I migliori film del 2018, secondo noi

Mentre le sale di tutto il mondo perdono spettatori e le piattaforme di streaming legali guadagnano abbonati, il cinema di qualità sembra non vacillare, diffondendosi dove possibile in maniera quasi ancor più capillare. L’autorialità ha infatti avuto modo durante tutto il 2018 di mostrarsi pronta ad adattarsi al cambiamento del medium cinematografico, senza rinunciare mai però a quella cifra stilistica che fa del cinema un’arte, ancor prima che un luogo o un evento. Tenendo dunque a mente tutti i mutamenti, anche sociali, che il cinema ha vissuto nell’ultimo anno abbiamo selezionato le opere che secondo il nostro opinabile punto di vista hanno maggiormente influito e inciso, scegliendo tra queste quelle già uscite su suolo italiano per permettere a tutti di potersi rispecchiare o meno con coscienza rispetto a tali scelte. 

Il filo nascosto

Regia di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day Lewis, Vicky Crieps, Lesley Manville, Gina McKee

 

il filo nascosto è l’ultimo film del regista americano Paul Thomas Anderson. Come è stato fatto, viene facile accostare questa pellicola ad un certo Scorsese, nello specifico a quello de L’età dell’innocenza, che vede protagonista un simile Daniel Day-Lewis in un altrettanto simile ambiente austero. 

La fase della nuova poetica di Paul T Anderson suggellata con il Petroliere e con The Master, ne il Filo Nascosto subisce un’ulteriore svolta verso una completa estetica del sentire psicologico. Il protagonista è un istrionico e riservato sarto inglese di alta estrazione sociale che si accompagna (non senza fatica) a una ragazza dei bassifondi londinesi. Il contrasto cromatico culturale coinvolge il sentire psicologico e sensoriale dei due personaggi che si riflette in un accento aristocratico e preciso nel linguaggio di lui e in una distorsione cockney nella parlata di lei. 

Tuttavia c’è un perturbante filo nascosto che tiene insieme e non fa sfilacciare la trama di questo abito che i due personaggi cuciono insieme: la loro relazione amorosa. 

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Roma

Regia di Alfonso Cuarón, con Marina de Tavira, Yalitza Aparicia, Nancy Garcia, Daniela Demessa

 

Aggiudicatosi il prestigioso Leone d’Oro della 75esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, Roma punta dritto all’oscar, facendo discutere a causa del  suo produttore, Netflix, ma riunendo tutti per la sua indiscutibile bellezza.

Ambientato negli anni Settanta di un piccolo quartiere di Città del Messico, è la più nostalgica delle pellicole del noto autore Messicano; un racconto costruito sulle memorie della sua infanzia, giustamente reinventate affinché la verità storica di quegli anni non intacchi mai totalmente la personale possibilità di ricordare, e narrare, il passato in modo intimo e libero. 

 Ci immergiamo allora in quel Messico caldo che già raccontò con lo splendido y tu mama tambien (2001) e che in Roma si tinge di un luminoso bianco e nero.

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Chiamami col tuo nome

Regia di Luca Guadagnino, con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel

 

Il film, tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, narra l’inaspettata e intensa storia d’amore fra il diciassettenne Elio Perlman e il venticinquenne Oliver, ospite dei Perlman nella torrida estate del 1983. Candidato a quattro premi Oscar, Chiamami col tuo nome ha portato a casa la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale, firmata da James Ivory. Il film è da non perdere per la potenza della storia, la bellezza delle inquadrature e la splendida colonna sonora (menzione d’onore per Mystery of Love di Sufjan Stevens). (F.C.)

 

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Tre manifesti ad Ebbing Missouri

Regia di Martin McDonagh, con Frances McDormand, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Peter Dinklage

 

In Missouri si è consumata una tragedia, ma nessuno sembra ricordarlo. È morta una ragazza, stuprata e uccisa, eppure solo la madre pare voler ricordare ciò che è avvenuto. Appende allora tre manifesti con tre messaggi precisi diretti a Bill Willoughby, sceriffo di Ebbing. Inizia così un viaggio intimo e umano contro l’ipocrisia, il quale smaschera le falsità di un paese che naturalizzando la tragedia si mostra disumanizzato.

La tragedia e la commedia, sporcate tra loro in un’analisi umana e sociale che lascia (s)piacevolmente interdetti grazie anche all’interpretazione da osca di Frances McDormand. Da non perdere.

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Sulla mia pelle

Regia di Alessio Cremonini, con Jasmine Trinca, Mauro Conte, Max Tortora, Alessandro Borghi

 

Presentata in anteprima alla 75ª Mostra del Cinema di Venezia, la pellicola di Alessio Cremonini, con un ottimo Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi e Jasmine Trinca in quelli della sorella Ilaria, narra fedelmente gli ultimi giorni di vita del geometra romano trovato morto il 22 ottobre del 2009, dopo un arresto per spaccio e detenzione di sostanze. Distribuito da Netflix in oltre 190 Paesi e da Lucky Red nelle sale cinematografiche, il film ha diviso l’opinione pubblica e segnato una nuova era nel processo che vede cinque militari imputati per la morte del geometra romano: nell’udienza dell’11 ottobre 2018, il carabiniere Francesco Tedesco ha, per la prima volta, ammesso il pestaggio ai danni di Cucchi da parte delle forze dell’ordine.

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Isle of dogs

Regia di Wes Anderson, con Bill Murray, Jeff Goldblum, Bryan Cranston, Scarlet Johansson, Edward Norton 

 

Nel 2038 un’epidemia colpisce tutti i cani del Giappone, causandone l’esilio, per decisione di Kobayashi, autoritario sindaco di Megasaki, in un’isola di rifiuti.

Isle of dogs non è però solo la sua splendida storia, ma soprattutto la sua indimenticabile forma. È infatti il ritorno a casa definitivo per Wes Anderson, perché se è vero che dal 1996 ad oggi non abbiamo assistito ad altre prove in stop-motion da parte del regista, eccettuando nel 2009 Fantastic Mr.Fox, è anche certamente vero che, per lo stile e la ricerca di perfezione, Anderson ha da sempre trattato la realtà come un teatro fatto di oggetti in plastilina. Il mondo di Anderson è un mondo in stop-motion, ed ora, con Isle of Dogs, non è più la realtà a piegarsi alla sua idea di mondo, bensì questa stessa idea farsi realtà.

E il risultato è senza paragoni.

Dogman

Regia di Matteo Garrone con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Baldari Calabria, Gianluca Gobbi

 

Tratto da un evento realmente accaduto, Dogman racconta la storia di Marcello, gestore di un salone di tolettatura per cani costretto a subire soprusi da parte di Simone, ex pugile. Marcello, dopo l’ennesimo atto di bullismo che gli costa un anno di galera, medita vendetta. Sullo sfondo un’Italia degradata dove vince la legge del più forte. (A.B.)

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La ballata di Buster Scruggs

Regia di Ethan Coen e Joel Coen, con Tim Blake Nelson, James Franco, Zoe Kazan, Tom Waits

 

Inizialmente pensato come una serie tv antologica prodotta da Annapurna Televisione poi divenuto un unico lungometraggio in sei parti prodotto da Netflix,  The Ballad of Buster Scruggs è l’ultimo divertissement dei fratelli Coen. Come sempre intelligenti e scaltri in una scrittura che scimmiotta il Western, onorandolo e riassumendolo in un bignami che ne racconta le mille sfaccettature.

La realtà antologica di questo lungometraggio permette di poterne parlare come di tanti piccoli quadri di un mondo comune, divisi tra loro ma in costante comunicazione. Lo spettatore può così decidere di volta in volta (e magari di visione in visione) quale sia l’anima di The Ballad of Buster Scruggs che più faccia al caso suo, scoprendo le diverse possibilità del cinema western e rimanendone catturato. Sia esso appassionato o neofita.

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L’uomo che uccise Don Chisciotte

Regia di Terry Gilliam, con Adam Driver, Jonathan Pryce, Olga Kurylenko, Stellan Skarsgard

 

Forse il grande e inaspettato miracolo di questo 2018. Dopo quasi trent’anni di gestazione, progettazione, post-pre produzione e così via l’opera tanto agoniata da Terry Gilliam esce in sala e lascia sbalorditi per la sua lucida e folle perfetta follia. La storia di un uomo convinto di essere Don Chisciotte, ma anche l’invito a diventarlo e un manuale su come continuare ad esserlo.

L‘uomo che uccise Don Chisciotte è così tante e mai troppe cose, il cui centro è confuso tra ciò che è vero e ciò che è falso, a volte quasi al limite del sopranaturale.

Perché il vero punto dell’intreccio è l’inafferrabile ombra del Don Chisciotte, un fantasma che si incarna saltuariamente di personaggio in personaggio, affidando i propri temi prima all’anziano signore impazzito, convinto di essere il vero Don Chisciotte, poi allo spettatore ed infine all’ideatore di tutto questo, Terry Gilliam.

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Lady Bird

Regia di Greta Gerwig, con Saoirse, Timothéè Chalamet, Odeya Rush, Lucas Hedges, Laurie Metcald 

 

Vincitore di due Golden globes e candidato a 4 premi Oscar, éèil film che ha consacrato Greta Gerwin come una delle registe più interessanti degli ultimi anni. Il film ruota intorno alla vicende di Christine/Lady bird, eccentrica e anticonformista adolescente americana alle prese con il diventare grande. Bravissima nei panni della protagonista Saoirse Ronan, candidata, per questa interpretazione, al premio Oscar come migliore attrice protagonista.

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Hanno collaborato alla classifica: Lorenzo Pampanini, Alessandro Cavaggioni, Francesca Cerutti, Serena Guarino, Azzurra Bergmamo, Agnese Caterina Zappalà

Redazione

Frammenti, rivista online di attualità e cultura, nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.
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