«L’isola dell’abbandono» di Chiara Gamberale: la paura di essere piantati in asso

Forse una delle più grandi difficoltà per uno scrittore è riuscire a raccontare una storia d’amore senza sfociare nella retorica trita e ritrita dei romanzetti all’acqua di rose. Diciamocelo, la narrativa rosa segue sempre lo stesso schema: lui incontra lei, scocca la scintilla, sembra andare tutto bene, accade qualcosa che minaccia di separare i due amanti, ma poi questi si riappacificano e “vissero per sempre felici e contenti”. Se non vuole essere banale quando parla di amore e più in generale di sentimenti, uno scrittore deve sforzarsi di uscire dai cliché della narrativa rosa. Ci è riuscita parecchio bene la romana Chiara Gamberale con L’isola dell’abbandono (acquista), il suo ultimo romanzo, edito da Feltrinelli a febbraio 2019.

L’isola dell’abbandono: un quadrilatero amoroso

Già la situazione di partenza è diversa da quella cui troppo spesso siamo stati abituati: ne L’isola dell’abbandono non c’è nessun triangolo del tipo Lui-Lei-l’Altro/a, bensì un quadrilatero. Una donna protagonista e tre uomini che si sono rivelati importanti nel suo cammino: Stefano, Damiano, Di. Ma quale dei tre è il Lui della situazione, e quali sono relegati al ruolo di Altri? Non è semplice stabilirlo, così come, nella vita vera, non è sempre semplice né scontato stabilire chi è (o chi è stata) la persona per eccellenza che ci fa (o ci ha fatto) battere il cuore.

chiara gamberale l'isola dell'abbandono

Il fil rouge dell’abbandono

Come lascia presagire il titolo del romanzo, L’isola dell’abbandono, la tematica principale è quella dell’abbandono. Chiara Gamberale riprende il mito greco di Arianna abbandonata da Teseo sull’isola di Naxos (mito all’origine dell’espressione idiomatica “piantare in asso”), e mette in scena una storia in cui è un’altra Arianna, la protagonista, a essere abbandonata a Naxos da Stefano, il fidanzato affetto da sindrome bipolare.

Sola sull’isola, Arianna incontra un uomo, Di, che sembra pronto a farla rinascere e darle ciò che le era mancato con Stefano. Tutto perfetto sulla carta, ma stavolta è proprio lei ad abbandonare Di (non spoilereremo in quali circostanze). Come si legge anche nella trama del libro, «come fa una straordinaria possibilità a sembrare un pericolo? Come fa un’assenza a rivelarsi più potente di una presenza?». Domande che sarà capitato a ognuno di noi, almeno una volta, di porsi. E no, ci dice la Gamberale, la risposta non è scontata come sembrerebbe.

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La protagonista riflette sul tema dell’abbandono attraverso i fumetti che disegna per mestiere. Inventa anche il personaggio di una bambina che si lega a un elefante di peluche destinato ad abbandonarla di continuo, ma che proprio per questo la aiuta a tenere a bada il suo terrore di essere piantata in asso, come si legge in uno dei passaggi più significativi del romanzo:

«Di sera metteva a punto i nuovi bozzetti dell’elefantino Naso e della bambina con gli occhi verde alieno, talmente paralizzata all’idea di venire abbandonata da scegliere un amico capace di fare solo quello: abbandonarla. Un amico che quindi non avrebbe mai potuto darle la possibilità di credere davvero in lui: perché se avesse scelto un amico fidato, uno che non scappava mai, allora sì che l’abbandono avrebbe potuto essere davvero tremendo. Mentre così, alla fine, pareva un gioco. Un gioco che le faceva salire la febbre, certo, un gioco crudele, perverso, come avrebbe sostenuto lo studioso dell’infanzia. Ma un gioco».

L’amore continuo e tramandato

Arianna ha avuto un bambino da Damiano, il terzo uomo della storia, quello che pare convincerla meno – ma sarà proprio così, o magari sarà perché ciò che avremmo potuto avere sembrerà sempre più affascinante di ciò che alla fine abbiamo avuto davvero? Sempre a proposito di domande cui è difficile rispondere.

E, sul finale, lei riesce a rendersi conto che il piccolo è in un certo senso figlio di tutti gli uomini che ha amato, perché l’amore per loro l’ha resa col tempo la persona che è. Da qualche parte continueremo ad amare sempre ogni persona che abbiamo amato. E sempre ci resterà qualcosa di ciascuna di loro, e lo tramanderemo senza accorgercene. È la morale insolita – ma con un fondo di verità – de L’isola dell’abbandono, un romanzo oltre ogni cliché.

Chiara Gamberale.

Uno stile diretto, come le emozioni

Merita un paragrafo a sé lo stile della Gamberale, spesso tacciato di essere troppo semplice. Frasi brevi, lasciate in sospeso, lessico tutt’altro che ricercato, una scrittura che spesso ricorda una trascrizione dell’oralità. Ma ci sentiamo di dire che, viste le dinamiche che Chiara Gamberale sceglie di raccontare nei suoi lavori, va benissimo così, in barba ai puristi che probabilmente storceranno il naso. Allora viva il suo stile, diretto come le emozioni, che in fondo sono le ultime al mondo ad aver bisogno di orpelli retorici per essere raccontate.




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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata a pieni voti assoluti in Scienze Linguistiche e specializzanda in Traduzione. Innamorata della letteratura e dell’arte. Sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate.
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