«I nottambuli» di Edward Hopper, solitudine americana

Un quadro magnetico, in cui ci siamo imbattuti tutti almeno una volta. Un quadro che riesce a far sentire lo spettatore dentro e fuori la scena al tempo stesso. Stiamo parlando de I nottambuli di Edward Hopper (1882-1967), pietra miliare del Realismo americano ed emblema della paradossale solitudine dell’uomo contemporaneo nelle metropoli.

«I nottambuli» di Edward Hopper: analisi dell’opera

Al centro delle opere della corrente del Realismo americano, sviluppatasi nel primo Novecento, vi è la vita quotidiana di persone ordinarie in grandi città degli Stati Uniti. Sono istantanee in pittura, e I nottambuli non fa eccezione.

Ci troviamo di fronte alla vetrina di un diner ispirato a un locale di Greenwich Village, a New York, ma che potrebbe tranquillamente trovarsi in qualsiasi metropoli americana. È notte fonda, come possiamo intuire dal buio della strada deserta, ma nel diner riconosciamo quattro figure: il barista e tre avventori, ognuno immerso nei suoi pensieri. Non sembrano conoscersi tra loro, men che meno aver voglia di fare conoscenza. Forse l’unica cosa che li accomuna è l’insonnia, che li spinge a passare la notte in un diner anziché a rigirarsi senza successo nei rispettivi letti.

nottambuli di edward hopper
Edward Hopper, I nottambuli, 1942. Olio su tela, 84,1 x 152,4 cm. Chicago, Art Institute. Da: wikipedia.org

È una scena di profonda solitudine, quella raffigurata da Hopper, in cui l’unica fonte di luce viene dall’illuminazione artificiale del diner. Una luce che non ha nulla di benigno o salvifico. I personaggi sono vittime di un’incomunicabilità da cui non sanno uscire. C’è qualcosa di paradossale in queste persone, che vivono nella Città che non dorme mai, con i suoi milioni di abitanti, ma che alla fine si ritrovano sole, a notte fonda, in silenzio davanti a una tazza di caffè.

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Come tutte le figure rappresentate da Hopper nei suoi quadri, anche loro sono come in attesa. Non sono intente a svolgere nessuna particolare attività ma sembrano, al contrario, in attesa di un qualcosa di imprecisato, che forse potrebbe risvegliarle dal loro torpore. Qualcosa che, però, non arriva.

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Lo spettatore ha nel contempo l’impressione di essere parte di questa scena e di esserne escluso. È come se avesse svoltato l’angolo e si fosse ritrovato davanti alla vetrina illuminata del diner; gli basterebbe una manciata di passi per avvicinarsi. Eppure, non vediamo la porta di ingresso. Lo spettatore è costretto ad assistere a questa scena solo da fuori. Allo stesso modo, le quattro figure sono solo fisicamente vicine: la loro incapacità di comunicare le tiene, in realtà, più distanti di quanto sembri.

Lo studioso Gail Levin ha ipotizzato che Hopper si sia ispirato al diner del racconto Gli uccisori di Ernest Hemingway. Pur trovando senz’altro affascinante il parallelismo, non sappiamo se andò davvero così. Edward Hopper, in ogni caso, dichiarò di avere «con tutta probabilità dipinto, a livello inconscio, la solitudine di una grande città». Una solitudine non solo americana, ma che assume un carattere universale.

A proposito di Edward Hopper

Edward Hopper, tra le figure di spicco del Realismo americano, si forma alla New York School of Art. È però determinante per la sua carriera artistica il viaggio che compie a Parigi nel 1906, che gli permette di conoscere meglio la pittura impressionista europea. Dagli impressionisti eredita il taglio fotografico dato alle scene che dipinge, anche se l’atmosfera che si respira nei suoi quadri è molto diversa. I protagonisti, infatti, sono persone comuni che danno l’idea di essere molto sole; la luce è perlopiù fredda, artificiale. La joie de vivre che aveva caratterizzato, per esempio, le opere di Renoir viene soppiantata da una sensazione di inquietudine comune a tutti i quadri di Hopper.

 


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