il monopolio lanciò la sigaretta per lei, Eva, ma la realtà è che solo le donne dell’alta borghesia potevano permettersi di fumare, e incontravano spesso comunque il giudizio negativo dell’opinione pubblica. Che sia stata colpa di qualche femme fatal, di Greta Garbo o Marlene Dietrich, la sigaretta fu presto associata a una donna ricca, libertina, infelice, spesso con i capelli alla maschietta, che fuma col bocchino e ha una passione per la bottiglia (in poche parole: Edda Ciano, la figlia del duce, grande fumatrice e depressa).

fumo
Marlene Dietrich

Il fascismo mal sopportò una donna tanto libera e promosse sempre un’ideale di moglie-madre-angelo del focolare che rimase anche dopo la guerra. Bisognerà aspettare il 1968 perché le donne abbiano la loro rivincita: il numero di fumatrici aumentò vertiginosamente di oltre il 10%, arrivando, negli anni Ottanta, a circa il 30% di donne fumatrici contro l’8-9% del periodo prebellico.

Storia del fumo in Italia: arrivano le americane

Tornado alla storia del fumo in Italia, con l’epoca fascista venne anche la guerra e con essa il razionamento. Solo dopo lunghi mesi in cui ognuno aveva a disposizione al massimo un pacchetto alla settimana, arrivarono gli americani: la libertà, le Camel, le Marlboro, le Chesterfield e le Lucky Strike, lanciate dai carri armati che entravano nelle città festanti. Il contrabbando toccava vertici del 50% e i prezzi impazzivano (ne La pelle, Malaparte racconta provocatoriamente di donne disposte a vendersi a qualche “Jim” per un pacchetto di sigarette, mentre è dato certo che la paga data ai civili che lavoravano per l’esercito americano era di due stecche di sigarette alla settimana). Il divario economico era impressionante: al nord si fumava in media un pacchetto al giorno per famiglia, mentre al sud ci si accontentava di appena due sigarette. Non era raro incontrare per strada dei «ciccaroli» (o ciccaioli), uomini senza lavoro che raccattavano mozziconi per rubarne il tabacco e rivenderlo.

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contrabbando a Napoli

Il Dopoguerra

Con il boom, arrivò la ricchezza, i grandi divi-ciminiere (Gassman, Sordi e soprattutto il “turco” Mastroianni) e il consumo di sigarette nell’Italia spaccona del Dopoguerra si impennò. Se nel 1950 il consumo pro capite di tabacco era di 1 kg, negli anni Ottanta si arrivò a ben 2,3 kg per ogni italiano. Era un vizio diffuso trasversalmente, ma la marca identificava il proprio status. L’estrema sinistra fumava le temibili francesi senza filtro (Gitanes, magari papier de mais, Gauloises e le Celtic di Pannella), mentre il trinciato era per i soldati, sempre a corto di soldi. Gli impiegati fumavano MS e le americane, le casalinghe le Esportazione, mentre per i più incalliti c’erano le Super senza filtro. Non fumare era quasi un difetto: nel 1950 venne fatta un’indagine su quanto fumassero gli italiani e ne risultò una media di circa 13 sigarette giornaliere. Cosa del tutto impossibile, poiché non se ne erano vendute così tante: gli italiani, pur di dimostrare la loro “virilità”, avevano mentito spudoratamente.

Il danno alla salute

Si scoprì poi ciò che, in fondo, già si sapeva: il fumo uccide. Chirurghi, fisici, oncologi in camice bianco scrivevano e apparivano in televisione a insegnare agli italiani che è male fumare con dati e prove incontrovertibili. Gli italiani capirono quello che volevano: forse fumare fa male, ma l’importante è limitarsi a massimo 10-15 sigarette al giorno. Continuarono a fumare coerentemente con la loro filosofia: insofferenti nei confronti della vita, quasi desiderosi di sfidare la morte, strafottenti, eterni ragazzi un po’ grulli che si crogiolano nella goliardica approvazione cameratesca. «Il tempo» intervistò alcune celebrità sull’argomento: Moravia disse che il cancro non era una ragione sufficiente per smettere, Mina disse di non credere al nesso tra fumo e malattia e anche De Sica, con scetticismo, continuava a fumare. Gli italiani abbandonarono per scrupolo le sigarette senza filtro e i produttori di tabacco si buttarono sulle light, con meno nicotina e meno catrame. A fumare senza filtro e di contrabbando rimanevano solo i movimenti di estrema sinistra.

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La fine del secolo della sigaretta

Tra gli anni Ottanta e il 2000, il “proibizionismo” si fece più severo: gli italiani pagavano le conseguenze dei «me ne frego» pronunciati tanti anni fa. Non si può più fumare nei cinema, nei treni, nei ristoranti. La levata di scudi dei fumatori è modesta, ma include qualche nome: strenui difensori della sigaretta sono Eco, Mastroianni, Pannella, Fallaci, Dalla e Funari, che si fece seppellire con tre pacchetti di sigarette nella bara e la scritta «ho smesso». La pietra tombale la mise il governo Berlusconi con la legge Sirchia del 2005. Bilancio del secolo della sigaretta: più 3 milioni di morti negli ultimi 50 anni solo per il fumo (e tutt’oggi quasi 80mila persone ogni anno perdono la vita).

Leggi anche:
“Ti amerò fino ad ammazzarmi”. La relazione tra l’uomo e il tabacco nel corso dei secoli

Storia del fumo in Italia: la situazione odierna

Ad oggi i fumatori sono pochi, ma in aumento. Sarà lo sconforto, la disillusione, lo stress, il contatto con la morte, la solitudine, l’intima consapevolezza che non saremo mai più gli stessi, ma il numero di fumatori è aumentato di circa un milione con il lockdown, soprattutto tra i giovani. Tuttavia alla domanda «perché si fuma?» non si troverà mai una sola risposta: pressione sociale, un intero secolo in cui solo chi fuma è un “uomo vero”, o forse semplicemente il desiderio di un gesto di trasgressione nei confronti della repressione e del disagio della vita moderna, nei confronti di quell’uomo perfetto e ideale che ci opprime. Un atto di strafottenza nei confronti delle leggi della vita e della morte, una sfida alla frustrante condizione della mortalità umana, un momento di intimità, una pausa dallo scorrere delle cose, un momento di percezione pura del tempo. 

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Fonti: Carl Ipsen, Fumo, Le Monnier

Andrea Potossi

Classe 2004, per Frammenti mi occupo di storia, storie e attualità. Leggo, studio, suono, scrivo, faccio cose, vedo gente. Vivo a Treviso.

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