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“Il libro della giungla”: viaggio
nell’India di Rudyard Kipling

11 minuti di lettura

Il libro della giungla (The Jungle Book) è uno dei lavori più conosciuti di Rudyard Kipling. Vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1907, Kipling nacque in India nel 1865 e lavorò come giornalista e come scrittore, ottenendo già in vita un grande successo. I sette racconti che compongono Il libro della giungla vennero pubblicati tra il 1893 e il 1894 su varie riviste, accompagnati da alcune illustrazioni fatte dal padre dell’autore, pittore e critico d’arte. Come è ben noto, i racconti sono ambientati in India, terra cara allo scrittore, e sono quindi in grado di trasmettere al lettore occidentale un senso di esotico, di mistero.

jungle book copertina

Il personaggio più celebre di questa raccolta è senza dubbio Mowgli, il cucciolo d’uomo adottato da un branco di lupi, protagonista in realtà soltanto dei primi tre racconti. Così lo accoglie mamma lupa, dando vita a una famiglia unica nel suo genere: «È arrivato nudo, di notte, solo e affamato, eppure non ha avuto paura. Guarda, ha già spinto da parte uno dei miei piccoli. […] Se lo tengo? Certo che lo voglio tenere. Sta a cuccia, piccolo ranocchio, o Mowgli, poiché Mowgli, il Ranocchio, ti voglio chiamare».

La storia del piccolo Mowgli potrebbe avere rimandi autobiografici: a soli sei anni l’autore fu mandato in Inghilterra, dove fu costretto a vivere nella casa di un’anziana parente con la sorella. L’usanza era piuttosto comune: molti bambini venivano mandati nel cuore dell’impero britannico per avere una buona educazione, ma per lo scrittore quegli anni furono di così grande sofferenza che il tema dell’abbandono – già di per sé caro agli autori vittoriani – appare molto spesso nelle sue opere.

Il libro della giungla, illustrazione degli anni '20.
Il libro della giungla, illustrazione degli anni ’20.

Così come tutte le storie di questo volume, nei racconti di Mowgli gli animali presentano caratteristiche antropomorfe e hanno un forte valore simbolico: Bagheera, la pantera nera, è una sorta di balia coraggiosa per il cucciolo d’uomo e si impegna a proteggerlo e istruirlo con l’aiuto dell’orso Baloo. Grazie a loro, Mowgli diventa parte armonica della giungla e riesce a sopravvivere, dimostrandosi anche più abile dei suoi fratelli lupi. La tigre, Shere Khan (dal persiano “re tigre”), rappresenta l’ira, la violenza, il male: vuole uccidere a ogni costo il cucciolo d’uomo che, appena nato, gli è stato sottratto. L’elefante Hathi rappresenta la saggezza, lo sciacallo Tabaqui la codardia, il serpente Kaa il misticismo, le scimmie, la cui tribù viene chiamata Bandar-log, simboleggiano la stupidità. Che siano proprio le scimmie a essere considerate l’elemento più sciocco, chiassoso e bugiardo è significativo: essendo gli animali più vicini all’uomo, questa scelta potrebbe nascondere una critica all’essere umano e alla sua superficialità. La giungla è quindi un universo di simboli che rappresentano caratteristiche molto più umane che animali. Si tratta infatti di un luogo non completamente selvaggio, ma regolato da leggi non scritte chiamate “Legge della giungla”.

«Ora è questa la Legge della Jungla – antica e vera come il cielo; il Lupo che l’osserverà avrà vita prospera, ma il Lupo che la violerà dovrà morire. Come la liana circonda il tronco dell’albero, la Legge abbraccia il futuro e il passato – perché la forza del Branco è il Lupo, e la forza del Lupo è il Branco».

Ogni animale, eccetto la tigre e le scimmie, si impegna a non violare le regole e a insegnarle ai propri cuccioli. La foresta è un luogo spietato che non ammette errori, eppure si intravede nella natura creata da Kipling un addomesticamento umano, una volontà di mettere delle leggi sociali dove leggi non esistono. D’altra parte, è noto il verso di Kipling sul «fardello dell’uomo bianco» – ovvero la necessità dei bianchi di colonizzare in modo pacifico i paesi più arretrati per portare loro la conoscenza ed eliminare le barbarie. Anche ne Il libro della giungla la natura è indirettamente “colonizzata” dall’ordine umano: la giungla è organizzata coma una società e Mowgli è educato al rispetto, tanto che riuscirà poi a reintegrarsi tra i suoi simili nonostante gli anni passati tra i lupi. Se il villaggio degli uomini viene visto come un luogo di dubbia moralità – gli umani, per esempio, sono incantanti dall’oro e usano trappole per catturare gli animali – la foresta è invece uno spazio pericoloso ma armonico. Il branco di lupi in cui Mowgli cresce è per esempio metafora di una società che funziona, di una grande famiglia da rispettare in cui vi è una precisa gerarchia. Questo aspetto pedagogico dei racconti ha fatto sì che Baden-Powell, fondatore dello Scoutismo, chiedesse a Kipling di utilizzare i nomi e i concetti presenti nel suo libro come modello per i suoi lupetti.

Il rapporto creatosi tra Mowgli e gli altri animali è particolare: sebbene il cucciolo d’uomo sembri perfettamente parte della giungla, gli animali non osano guardarlo negli occhi. Come ricorda Bagheera: «Gli altri ti odiano, perché i loro occhi non possono sostenere il tuo sguardo, perché tu sei furbo, perché hai levato le spine dai loro piedi, perché sei un uomo». Le scimmie invece si servono di Mowgli e del suo legame col mondo umano per scoprire il segreto del fuoco, così temuto dagli animali che nessuno osa pronunciarne il nome. Al tempo stesso, i fratelli lupi vogliono bene al cucciolo d’uomo, parte integrante della famiglia: «Non ti dimenticherai che sei un lupo? Gli uomini non te lo faranno dimenticare? – chiese Fratello Bigio ansiosamente». Il posto di Mowgli nel mondo non è mai chiaro: da un lato il ragazzo appartiene al branco di lupi, alla giungla, al mondo animale; dall’altro non può non rinnegare le sue radici umane. Per alcuni Mowgli rappresenta una sorta di Adamo nel suo Paradiso Terrestre, ma nei racconti de Il libro della giungla l’uomo non è mai protagonista, lo è soltanto il mondo naturale.

Il libro della giungla. Illustrazione del racconto Tomai degli elefanti, M. & E. Detmold, London Macmillan (1908).
Il libro della giungla. Illustrazione del racconto Toomai degli elefanti, M. & E. Detmold, London Macmillan (1908).

I sette racconti che compongono la raccolta sono intervallati da poesie che riassumono o anticipano le vicende narrate. Oltre alle tre storie del cucciolo d’uomo, Kipling presenta La foca Bianca, dove Kotic, una foca anomala dal pelo bianco, cerca con il suo branco un luogo sicuro dove poter vivere senza essere disturbati dall’uomo. Nonostante Kipling sia spesso associato al darwinismo e alle teorie sull’evoluzione – anche se l’autore dichiarò di non condividere i concetti presentati da Darwin in L’origine dell’uomo e la selezione sessuale (1871) – questo racconto dimostra il contrario: la foca bianca non soccombe, ma sopravvive pur essendo l’elemento debole. Rikki-tikki-tavi è invece uno dei racconti più avvincenti: una mangusta coraggiosa uccide dei serpenti velenosi che disturbano la quiete della sua famiglia umana. Toomai degli elefanti narra invece la storia di Toomai, un bambino di 10 anni che accudisce e dà da mangiare gli elefanti. L’ultima storia, Al servizio della regina, racconta la vicenda di un soldato che, prima di una parata militare, riesce a sentire magicamente le conversazioni degli animali presenti nel campo. Al primo volume segue poi una seconda raccolta: Il secondo libro della giungla.

Se la struttura dei racconti è piuttosto fiabesca, queste storie analizzano in realtà questioni complesse come il rapporto tra uomo e natura, il conflitto tra il bene e il male, l’organizzazione della società, la questione del colonialismo. Il libro della giungla è quindi una raccolta che diverte e rapisce il lettore grazie alle sue atmosfere lontane, ma soprattutto ancora oggi insegna e porta grandi e piccini a riflettere.

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Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.

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