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Identità e razzismo

10 minuti di lettura
Marco Aime © Il fascino degli intellettuali
Marco Aime © Il fascino degli intellettuali

L’identità non è che una maschera della discriminazione. Questa la tesi, forte, sostenuta dall’antropologo e scrittore Marco Aime, intervenuto nell’ambito della rassegna Leggermente a Lecco. Per provare a capire il perché di un’affermazione così perentoria, innanzitutto Aime chiarisce cosa si intende con la parola “cultura”.

La parola, come noto, ha due accezioni: una prima, che la intende come un sapere che si apprende studiando e appannaggio di pochi; una seconda, utilizzata dalle scienze sociali, secondo cui si tratta dell’insieme di regole, modi e usanze che un individuo apprende in quanto membro di una data comunità. Si tratta, insomma, della celebre definizione di cultura elaborata dall’antropologo Edward Burnett Tylor nel 1871 in Primitive Culture, testo che segna la nascita dell’antropologia come disciplina scientifica autonoma.

«La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico – scrive infatti Tylor – è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società».

Stando a questa definizione, architrave del pensiero antropologico seppur sorpassata in certi suoi aspetti (come l’equiparazione di cultura e civiltà), ogni uomo ha una cultura e così ogni popolo.

«L’uomo è l’unico tra gli animali che, così com’è, non può funzionare perché biologicamente manchevole», spiega Aime. L’antropologo riporta poi quanto scritto da Pico della Mirandola in Sulla dignità dell’uomo, testo nel quale l’umanista reinterpreta in modo originale il testo della Genesi, sostenendo che Dio, dopo aver creato tutte le cose e aver attribuito loro un destino, nell’ultimo giorno finisce i destini da assegnare e così dice ad Adamo che dovrà essere lui creatore del proprio destino. «L’uomo non è un animale specializzato – prosegue Aime – e questo paradossalmente diviene un suo punto di forza, perché la lacuna lasciata dalla natura è riempita dalla cultura, intesa nel senso antropologico di cui abbiamo parlato prima». La cultura dunque, secondo l’antropologo piemontese, si configura come un insieme di strategie messe in campo dall’uomo per sopravvivere.

Ma perché esistono così tante culture diverse? Perché «la storia dell’umanità è fatta… con i piedi». Al di là delle battute, «i nostri antenati si sono spostati, hanno trovato climi nuovi e diversi, e, di volta in volta, hanno dovuto elaborare nuove strategie». Per Aime dunque, occupando angoli di mondo diversi con caratteristiche differenti, i primi uomini hanno dovuto elaborare risposte nuove ai bisogni fondamentali, che sono «nutrirsi, ripararsi e riprodursi». Grazie al fatto di avere i piedi, gli uomini si spostano, si incontrano e si scontrano; insomma «l’intera storia dell’umanità è fatta di spostamenti: siamo una specie migratoria». Tuttavia oggi queste cose, secondo Aime, vengono nascoste e coperte dagli slogan.

Per tutta la prima metà del Novecento si è parlato di razze e i tentativi di classificare l’umanità sulla base di criteri razziali si sono fondati sulle differenze nell’aspetto esteriore, come, soprattutto, il colore della pelle. Questa ripartizione degli uomini ha poggiato sull’idea che le razze fossero gruppi di persone biologicamente simili e si è supposto che poi la natura determinasse la cultura. «Questa visione del mondo però ha portato alla Shoah», commenta Aime. «Con la scoperta del DNA nel 1961 si è definitivamente appurato che non è possibile classificare l’umanità in razze distinte su basi scientifiche. E questo proprio perché l’uomo ha i piedi e, con gli spostamenti, si è dato vita a un meticciamento, anche dal punto di vista genetico. La razza non esiste».

multiculturalismo

Oggi nessuno parla esplicitamente di razze. Eppure il razzismo non è morto, anzi, ogni giorno sembra rinascere sempre e con maggiore forza. «Non potendo più usare la nozione di razza, oggi si usa la cultura come una maschera. Il ragionamento non è dei più complicati: ogni popolo ha una cultura, se le culture si incontrano si contaminano e quindi… ognuno a casa propria». Insomma: si dice cultura ma si pensa razza, intendendo la cultura come una gabbia che imprigiona gli uomini. Ma, commenta l’antropologo, «è dal mescolamento che sono nate le grandi imprese dell’umanità». Infatti gli uomini, spostandosi, non hanno scambiato solo i geni, ma anche le idee e «quando si parte alla ricerca della purezza, non la si trova mai. Un punto zero non esiste, perché siamo figli di un continuo meticciamento genetico e culturale». E con un aneddoto datato 1936 ci pensa l’antropologo statunitense Ralph Linton a ricordarcelo (qui).

Ma l’identità, con tutto questo, che c’azzecca? Innanzitutto, la parola “identità”, in italiano, è ambigua. Già, «perché quella “à” non ci fa capire se si parla di identità al singolare o al plurale. Due cose si dicono identiche quando non esiste fra loro alcuna differenza, se no sarebbero dette simili. Ma l’identità in senso assoluto in natura nemmeno esiste, è nata semmai solo con la produzione industriale». Secondo Aime utilizzando la parola “identità” nel dibattito pubblico lo si riporta indietro di 50 anni. Quando si parla di identità, infatti, si parla soprattutto di identità (al singolare) etnica, considerando l’autoctonia come un primato. Così facendo però «si rimette in modo il binomio terra-sangue, tanto caro ai nazisti. Ma, come detto poco fa, l’uomo non ha radici, da sempre si sposta».

Tuttavia gli uomini fin dalla notte dei tempi hanno tracciato dei confini tra un “noi” e un “loro”, ma questo è avvenuto in modi sempre diversi. Ad esempio nella Grecia antica esistevano sì i barbari, ma essi se imparavano la lingua e le usanze dei greci potevano varcare la linea di confine. «Il confine era infatti culturale – aggiunge Aime – che è ben diverso dal legare l’identità a un piano naturale. Ci si può infatti sentire parte di una comunità nazionale, ma si può anche avere un’identità religiosa, politica, calcistica, musicale… L’appartenenza a un gruppo è un confine mobile: è come se ognuno di noi avesse un mazzo di carte e in ogni situazione ne pescasse una che gli assegna un’identità in quel contesto». L’identità si crea sempre in relazione agli altri, perché ci si definisce quelli che gli altri non sono. «Senza “gli altri”, che qualcuno vorrebbe escludere, non esisterebbe l’identità che questi qualcuno vorrebbero al tempo stesso difendere», aggiunge. Insomma, la questione della difesa dell’identità non è altro che un nuovo razzismo mascherato.

Le culture devono quindi essere intese come dei recinti aperti: «Cresciamo in comunità che hanno una certa cultura, ma questa non è immutabile o data una volta per tutte, bensì subisce cambiamenti continui per via dell’incontro, inevitabile, con altre culture». E per questo, come insegnato dal grande antropologo Claude Lévi-Strauss, esse vanno intese come dei lavori di bricolage, dove i cambiamenti si fanno utilizzando il materiale che si trova a portata di mano, un pezzo per volta.

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Michele Castelnovo

Classe 1992. Nato e cresciuto tra Lecco e provincia. Toglietemi tutto ma non le mie montagne e il mio lago. Laureato in Filosofia. Giornalista pubblicista. Direttore di Frammenti. Mi prendo terribilmente poco sul serio.

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