Il grande brigantaggio

brigantiÈ da poco ricorso l’anniversario della nascita dell’Italia unita: il 17 Marzo 1861 venne promulgata quasi all’unanimità la legge che proclamava Vittorio Emanuele II re d’Italia. A centocinquantadue anni dall’unione di questa nostra bella patria sembrano purtroppo essere ancora più notevoli le fratture dell’effettiva unità; nodo cruciale è rappresentato dalla cosiddetta “questione meridionale” che viene a stagliarsi fin da subito nel contesto della penisola. Per quanto la situazione non sia affatto risolta il momento più drammatico nel rapporto nord sud si è avuto proprio alle origini con il fenomeno del “grande brigantaggio” che interessò la maggior parte del mezzogiorno, in particolare la Basilicata, tra 1861 e 1865. Si tratta senza mezzi termini di una guerra civile e delle più sanguinose, che vede contrapposti i briganti alle forze dell’esercito nazionale.

Ma chi sono questi briganti? Che cosa vogliono e come agiscono? Sono contadini affamati di terra, da sempre desiderosi di diventare piccoli proprietari terrieri, che hanno visto sempre promettere e mai realizzare un’equa redistribuzione degli appezzamenti. Sono contadini abituati alla blanda fiscalità dei Borbone che si sono visti opprimere dal nuovo regime di “economia fino all’osso” voluto da Quintino Sella. Sono contadini che vogliono solo fare il loro mestiere nel miglior modo possibile e devono invece ottemperare all’obbligo di leva, pena sanzioni molto gravi. Non a caso il fenomeno del brigantaggio è descritto dall’inchiesta svolta da Massari e Bixio nel 1863 come “la protesta selvaggia e brutale della miseria” e successivamente nel volume di Massari sulla storia del brigantaggio si parla dei briganti come di “proletari”. Tra i briganti troviamo anche qualche ex-ufficiale borbonico che non vuole entrare nelle file delle truppe nazionali, convinto che presto il legittimo re tornerà sul trono. Infatti le azioni dei briganti sono per così dire sponsorizzate e sovvenzionate proprio dalla casa dei Borbone, che è certa di riuscire a ritornare alla situazione pre-unitaria fomentando lo scompiglio e il malcontento e aspettandosi un intervento delle forze straniere reazionarie in proprio aiuto. Ma i Borbone non sono gli unici che pensano di poter approfittare della situazione. Buona parte del clero ritiene che i patrioti siano dei senzadio che vogliono spodestare la chiesa dal suo regime temporale, non a torto visto che proprio nel decennio tra 1860 e 1870 mette le sue basi la questione romana, che esplode il 20 settembre 1870 con la breccia di Porta Pia e caratterizza la vita dello stato fino ai patti lateranensi del 1929. Al contrario i capo-briganti sono dei timorati di Dio e vedono nel governo liberale il nemico della buona religione e del papa, dunque vengono aiutati e protetti dal clero locale. I briganti vivono devastando villaggi per ottenere guadagni che li riscattino dalla vita misera condotta fino a quel momento e dandosi alla macchia nelle foreste subito dopo, le loro esistenze sono talmente difficoltose che il furto appare il mezzo di guadagno più rapido e indolore. Le figure dei capo-briganti sono carismatiche, molto famoso è Crocco (Carmine Donatelli) che agisce in Basilicata, nel 1903 scrive la propria autobiografia ed è molto interessante vedere quale sia la sua concezione del mondo: grande rispetto per l’autorità della chiesa e visione di se stesso come un novello Napoleone, pronto a liberare il suo territorio dalla presenza dello Stato italiano.

Tuttavia l’azione di repressione del neo-nato Stato italiano non è meno devastante delle azioni brigantesche: viene inviato un corpo di 120.000 militari italiani incaricati di dare alle fiamme i villaggi dove si verificano le sommosse e di massacrare indiscriminatamente anche donne e bambini. Fino al 1863 la repressione è sanguinosissima e senza alcuna regola, nell’agosto di quell’anno viene finalmente varata la legge Pica (nome che prende dal deputato che la propone) che inserisce un minimo di legalità nella gestione del problema. La responsabilità di giudicare i briganti viene attribuita a un tribunale militare (niente più massacri e fucilazioni immediate, in teoria), il governo può comminare un anno di domicilio coatto ai sospetti manutengoli (coloro che danno appoggio ai briganti). I dati dimostrano come da quel momento la repressione è molto meno feroce e più ordinata. Grazie alla legge nel giro di due anni il brigantaggio finisce e il regno è pronto nel tentativo di risanare la ferita.

Proprio in occasione del centocinquantesimo anniversario ha alzato la voce una pseudostoriografia revisionista e neoborbonica volta a interpretare il brigante come figura positiva che si oppone alla spietata colonizzazione del nord. Nessuno vuole fare l’apologia del crudo intervento dei militari che si occuparono della repressione, ma come già detto si trattò di una guerra civile, dove molto evidentemente i metodi delle parti non furono particolarmente distanti, per cui la ragione non stava in nessuno dei due schieramenti. È importante analizzare il brigantaggio per quello che è senza partitismi di alcun genere: un fenomeno multifattoriale che ha rappresentato uno dei momenti più difficili per la tenuta del Regno d’Italia.

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