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Intervista a Tiziano Scarpa:
il ruolo della letteratura
al tempo della “dappertuttologia”

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10 minuti di lettura

Alla Fiera delle Parole di Padova ha partecipato anche Tiziano Scarpa, lo scrittore veneziano classe ’63 che irradia la sua attività letteraria su teatro, musica, radio, e anche sulla propria vita in un rapporto di contaminazione reciproca. Proprio del contagio fra letteratura e vita vissuta ha parlato venerdì 9 ottobre, introdotto e fiancheggiato dal poeta Sergio Gnudi a Palazzo Moroni.

Fonte: hoepli.it
Fonte: hoepli.it

Il libro Come ho preso lo scolo (Effigie, 2014) è stato il carburante della conversazione: vicende realmente accadute all’autore di Stabat mater (Premio Strega 2009), raccontate con quell’umorismo che, dopo aver parodizzato la comicità dell’episodio, puntualmente spalanca questioni più universali e serie. Una giornalista di una rivista medica che chiede a Scarpa di raccontare una sua malattia (da qui il titolo della raccolta), ed ecco che viene fuori la questione delle esperienze private esibite sui media, ma, soprattutto, «che cosa vale la pena raccontare, chi ha il coraggio di dire certe cose, chi teme di rovinarsi l’immagine, chi descrive davvero la vita così com’è». Durante l’incontro, Scarpa fa anche un accenno alla dappertuttologia: i famigerati “tuttologi” oggi, a causa del telefonino, «non solo si ritrovano a rispondere su qualunque argomento, ma lo fanno anche dalle situazioni esistenziali più diverse. Quindi noi sui giornali e sui media leggiamo e ascoltiamo opinioni autorevoli sulla Grecia, l’Isis, il governo, dette da qualcuno che magari mentre le proferiva era alla cassa del supermercato o stava partecipando a un funerale». Nel libro racconta anche l’esperienza da attore per Mario Monicelli ne Le rose del deserto, la scoperta di un maestro «discreto ma affettuos»o. O ancora, quella volta in cui Scarpa, Marco Paolini e altri autori, riunitisi a Treviso per protestare contro il razzismo istituzionale di alcuni sindaci veneti, hanno fatto i conti con l’assenza dell’amplificazione: come parlare ad una folla senza disporre di un microfono? Da qui un anno di studi spesi a indagare il rapporto fra potere e uso della voce, l’invenzione dell’amplificazione elettrica e la nascita dei totalitarismi, fino alla riflessione scrupolosa sul fenomeno della risata comiziale sfruttato da Beppe Grillo. Quella del genovese non è semplicemente satira: «La risata è più forte dell’applauso, perché puoi far ridere anche chi non è d’accordo con te. Se una battuta è buona non c’è dissenso che trattenga il riso. Come diceva Pier Paolo Pasolini su Alberto Sordi: “Ridiamo e ci vergogniamo di aver riso”. Tutto ciò è diabolico». Passa un’ora, saltando vivacemente tra comicità – più volte autoironica – e acume critico; alla fine dell’incontro, dopo aver accettato di scambiare un paio di battute a voce con noi, Tiziano Scarpa conferma la sua indole, priva di quelle pose che spesso appiattiscono lo spessore degli intellettuali.

 

Alla luce delle sue parole su Beppe Grillo, o del linciaggio social all’ex sindaco Ignazio Marino, si può definire internet come un secondo bombardamento mediatico, dopo quello televisivo?

La cosa più intelligente su questo tema secondo me l’ha scritta Zerocalcare, quando parla di quell’orario dalle nove a mezzanotte e lo considera «una specie di triangolo delle Bermuda» che inghiotte il nostro tempo: si siede davanti al computer dopo cena, con l’intenzione di stare in rete pochi minuti, poi alza la testa ed è mezzanotte, l’una, e non saprebbe dire dove siano finite quelle tre ore. Mi sembra, quindi, che l’offensiva che è stata lanciata in questi anni a tutti i livelli (mediatico, pubblicitario, lavorativo) sia quella dell’invasione del tempo delle persone, 24 ore su 24.

 

Tiziano Scarpa in piazza a Treviso, per la manifestazione antirazzista, con Mario Villalta (sx). Fonte: tribunatreviso.gelocal.it
Tiziano Scarpa in piazza a Treviso, per la manifestazione antirazzista, con Mario Villalta (sx). Fonte: tribunatreviso.gelocal.it

Il web, però, non ha solo questa faccia: lei, per esempio, ha fondato il blog Nazione Indiana e poi Il primo amore. Il rapporto fra letteratura e rete può aiutare la divulgazione della cultura? Internet può supplire alla poca partecipazione dei giovani ai festival, ai tradizionali spazi di dibattito?

Ho l’impressione che oramai tutto sia convogliato dentro Facebook e i social. Chiaro, la rete è in continua evoluzione, ogni sei mesi ci annunciano una rivoluzione “epocale” (in questi giorni Zuckerberg sta introducendo i “non mi piace” e altre “reactions” oltre ai canonici “like”), ma al di là di quel che succede dentro la rete, rimane pur sempre uno schermo illuminato, un attrezzo davanti al quale la gente resta ipnotizzata, restando in casa, da sola, o isolandosi in autobus, in metropolitana, sulle panchine, nei bar, camminando per la strada con gli occhi incollati agli schermetti… Una bolla di separazione, una specie di scafandro invisibile. Comunque, onestamente, dal momento che negli ultimi anni i social non li ho usati molto, non fosse altro che per una pura questione di tempo a disposizione (vedi domanda precedente!), non saprei dire quanto i social stiano inghiottendo blog e quotidiani online e siti impegnativi con contenuti “culturali”. Però, ecco: invidio chi ha venti, trent’anni meno di me, perché grazie a questi mezzi è più facile trovare i propri simili. La rete aggrega chi ha le stesse passioni. Quando avevo vent’anni, per trovare una persona appassionata di letteratura dovevo per forza iscrivermi a Lettere; mentre adesso, secondo me, puoi trovare interlocutori, amici, persone che leggono e che scrivono, semplicemente in rete.

 

A proposito di passione e di lettere: serve fare letteratura oggi? ne avverte l’esigenza?

Certo. Innanzitutto, la letteratura oggi è molto più larga. Basta vedere il Nobel: è stata premiata una scrittrice d’inchiesta, erede dei grandi reporter che sono anche virtuosi della scrittura, sulla linea del grande Ryszard Kapuściński (che, faccio notare, in Italia recentemente è entrato nei “Meridiani” Mondadori, che sono la nostra Pléiade, e segnano l’ingresso nel canone degli scrittori consacrati). Roberto Saviano ha ragione ad aver esultato per la vittoria di Svetlana Alexsievic. È quel tipo di scrittura in presa diretta, già sperimentata in altre forme in Italia da Nanni Balestrini, che ha saputo trasfigurare letterariamente la forza della voce, la potenza della testimonianza, della registrazione. Per il resto, l’attività letteraria è minoritaria, d’accordo, ma arriva in profondità, nell’intimo di chi legge, come non riescono a fare gli altri media egemoni: la controprova sta nel fatto che molti giornalisti televisivi e star degli schermi in questi anni scrivono romanzi, perché evidentemente solo la scrittura riesce a instaurare una comunicazione più intensa. È un paradosso: hanno una popolarità immensa nei media maggioritari, eppure cercano quel contatto personale di un medium minoritario e tecnologicamente obsoleto (semplice alfabeto su fondo bianco) come la letteratura.

 

Paradossalmente, è forse la marginalità della letteratura a darle questa incisività?

 Probabilmente sì. Ma soprattutto perché la lettura richiede attenzione, perché il primo requisito è la concentrazione. Quando leggi devi darti da fare, sei tu che metti le immagini che mancano, i pensieri che non ci sono… Devi lavorare quando leggi. Un libro non lavora al posto tuo, non è come uno schermo, non è un film, né tantomeno un televisore, che ti mostrano che faccia faceva la protagonista nel momento dell’addio, com’era vestita, che luce c’era al crepuscolo… E lavorando, produci tu immagini e pensieri, produci un’esperienza che è tua; e producendo un’esperienza tua, la senti di più, e forse te la ricordi di più.

Andrea Piasentini

Fonte: dgmarche.it
Fonte: dgmarche.it

 

 

 

 

 

Redazione

Frammenti Rivista nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti Rivista è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.

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