In quarantena con filosofia: sulla chiacchiera | òbolo /12

Nel suo capolavoro pubblicato nel 1927, Essere e tempo, il filosofo tedesco Martin Heidegger mostrava come l’intera storia della filosofia occidentale, ossia, per Heidegger, l’intero Occidente, avesse frainteso la questione più fondamentale di tutte, la questione dell’essere.

Bisognava reimpostare questa domanda originaria intorno all’essere, decostruendo il percorso che, dai Greci fino a noi, ha condotto a scambiare, in sostanza, l’essere per una cosa. Per operare questo aggiustamento, per raddrizzare questo domandare, secondo Heidegger è necessario interrogare proprio chi  si pone la questa domandache cos’è l’essere?»): non una pietra, non un animale, ma l’uomo. Uomo che Heidegger chiama Esserci, perché, a differenza di ogni altro essere, di ogni altro ente, egli è in continuo farsi, ossia la sua esistenza precede la sua essenza. Il seme, se è tale, per essenza, diverrà albero nel corso dell’esistenza. L’Esserci no, l’Esserci può plasmarsi e, in fondo, decidere di diventare x e non y, può decidere della propria essenza.

Secondo Heidegger, esistono delle disposizioni, delle modalità nelle quali l’Esserci si mantiene. La disposizione nella quale l’Esserci si mantiene innanzitutto e perlopiù è la quotidianità.

Nella quotidianità l’Esserci è costantemente preoccupato di contrapporsi agli altri, di mostrarsi differente, più alla moda, più bello, più intelligente. Si commisura alle scelte e giudizi altrui, nell’anodina passività dello spazio pubblico. Egli «sta nella soggezione agli altri. Non è se stesso, gli altri lo hanno sgravato del suo essere. L’arbitrio degli altri dispone delle possibilità quotidiane dell’Esserci».

L’Esserci, nella quotidianità, semplicemente, non è se stesso. È Si stesso, è il si,  dice Heidegger, il pronome impersonale che significa tutti in generale e nessuno in particolare:

«Nell’uso dei mezzi di trasporto o di comunicazione pubblici, dei servizi di informazione (i giornali), ognuno è come l’altro […]. In questo stato di irrilevanza e indistinzione il Si esercita la sua autentica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani, troviamo “scandaloso” ciò che si trova scandaloso. Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti […], decreta il modo di essere della quotidianità».

Il Si è il modo quotidiano in cui l’Esserci si rapporta alla propria vita lasciando-si esistere. Per il fenomeno che, in qualche modo, sintetizza questo mondo della quotidianità, nel quale più che di comprendere ci si preoccupa di discorrere, «ci si preoccupa di ascoltare ciò che il discorso dice come tale», Heidegger ha un nome ben preciso: lo chiama chiacchiera.


Leggi anche gli altri òboli quotidiani di Frammenti per affrontare la quarantena con filosofia


Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram

 

* * *

Sì, lo sappiamo. Te lo chiedono già tutti. Però è vero: anche se tu lo leggi gratis, fare un giornale online ha dei costi. Frammenti è una rivista edita da una piccola associazione culturale no profit, Il fascino degli intellettuali. Non abbiamo grandi editori alle spalle, anzi: siamo noi i nostri editori. Per questo te lo chiediamo: se ti piace quello che facciamo, puoi sostenerci con una donazione. Libera, a tua scelta. Anche solo 1 euro per noi è molto importante, per poter continuare a essere indipendenti, con la sola forza dei nostri lettori alle spalle.

Giovanni Fava
Latest posts by Giovanni Fava (see all)
Condividi: