Quo vadis, Europa?

L’Europa che conosciamo e che ci ha fatto sentire uniti oggi sta soffrendo. Soffre dell’egoismo dei singoli, lasciandoci quasi inermi tra le mura dorate delle nostre abitazioni. 

Forse è sbagliata, forse siamo noi ad aver sbagliato finora, o forse sbaglia chi al primo ostacolo si chiude a riccio, chiedendo magari i pieni poteri e l’aiuto della Vergine Maria. La crisi che il nostro continente sta affrontando pone poche semplici domande: Chi siamo? Ma soprattutto, dove andiamo? 

Nord/Sud: l’Europa è divisa?

Ogni momento di crisi rende palesi i limiti e le storture dei sistemi politici, economici e sociali di ogni paese. Sembra evidente che il caso del COVID-19 non sia differente. Siamo di fronte ad uno shock che colpisce con intensità differente tutti gli Stati membri dell’Unione Europea e per il quale servono soluzioni nuove ed efficienti. 

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Il primo problema è che l’emergenza non sia stata considerata un problema europeo sin dall’inizio. La valutazione diversificata delle conseguenze dello shock ha portato a prendere misure diverse paese per paese. A ciò si uniscono limiti propri dell’UE, come il confronto Nord-Sud e l’eterno dibattito tra l’Europa vista in senso intergovernativo e l’Europa come sistema comunitario. 

Sin dai primi confronti tra paesi europei in sede di Consiglio, si è puntualmente riproposto lo scontro tra fazioni: i rigoristi del Nord che si oppongono alle richieste di flessibilità da parte dei paesi dell’Europa meridionale. Nel momento in cui servirebbe trovare soluzioni comuni, il gruppo guidato da Germania e Olanda attualmente si oppone alle proposte che garantirebbero maggiore liquidità ai paesi colpiti dall’emergenza, portate avanti dal gruppo Italia, Francia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Spagna, Slovenia e Portogallo

Europa

A voler mal pensare, è come se subire le conseguenze nefaste di un’emergenza sanitaria potesse segretamente ricollegarsi al debito pubblico accumulato negli anni o all’instabilità del proprio governo. La domanda che ci si pone è: cos’altro deve succedere per sostituire la parola “rigore” con la parola “unità”, “solidarietà” o addirittura “grandezza”?

In tal senso, assume una rilevanza non indifferente la scelta tra un sistema intergovernativo, che dia maggior peso agli Stati e ai loro interessi nazionali, e un sistema comunitario, che disponga di istituzioni efficienti che possano prendere decisioni in nome di un superiore “interesse europeo”. Sorge spontaneo chiedersi quale sia il senso di un tale attendismo. Servirebbe la migliore risposta in questo momento storico in cui l’Europa mette in gioco il suo futuro e la sua stessa esistenza. Insomma: serve un’Europa e serve ora!

Cosa fa l’Europa per l’Europa?

L’Unione Europea affronta oggi una crisi socio-sanitaria senza eguali che mette a dura prova i sistemi sanitari e la tenuta sociale di tutti gli Stati membri, in vista delle sue ricadute nel sistema produttivo e nei consumi dei singoli paesi. 

È necessario sottolineare, però, che la maggior parte degli aiuti arrivati agli Stati europei che subiscono gli effetti della pandemia provengono dall’Unione Europea o dai suoi Stati membri

Tra le risposte adottate per fronteggiare l’attuale situazione, vi è la concessione di una maggiore flessibilità agli Stati in materia di aiuti di Stato, generalmente vietati. Ciò permette ai singoli Stati membri di stanziare fondi per sostenere imprese e lavoratori. Ne è un esempio lo stanziamento da parte del Governo italiano di 50 mln di euro per la produzione/fornitura di dispositivi medici e lo stanziamento, annunciato ieri dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’Economia Roberto Gualteri, di 400 miliardi di euro a sostegno delle imprese. A questa misura, si somma l’attivazione della Clausola di salvaguardia generale del Patto di Stabilità e Crescita, che sospende il vincolo del rapporto deficit/PIL inferiore al 3%, concedendo ai singoli Stati maggiori margini di spesa.

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Inoltre, la Banca Centrale Europea ha stanziato un pacchetto di emergenza da 750 mld di euro, che comporta l’acquisto di titoli di Stato. Gli Stati Membri potranno quindi vendere i titoli direttamente alla BCE beneficiando di un tasso di interesse inferiore rispetto a quello di mercato.

Altre misure adottate su proposta della Commissione europea – il cui Commissario agli Affari Economici, ricordiamo, è l’italiano Paolo Gentiloni – implicano la destinazione a tale emergenza di 37 mld di euro (all’Italia ne spettano circa 9, ndr), rientranti nell’ambito della politica di coesione, e di fondi strutturali non utilizzati. Ulteriore strumento di solidarietà a favore di imprese e lavoratori è SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), una forma di Cassa integrazione europea che sosterrà il sistema economico attraverso lo stanziamento di circa 100 mld di euro complessivi. 

Guarda il talk sul tema organizzato da Frammenti Rivista con l’eurodeputato Brando Benifei:

Cosa sta succedendo in Europa?

Da un lato la questione ungherese, con il premier Viktor Orbàn che ha ottenuto i pieni poteri; dall'altro il dibattito su come affrontare la crisi economica conseguente al Coronavirus. Quando tutto finirà, cosa ne sarà dell'Unione Europea?Michele Castelnovo e Agnese Zappalà ne discutono con l'eurodeputato Brando Benifei.

Pubblicato da Frammenti – Rivista di attualità e cultura su Sabato 4 aprile 2020

Servono risposte che siano efficienti e concrete

La politica è fatta di passione, competenza e collaborazione, ma, al giorno d’oggi, assume un ruolo sempre più importante la percezione. La politica è ciò che si sente a pelle, è l’aria che si respira, è qualcosa di tangibile che ci fa gioire o sentire abbandonati

Il Presidente del Parlamento Europeo, l’italiano David Sassoli
fonte: europarl.europa.eu

Sicuramente, le uscite scomposte e le risposte tiepide da parte delle istituzioni dell’Unione non portano a nulla di buono. Indeboliscono l’efficacia delle misure nazionali e danneggiano l’immagine dell’Europa, tanto che è più facile parlare degli aiuti in mascherine e materiale medico da parte di Russia, Cuba o Vietnam che dell’ipotesi di una Cassa integrazione europea. 

Servono risposte concrete da parte delle Istituzioni Europee, cuore pulsante della nostra Europa. In tal senso, è necessario che le varie misure uniscano e che siano viste come strumenti comuni in una lotta che non esclude nessuno degli Stati membri. Alle misure europee già sul piatto, sarà necessario affiancare delle altre che siano il frutto del dialogo interstatale tra i paesi membri dell’UE, ricordando che tra i principi alla base della nostra Unione, oltre alla democrazia, alla rule of law e al rispetto dei diritti umani, vi è anche la solidarietà.

Nessuno si salva da solo: o si vince tutti insieme o si perde tutti insieme

La nostra storia ci insegna che essere diversi non significa essere divisi. Siamo nati dalle macerie della Seconda guerra mondiale, una lotta fratricida tra sistemi illiberali che ha portato alla distruzione di un continente intero. Abbiamo costruito insieme un mercato unico, una cooperazione economica e siamo diventati un punto di riferimento in ambito diplomatico e di politica estera. 

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Adesso serve fare un passo in più. Serve un’Europa che sia anche sociale. Serve un’Europa in cui i lavoratori abbiano i medesimi diritti in ogni angolo del continente e non vi siano cittadini europei di serie A e di serie B. Un’Unione tra Stati il cui sistema tributario sia uno solo per tutti. Un’Europa che non si divida al primo ostacolo, ma che guardi insieme verso lo stesso orizzonte. Un giorno forse ricorderemo questa emergenza come un brutto sogno, come un ostacolo superato insieme e che ci ha resi più uniti, pur nella sua drammaticità. Ma fino ad allora dobbiamo combattere. Uno accanto all’altro. 


Immagine in copertina: Photo by Markus Spiske on Unsplash


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Giuseppe Vito Ales
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