Il tempo della noia

Molto probabilmente, a voler fare un presuntuoso esercizio di immedesimazione, questo triste tempo, che i più fortunati di noi sono costretti a vivere tra le mura domestiche, sarebbe stato definito da Martin Heidegger «il tempo della noia profonda».

Siamo forse attanagliati dalla paura e dall’angoscia per il rischio a cui ci sentiamo esposti, a causa di un invisibile virus che sta piegando la realtà storica odierna e che ha costretto tutti a soffermarsi sul senso di finitezza di cui siamo intessuti profondamente. Ciononostante, la paura e l’angoscia sono sensazioni che portano con sé un carico emotivo non indifferente e che, per tale ragione, non possono che essere provate brevemente ma con forte intensità dal momento che, se si prolungassero nel tempo, l’essere umano si bloccherebbe in una paralisi depressiva. Cosa che non accade, invece, per la noia, altra Stimmung fondamentale dell’essere umano, la quale ha un’intensità emotiva minore e, dunque, può essere provata con costanza nel tempo, soprattutto se si è costretti ad un lockdown totale. Per non parlare del fatto che mai, anche nelle nostre fantasie più sfrenate, avremmo immaginato che “la fine del mondo” si sarebbe presentata a noi in maniera così poco entusiasmante. Nessun alieno pronto a conquistare la Terra, nessuna montagna di fuoco o suono di tromba degli angeli, ma solo un silenzio insopportabile che invade le strade e migliaia di esseri umani in pigiama ad annoiarsi sul divano.

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Ma, ritornando a noi, cosa significa essere annoiati o vivere la noia? Indubbiamente, tutti abbiamo fatto esperienza della noia almeno una volta nella vita (probabilmente la domenica pomeriggio) e il ricordo che immediatamente associamo a questo stato d’animo è quello del tempo che si ferma e, non a caso, il termine tedesco usato per designare la noia è quello di Longe-weile, che letteralmente significa “tempo lungo”. L’immagine è quella di una persona seduta nella sala d’attesa del medico o in stazione ad attendere un treno in ritardo mentre cerca di “ammazzare il tempo” guardando il cellulare o sfogliando una rivista. Tutto questo è un’esperienza fin troppo comune e vivida nella memoria di ognuno di noi.

Ma soffermiamoci un attimo sull’espressione “ammazzare il tempo”, perché è proprio qui, tra le pieghe del nostro linguaggio , che si dis-vela il senso profondo della noia. Con tale modo di dire, è come se il tempo non assumesse più un carattere astratto ma si materializzasse in qualcosa di pesante e insopportabile, una carcassa o un fardello che portiamo addosso alla stessa maniera di Sisifo. Non si tratta più semplicemente di “perdere tempo” eludendolo ma, in maniera più radicale, abbiamo bisogno di macchiarci di una colpa capitale, uccidendo la possibilità stessa della nostra esistenza (un po’ come Edipo che uccide suo padre). Il tempo della noia, infatti, è tempo che grava, ci tiene nella sua stretta immobili e, non a caso, Heidegger definisce la noia un «paralizzante esser-colpiti dal corso esitante del tempo e dal tempo in generale, un esser colpiti che a suo modo ci opprime» [1].

Noia
Edward Hopper, Morning Sun, 1952–1952

Ma in che maniera il tempo esitante e, dunque la noia, ci opprimerebbe? Secondo l’Heidegger del 1929-1930, ciò avviene attraverso l’Esser-lasciati-vuoti e l’Esser-tenuti-in-sospeso, che sono i due momenti essenziali di questa esperienza che stiamo analizzando. Quando non siamo annoiati, infatti, «siamo assorbiti  [hingenommen] dalla cose, addirittura perduti in esse, spesso persino storditi [benommen] da esse» [2], mentre, nella noia, viviamo un momento di sospensione, quasi di abbandono nel vuoto ed è, in quel preciso istante, che le cose smettono di interrogarci, di rapirci e perdono il fascino che ci teneva inchiodati ad esse. Cercare un passatempo (leggere la rivista, chattare con gli amici) altro non è che un modo per tenerci lontani dal vuoto in cui le cose, ormai mute, ci hanno gettato.

«Mentre nel primo caso di noia lo sforzo è rivolto a soverchiare la noia attraverso lo scacciatempo, gridando più forte per non doverla ascoltare, e nel secondo caso il tratto distintivo è un non-voler-ascoltare, abbiamo ora l’essere costretti ad ascoltare, un venir-costretti nel senso della costrizione che appartiene a tutto ciò che nell’esser-ci è autentico, il quale esserci è dunque in relazione con la libertà più intima». [3]

Il secondo momento essenziale della noia è quello dell’Esser-tenuti-in-sospeso e che ha sempre a che fare con la dimensione temporale. Ora siamo «sollevati al di fuori del flusso del tempo», il quale non è più gravante ma sospeso, e ciò che accade è il venir meno di tutte le infinite possibilità. Tutto si ferma, persino la mia volontà di poter fare questo o quello giace immobile sbaraccando lo scenario entusiasmante delle potenzialità umane. È come se il mondo stesso dicesse «no, grazie» alle mie possibilità di godere di esso, cosicché l’annoiato si sente esiliato dal mondo e dalla vita, imprigionato in una dimensione di rifiuto e frustrazione.

«Il rifiutarsi parla di queste possibilità dell’esserci […] mostra anche qualcos’altro, accade l’emergere delle possibilità, che l’esserci potrebbe avere, ma che proprio in questo annoiarsi giacciono inattive [brachliegende[4].

Heidegger stesso utilizza come metafora del secondo momento della noia il maggese, cioè il terreno incolto. Il verbo tedesco brachliegen significa appunto: lasciare a maggese, inattivo. Ed è proprio così che ci sentiamo quando veniamo attraversati da questa tonalità affettiva: siamo un terreno potenzialmente fertile ma lasciato lì, a riposare, ad aspettare un tempo e una stagione migliore. Tuttavia, è proprio da questa immobilità e sospensione, da questa sorta di “impossibilità delle possibilità” che si manifesta la Possibilità pura, o come la chiama Heidegger, «la possibilitazione originaria» del Dasein, la quale ha il fine di schiudere (Ershlossenheit) tutte le possibilità autentiche dell’Essere.

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Solo quando riusciremo a liberarci dalle catene del tempo, di questo tempo che bisogna costantemente riempire affinché ci appaia pieno e degno di essere vissuto, solo quando avremo imparato davvero ad annoiarci, allora, come Heidegger stesso afferma, si manifesterà l’esser-ci nudo, libero, spogliato di tutte le proiezioni umane:

«Il tempo che in tal modo incanta-incatena l’esser-ci, tempo che si rende manifesto nella noia come ciò che incanta-e-incatena, si annuncia al tempo stesso come ciò che autenticamente rende-possibile. […] Tutto ciò non è niente di meno che la libertà dell’esser-ci in quanto tale. […] Solo nel decidersi verso se stesso nell’attimo, l’esser-ci fa uso di quanto autenticamente lo rende possibile, cioè del tempo in quanto attimo. L’attimo non è altro che lo sguardo della decisione, nella quale l’intera situazione di un agire si apre e si mantiene aperta» [5]

In questo senso, credere che la noia sia una sorta di “malattia mortale” è errato. Essa non è disperante ma rivelante (nel senso più prossimo a quello di Aletheia, verità che è disvelamento). La noia, infatti, ci rivela l’ente nella sua totalità, ovvero l’insieme delle cose e delle persone sottratte alle loro indifferenze, viste sotto la nuova luce dell’attimo e dello sguardo aperto (Augen-blick). Solo attraverso essa veniamo riconsegnati a noi stessi nel modo più autentico possibile, come se la noia fosse una sorta di finestra sull’Essere, una ferita, per rubare la terminologia batailliana, da cui è possibile far entrare la luce.

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È necessario che si arresti «la furia del fare», la quale, sempre più spesso, si traduce nel nostro tempo negli imperativi: «Muoviti! Divertiti!», come se divertirsi ed essere costantemente attivi e in movimento fosse quasi un dovere, nonché il modo giusto di vivere perché così “si” [6] vive il tempo. È necessario, dunque, che attorno a noi si abbatta la «nebbia silenziosa», altra metafora usata dal filosofo tedesco, della noia profonda e che ci parli rivelandoci quanto insensato sia vivere l’esistenza e il tempo come una quantità da spendere senza mai sapere che, oltre a ciò, esiste un’altra possibilità.

Giusy Nardulli


Fonti:
[1] M. Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica. Mondo – finitezza – solitudine, trad. it. di C. Angelino, il melangolo, Genova 1992, p. 124.
[2] Ivi, p. 153.
[3] Ivi, pp. 180-181.
[4] Ivi, p. 212.
[5] Ivi, pp. 196-197.
[6] Per “si” s’intende il “si impersonale”  (il das “Man”) heideggeriano che significa tutto in generale e niente in particolare. E’ la dimensione dell’essere inautentico che si perde e si conforma all’esistenza anonima della massa che non pensa ma chiacchiera, sgravandosi da ogni tipo di responsabilità e barattando la propria specifica essenza con una medietà valida per tutti.


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