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La guerra del calcio

Storia di un conflitto senza precedenti

13 minuti di lettura

Secondo l’iconografia ed il culto cristiano l’arcangelo Michele è celebrato, in accordo con le Sacre Scritture, come il comandante dell’esercito celeste contro gli angeli ribelli del Diavolo. È comunemente rappresentato in forma alata, con armatura e spada. Non stupisce, allora, che la costruzione della cattedrale a lui dedicata a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, sia stata così travagliata come a voler rappresentare un monito per i futuri abitanti che lì, a Tegucigalpa vi abitano i diavoli.

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Sorta sulle ceneri di una vecchia chiesa divorata dalle fiamme di un incendio, la Cattedrale di San Michele Arcangelo di Tegucigalpa vide porre la sua prima pietra solo dieci anni dopo, nel 1766. I lavori, però, subirono una serie infinita di rallentamenti e le sue forme barocche giunsero a compimento solo nel 1786. Neanche il tempo di fare messa ad un paio di generazioni di honduregni che la cattedrale fu seriamente lesionata da un terremoto, nel 1823. A Tegucigalpa, devono aver pensato, vi abitano i diavoli.

A poco più di un km dalla cattedrale di san Michele, sorge lo stadio Tiburcio Carias Andino che in quell’ 8 giugno 1969 di diavoli ne ospitò 32mila. È qui che si giocò la semifinale del girone di qualificazione al mondiale di calcio di Messico ’70, quello di Italia-Germania 4-3, tra Honduras ed El Salvador. Una settimana dopo, i fatti avvenuti a Tegucigalpa causeranno lo scoppio di una delle più brevi e sanguinose guerre dalla fine del secondo conflitto mondiale: la cosiddetta guerra del calcio“.

La “guerra del calcio”: gli antefatti ed il ruolo degli Stati Uniti

Honduras ed El Salvador si odiano cordialmente fin dalla loro nascita. Infatti, se da un lato El Salvador ha sempre lamentato l’esiguità dei propri territori all’indomani della propria indipendenza, dall’altro all’Honduras non è mai piaciuto il rapporto privilegiato dei loro vicini con gli Stati Uniti.

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Dagli anni ’60 in poi, infatti, gli Stati Uniti profusero enormi sforzi nella creazione di un mercato unico centroamericano per permettere alle proprie multinazionali di installarvi grandi piantagioni, e che funzionasse da laboratorio economico per le neonate idee neoliberiste teorizzate da Milton Friedman e Friedrich von Hayek [1]. Esse troveranno pieno compimento un decennio dopo, con il tristemente noto golpe di Pinochet, ma i prodromi per la realizzazione di tale piano si notarono subito nella crescita economica di El Salvador.

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Le multinazionali americane, prive di un organismo di controllo, scelsero di installare le proprie piantagioni dove fosse già presente un certo grado tecnologico: ad El Salvador quindi, e non in Honduras. La successiva crescita economica salvadoregna migliorò enormemente le condizioni di vita e abbassò mortalità infantile ma produsse, anche, un’irrefrenabile crescita demografica, insostenibile per un paese così poco esteso.

Fu così che, per migliorare le pessime condizioni della propria agricoltura, il dittatore honduregno Oswaldo Lopez Arellano firmò con El Salvador la Convenzione bilaterale sull’immigrazione, secondo la quale i cittadini salvadoregni avevano libertà di transito e diritto di residenza e al lavoro qualora avessero deciso di espatriare in Honduras.  La ribellione dei contadini honduregni, già vessati da condizioni disumane, non si fece attendere con innumerevoli proteste e rivolte ai danni dei salvadoregni.

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Due anni dopo la stipula della convenzione, Arellano assunse la clamorosa decisione di attribuire ai contadini honduregni ciò che i salvadoregni giunti appena due anni prima si erano conquistati. Per la precisione, un provvedimento del Ministero dell’Agricoltura dell’Honduras dell’aprile 1969 decretava la confisca delle terre e l’espulsione di tutti coloro che avessero nel Paese proprietà terriere, senza tuttavia possedere la natività in Honduras, contravvenendo agli obblighi presi con la convenzione.

Gli oltre 300.000 salvadoregni furono espropriati di tutto e rimandati in patria, causando l’inasprirsi di un clima che diventerà insostenibile qualche mese dopo, durante le semifinali del girone di qualificazione ai mondiali messicani.

Guerra e calcio

La partita di andata si giocò a Tegucigalpa l’8 giugno del 1969, in un clima già infernale. La nazionale salvadoregna cercò di limitare il più possibile la permanenza in suolo honduregno, ma quel poco tempo bastò ai tifosi locali per manifestare la propria ostilità. La notte precedente alla partita, infatti, centinaia di persone si assieparono sotto l’hotel dove alloggiavano i calciatori salvadoregni, disturbandone il sonno con clacson, pentole e sassi lanciati contro le finestre. L’indomani il caos fu incrementato da uno sciopero nazionale degli insegnanti: ai manifestanti si aggiunsero molti esagitati che, scovato il pullman che trasportava i calciatori salvadoregni all’Estadio Andino tranciarono le gomme al mezzo.

Allo stadio i tifosi locali perseverarono nel proprio atteggiamento intimidatorio e, in un clima tesissimo, l’Honduras si impose 1-0 con una rete del difensore Leonard Wells a un minuto dal fischio finale. L’opinione pubblica salvadoregna giurò vendetta per la gara di ritorno a San Salvador del 15 giugno. Anche al ritorno la squadra ospite decise di soggiornare per il minor tempo possibile, ma non servì. La notte precedente la partita, i tifosi salvadoregni presero di mira l’Hotel Intercontinental San Salvador, dove riposavano gli honduregni, dando luogo ad una fitta sassaiola contro le finestre dell’edificio, che in breve finirono frantumate. L’accompagnatore della nazionale honduregna, un ragazzo salvadoregno, fu ucciso a sassate dalla folla, non appena lasciò l’hotel.

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I tifosi proseguirono nella loro forte ostilità, lanciando contro l’edificio stracci puzzolenti, topi morti, uova marce e persino bombe artigianali [2]. Nel pomeriggio, la massa inferocita rese necessario addirittura l’esercito per scortare, all’interno di carri armati, i calciatori honduregni all’Estadio de la Flor Blanca.

L’Honduras era palesemente intimorito dal clima locale, la cui ostilità si concretizzò quando l’inno nazionale honduregno fu accolto da bordate di fischi, la bandiera strappata e i “coraggiosi” che dall’Honduras si erano recati a San Salvador per sostenere i propri beniamini, aggrediti e malmenati (addirittura due morti e decine di feriti, oltre ad un centinaio di automobili bruciate).

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Com’era prevedibile la partita non ebbe storia: contro gli honduregni reduci da una notte insonne e desiderosi più che altro di riportare a casa la pelle, i salvadoregni vinsero agevolmente per 3-0. Al fischio finale, di fronte alla logica esultanza dei supporter salvadoregni, i tifosi honduregni si scatenarono, cercando (e riuscendo) di venire a contatto coi rivali. L’ingente dispiegamento di polizia non riuscì a bloccare quelli che, da semplici tafferugli, si tramutarono in una sorta di guerriglia urbana, durata per ore. In Honduras, la sconfitta contro gli odiati vicini fu recepita come un’ingiustizia sofferta.

La sera stessa della partita di Città del Messico, il governo dell’Honduras, dove nei giorni precedenti si erano acuite le violenze verso i salvadoregni rimasti (inclusi alcuni diplomatici), ruppe le relazioni diplomatiche con El Salvador. La “guerra del calcio era ufficialmente iniziata.

Purché se ne parli

Poche settimane dopo, il 14 luglio, la situazione precipitò. Fin dalla mezzanotte, si registrarono incidenti in prossimità di El Poy, punto di frontiera tra Ocotepeque (Honduras) e San Ignacio (El Salvador), con spari di armi automatiche e mortai. Per El Salvador, ove il conflitto sarebbe passato alla storia come guerra de legítima defensa, l’attacco era necessario per difendere la propria dignità e la sovranità nazionale. Alle 18 dello stesso giorno alcuni aerei militari salvadoregni si alzarono in volo bombardando, tra le altre, anche la capitale Tegucigalpa.

La risposta dell’Honduras non tardò ad arrivare e, nei due giorni successivi, ribaltò l’iniziale svantaggio grazie alla propria superiorità aerea e al ritardo di alcuni mezzi bellici acquistati da El Salvador dagli Stati Uniti. Così, il terzo giorno, dopo aver vinto uno scontro aereo sopra i cieli di El Amatillo, l’aeronautica honduregna portò un devastante e definitivo attacco aereo con il napalm su Llano Largo e Cerro del Ujuste. La mattina successiva, il 19 luglio, l’Organizzazione degli Stati Americani impose il ripristino dello status quo ante 14 luglio, accettato solo con un trattato di pace del 1980. [3]

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Consegna delle onorificenze post-belliche agli ufficiali honduregni. Foto di George Colindres

Ironicamente, un anno dopo, le due squadre furono nuovamente protagoniste di uno spareggio valido per il mondiale di Spagna ’82. Terminava così la “guerra del calcio”, un conflitto senza precedenti per durata, quantità di vittime e casus belli. Persero infatti la vita oltre 5.000 uomini in poco più di 4 giorni di guerra, con oltre 50.000 sfollati.

I vecchi rancori, che avevano a che fare con antiche questioni territoriali e recenti invidie economiche avevano trovato sfogo, come è altre volte tristemente accaduto, nel calcio, durante la manifestazione che più di tutte somiglia ad una parata nazionalistica: la Coppa del Mondo. Nonostante la pessima figura internazionale che le due compagini raccolsero in seguito, entrambe sembrano conservare un vivido e orgoglioso ricordo di quella che è passata alla storia come la “guerra del calcio”. Un illustre cronista che si trovò in Honduras in quei giorni, Kapuściński, infatti così descriveva lo stato d’animo dei due contendenti:

I due governi sono rimasti soddisfatti della guerra, perché per qualche giorno Honduras e Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e suscitato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. I piccoli Stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Strano ma vero. [4]


Note:

[1] Taylor C. Boas, Jordan Gans-Morse, Neoliberalism: From New Liberal Philosophy to Anti-Liberal Slogan
[2] José Marcos, Jamás imaginé lo que desencadenaría mi gol, El País, 20 luglio 2009
[3] Guerra de la cien horas, La Prensa Grafica, 20 gennaio 2014
[4] Ryszard Kapuściński; La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Serra e Riva, Milano, 1990,

 


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Davide Accardi

Classe '92, ha conseguito la laurea specialistica in Studi storici, antropologici e geografici presso l’Università di Palermo discutendo una tesi dal titolo L’identità nazionale nei territori di confine. I suoi campi di ricerca comprendono, inoltre, temi di biopolitica come lo Stato d'eccezione. Scrive e si interessa di cinema, in particolare sulla relazione tra spazi e vuoti in Antonioni e sull’influenza della psicanalisi in Kaufman.

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