«Ophelia» di Sir Millais: il dipinto-manifesto di un movimento rivoluzionario

Molte sono le opere che si sono imposte come simboli d’avanguardia e si sono fatte promotrici di una nuova estetica. Baluardi dell’innovazione, vive esortazioni alla rivoluzione artistica, i più grandi capolavori della storia dell’arte sono tali grazie alla loro geniale diversità dalla massa. Fra queste grandi opere non è possibile non includere uno dei più bei dipinti de XIX secolo: Ophelia di Sir John Everett Millais. Membro della Confraternita dei Preraffaelliti, Millais impone con la sua creazione un nuovo modo di intendere l’arte e apre le porte a un’ispirazione illuminata da un nuovo spirito estetico. Ophelia infatti ingloba i precetti di un’arte innovativa e originale, che si prefigge di trarre un’ideale di bellezza eterno e immutabile nella fugacità effimera del quotidiano e così una giovane commessa diviene l’eletta rappresentante di una delle più grandi eroine della letteratura.

Ophelia 1851-2 Sir John Everett Millais, Bt 1829-1896 Presented by Sir Henry Tate 1894 http://www.tate.org.uk/art/work/N01506
Ophelia 1851-2 Sir John Everett Millais, Bt 1829-1896 Presented by Sir Henry Tate 1894 © Tate Gallery

Millais iniziò a realizzare la sua opera nel 1851 vicino all’Hogsmill River a Ewell, nel Surrey, dopo aver finalmente ottenuto i servigi della giovane e bellissima modella Elizabeth Siddal, all’epoca contesa dai suoi “confratelli” Dante Gabriel Rossetti e William Holman Hunt. Archetipo di sofferenza e disperazione, Ophelia irradia la sua aura tragica già nella fase embrionale della realizzazione. Infatti, la giovane modella era stata posta in una vasca piena d’acqua a rappresentare il fiume – tomba di Ophelia, circondata solo da candele per riscaldarsi. Rimasta in quella posizione per diverse ore fino a perdere i sensi, la Siddal si ammalò molto gravemente, senza mai riuscire a guarire del tutto.

Il dipinto raffigura una scena tratta dall’Amleto di William Shakespeare, più precisamente l’atto IV scena VII, quando la giovane Ophelia, dopo l’assassinio del padre per mano del suo promesso Amleto, decide di togliersi la vita annegandosi in un fiume.

«C’è un salice che cresce di traverso a un ruscello e specchia le sue foglie nella vitrea corrente; qui ella venne, il capo adorno di strane ghirlande di ranuncoli, ortiche, margherite e di quei lunghi fiori color porpora che i licenziosi poeti bucolici designano con più corrivo nome ma che le nostre ritrose fanciulle chiaman “dita di morto”; ella lassù, mentre si arrampicava per appendere l’erboree sue ghirlande ai rami penduli, un ramo, invidioso, s’è spezzato e gli erbosi trofei ed ella stessa sono caduti nel piangente fiume. Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua, l’han sostenuta per un poco a galla, nel mentre ch’ella, come una sirena, cantava spunti d’antiche canzoni, come incosciente della sua sciagura o come una creatura d’altro regno e familiare con quell’elemento. Ma non per molto, perché le sue vesti appesantite dall’acqua assorbita, trascinaron la misera dal letto del suo canto a una fangosa morte». 

Questo dipinto, a un primo sguardo semplice rappresentazione di una scena, ha un’alta carica simbolica e niente viene lasciato al caso. Ophelia morente è completamente circondata da fiori, il cui significato nascosto racconta la tragica storia della donna.

I ranuncoli nella parte inferiore del dipinto rappresentano l’ingratitudine e l’infantilità. Il salice piangente che si riversa sul suo corpo è il pianto di chi viene abbandonato dal proprio amato. L’ortica sotto il salice è simbolo di dolore e sofferenza.

Le margherite che le galleggiano accanto raffigurano l’innocenza, la rosa è la gioventù, la bellezza e l’amore, mentre le violette che le cingono il collo annunciano una morte prematura.


E infine il papavero, simbolo incontrastato di morte e anche triste segno premonitore della morte della musa (la giovane Siddal morirà infatti suicida per un’overdose di laudano, ricavato appunto dal papavero).

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Il teschio e il pettirosso che vegliano silenziosi su una morte futile, ecco che Ophelia silenziosamente scivola nel freddo sonno della morte, che giunge come trionfante liberatrice da un tormento inconsolabile.

Il volto della donna non mostra paura, non un accenno di rimpianto vela la sua espressione, che invece si pone stanco, esausto dopo una lacerante pazzia e pronto a lasciare che le membra diventino fluide, appendici dei rivoli d’acqua che carezzano il suo corpo.

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I suoi colori si inglobano nei riflessi iridescenti dei fiori specchiati nel fiume. E finalmente Ophelia si abbandona, sul confine infinito che separa la vita e la morte, sulle acque tristi del Lete che cancellano il ricordo dei suoi affanni. Grazie all’uso dei colori ad olio, che conferiscono al dipinto una luce quasi temporalesca, di cieli avvolti da nubi cariche d’acqua, i colori brillano in maniera vivace e lucida, facendo emergere nitidamente i dettagli e rendendo la scena estremamente fluida e armoniosa. Amata da molti artisti dell’epoca, considerata dal critico John Ruskin come il simbolo meraviglioso del nascente preraffaellismo, Ophelia di Sir Millais è un capolavoro brillante, che proietta una bellezza avvolgente al quale lo spettatore non può sottrarsi, spandendo effluvi ipnotici che ci trascinano nello scorrere del fiume, come avvolti nel vortice di un’esistenza diversa, vicini al dolore di Ophelia, vicini al suo corpo e immersi nell’acqua che dolcemente ci lascia passare come fiori nelle sue mani.

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