I gusti sono gusti

«I gusti sono gusti»: come (non) parlare di poliamore e bisessualità

I gusti sono gusti (Les goûts et les couleurs nella versione originale, letteralmente I gusti e i colori) è una commedia francese del 2018 diretta da Myriam Aziza e prodotta da Netflix.

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La trama

Siamo nella Francia contemporanea, dove Simone Benloulou (Sarah Stern) vive con la fidanzata Claire (Julia Piaton), considerata una semplice coinquilina dai genitori. Simone è cresciuta infatti in una famiglia ebrea molto religiosa, che ha già rinnegato l’omosessualità del fratello, e ha quindi paura che il suo segreto venga scoperto.

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La vicenda si anima quando Simone, lesbica dichiarata e convinta ha un flirt con un giovane cuoco senegalese, Wali (Jean-Christophe Folly). Nel frattempo, la protagonista dovrà evitare gli appuntamenti combinati dai genitori con giovani ebrei di buona famiglia, organizzando divertenti stratagemmi per sfuggire alle pressioni familiari.

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Uno sguardo sul presente

Il film offre ottimi spunti e intavola argomenti di attualità facilmente apprezzabili da un pubblico vasto: l’amore, l’orientamento sessuale, la religione, la famiglia.

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Simone sembra però essere incompleta davanti a qualsiasi etichetta: ebrea, ma scettica e non praticante; lesbica, ma sentimentalmente e fisicamente attratta anche dagli uomini; innamorata, ma incerta e pronta al flirt.

I gusti sono gusti è la storia di diverse minoranze che si incontrano e intrecciano in una commedia divertente e dal grande potenziale, che cade però su alcuni punti fondamentali.

Troppa carne al fuoco!

Prima di tutto, si ha l’impressione che si voglia mettere troppa carne al fuoco senza il dovuto approfondimento: i macrotemi trattati si perdono nelle poche ore a disposizione e vengono soltanto abbozzati.

Una maggiore caratterizzazione dei personaggi e delle loro storie, dei loro pensieri e delle loro paure avrebbe resto il film più profondo, anche a scapito di alcuni dei temi presentati.

L’impressione è quella che si voglia fare troppo, parlare di troppe comunità (quella ebraica, quella senegalese, quella lesbica) senza dare davvero voce ai personaggi.

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Sfumature mancanti

I gusti sono gusti sembra poi voler mascherare le sfaccettature dell’orientamento sessuale, pur trattando apertamente temi LGBT. Simone si dichiara fieramente e con estrema decisione lesbica. Eppure vacilla facilmente, in più occasioni, in presenza di Wali.

L’attrazione fisica ed emotiva per un uomo, per quanto profonda e sincera, è presentata però come un’eccezione, un errore di percorso. Simone non viene mai presentata come bisessuale – parola che appare una volta nel film di sfuggita, senza lasciare traccia, proprio per negare questa identità –nonostante la palese doppia attrazione.

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Ne I gusti sono gusti non si concepisce quindi che l’orientamento sessuale possa essere fluido, mutevole nel tempo: Simone, alle soglie di un matrimonio con una donna, si sente lesbica e lesbica rimarrà a vita, pur innamorandosi anche di un uomo.

Il finale – che non spoilereremo – si rivela poco soddisfacente anche dal punto di vista del poliamore: la realtà poliamorosa viene sì accennata – avvenimento raro nelle rappresentazioni culturali contemporanee – ma in modo estremamente superficiale, utopico, poco credibile ed estremamente stereotipato. Per esempio, il poliamore viene erroneamente intrecciato con il tema della bisessualità, con cui non ha necessariamente punti in comune.

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Un’occasione sprecata

I gusti sono gusti aveva quindi la possibilità di aprire a temi attuali e sentiti –il rapporto tra religione, orientamento e famiglia in primis – e presentare orientamenti e realtà minoritarie ancora poco rappresentate.

Il film, purtroppo, non ce la fa: si vuole parlare di troppo e con troppa fretta, accennando senza approfondire, ammiccando senza parlare chiaramente dei temi sopracitati. I personaggi risultano soltanto abbozzati e troppo stereotipati, sprecando quindi un’importante occasione.

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I gusti sono gusti è quindi un film divertente e piacevole, ma anche estremamente superficiale: i personaggi, pur interpretati da ottimi attori, risultano macchiette approssimative e degradanti; gli equivoci presentati fanno sorridere, ma non inducono a una riflessione costruttiva, mentre il finale semi-aperto non fa altro che confermare una serie di stereotipi che il cinema dovrebbe aiutare a superare.

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Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.