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Colson Whitehead e la violenza razziale ne «I ragazzi della Nickel»

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22 minuti di lettura

Dopo il successo de La ferrovia sotterranea (in originale: The Underground Railroad), che gli valse sia il National Book Award del 2016 che il Premio Pulitzer nel 2017, Colson Whitehead ha pubblicto nel 2019 I ragazzi della Nickel (in originale: The Nickel Boys), pubblicato in Italia da Mondadori (acquista) con traduzione a cura di Silvia Pareschi.

Con questo romanzo, Colson Whitehead ha vinto il Premio Pulitzer 2020, arrivando, così, a vincere il prestigioso premio per la seconda volta, diventando il quarto autore in assoluto a vincerlo per due volte dopo Booth Tarkington, William Faulkner e John UpdikeLa giuria del premio ha descritto I ragazzi della Nickel con le seguenti parole:

«A spare and devastating exploration of abuse at a reform school in Jim Crow-era Florida that is ultimately a powerful tale of human perseverance, dignity and redemption.»

«Un’indagine asciutta e sconvolgente della violenza in un riformatorio in Florida ai tempi delle Leggi Jim Crow: in definitiva una storia potente di determinazione umana, dignità e riscatto» *

*Traduzione a cura dell’autore dell’articolo

«I ragazzi della Nickel»: la trama del romanzo

I ragazzi della Nickel è ispirato alla storia vera della Arthur G. Dozier School for Boys (detta anche Florida School for Boys) di Marianna, in Florida, riformatorio aperto nel 1900 e chiuso nel 2011 a seguito di un’indagine che ne ha rivelato la natura violenta e orrifica.

La storia del romanzo è ambientata negli anni Sessanta a Frenchtown, cittadina di Tallahassee, in Florida, e ha per protagonista Elwood Curtis. Egli è orfano dei genitori, Percy ed Evelyn, e vive con la nonna Harriet. È un grande sostenitore di Martin Luther King, di cui ascolta sempre i suoi discorsi e l’LP Martin Luther King at Zion Hill

Elwood assimila presto le massime del reverendo battista, e stringerà amicizia con il signor Hill, professore della Lincoln High School che lo spronerà a prendere parte ai moti di protesta dei Diritti Civili che passeranno anche per Frenchtown.

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Tutto, però, assumerà una piega inaspettata: Elwood, infatti, mentre è sulla via per il college, il Melvin Griggs, accetta il passaggio di un certo Rodney a bordo di una «Plymouth Fury del ’61 color verde brillante». Si tratta, in realtà, di un’auto rubata, e ciò comporterà l’arresto di Elwood per un reato che non ha mai commesso, situazione con cui ai tempi gli afroamericani hanno sempre dovuto fare i conti, ma che suona ancora attuale.

A seguito dell’arresto, il tribunale disporrà il trasferimento di Elwood alla Nickel Academy (il riformatorio fittizio ispirato alla Arthur G. Dozier School for Boys), nata nel 1899 con il nome Florida Industrial School for Boys, una scuola-riformatorio con il compito di rieducare alla vita civile ragazzi dalla vita difficile e con problemi comportamentali, che si presenta come:

«un riformatorio dove il delinquente minorile, separato dai complici malvagi, possa ricevere una preparazione fisica, intellettuale e morale, venire riabilitato e reintegrato nella comunità con intenzioni e carattere adatti a un buon cittadino, a un uomo rispettabile e onesto con un mestiere o un’occupazione qualificata che gli permettano di mantenersi». 

Quella che però si presenta come una scuola che fa dell’integrità e della morale dei suoi punti di forza si scoprirà essere un luogo dell’orrore, dove prevale la legge della violenza e del più forte, un luogo in cui sarà sempre più difficile sopravvivere, ma che una volta chiuso continuerà a tormentare la vita di chi ci è stato.

Le analogie con «La ferrovia sotterranea»: lotta continua per i Diritti Civili

Chi ha già avuto modo di leggere La ferrovia sotterranea, avrà notato come fra quest’ultimo e I ragazzi della Nickel ci siano alcuni punti in contatto, al punto da pensare che fra i due ci sia un dialogo che porta alla costruzione di una storia afroamericana fatta di continue lotte per la libertà e per l’uguaglianza contro la violenza e l’oppressione, sempre presenti e dalle quali è impossibile fuggire.

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In primo luogo, entrambi i romanzi prendono spunto da vicende storiche che l’autore ha avuto modo di approfondire con un accurato lavoro di ricerca. Da un lato l’Underground Railroad, rete di percorsi segreti che portava gli schiavi afroamericani nel XIX secolo a fuggire verso gli stati liberi degli USA, in Canada, Messico od oltreoceano con l’aiuto degli abolizionisti, che l’autore trasforma in una vera e propria ferrovia sotterranea. Dall’altro la già citata Arthur G. Dozier School for Boys, della cui storia Colson Whitehead è venuto a conoscenza nel 2014 attraverso Twitter.

«La ferrovia sotterranea» e «I ragazzi della Nickel»: continuità tra schiavismo e Nickel Academy

Un altro aspetto da considerare è anche il fatto che La ferrovia sotterranea ha un finale aperto, nel quale Cora, una volta uscita dalla galleria e scappata dal cacciatore di taglie Ridgeway, accetta il passaggio di un cocchiere diretto verso la California, lasciando immaginare al lettore se Cora incontrerà finalmente la tanto agognata libertà o finirà di nuovo prigioniera degli schiavisti.

Considerando, comunque, che i personaggi e le ambientazioni sono diversi, si può supporre un collegamento ideale tra i due romanzi. Con I ragazzi della Nickel, Colson Whitehead cerca, infatti, di dare una risposta agli interrogativi lasciati aperti da La ferrovia sotterranea, dimostrando come la lotta per la libertà e i Diritti Civili sia qualcosa di continuo, che si deve sempre rinnovare, poiché la violenza razziale del passato è ancora attuale nella contemporaneità degli Stati Uniti.

Su questo punto, Colson Whitehead afferma quanto segue nell’intervista a cura di Alessandra Castellazzi per il Tascabile:

«Mentre scrivevo di suprematisti bianchi nel 1850 nella Ferrovia sotterranea non mi aspettavo che avremmo avuto un presidente suprematista come Donald Trump. Le cose cambiano e non cambiano mai. I cacciatori di schiavi che fermano le persone – libere e non – nella Ferrovia sotterranea, i giovani di colore che tuttora vengono fermati e interrogati dalla polizia: c’è un continuum tra i cacciatori di schiavi e gli ufficiali di polizia bianchi oggi. Sono diverse manifestazioni di uno stesso problema, di un comportamento, nel corso del tempo.»

Questa affermazione, dunque, suggerisce nel romanzo continuità tra lo schiavismo del XIX secolo e le atrocità commesse nella Nickel Academy, ribadita anche nel corso del romanzo:

«Dai loro padri avevano imparato come si tiene in riga uno schiavo, una brutale eredità trasmessa come una consuetudine di famiglia. Portarlo via dai suoi cari, frustarlo finchè non ricorda altro che la frusta, incatenarlo perché non conosca altro che le catene. […] Dopo la guerra di secessione, quando una multa di cinque dollari per la violazione di una legge di Jim Crow – vagabondaggio, cambiamento non autorizzato di datore di lavoro, “contatto arrogante” e quant’altro – trascinava uomini e donne neri nelle fauci del peonaggio, i figli dei bianchi ricordarono le tradizioni di famiglia.»

La Nickel Academy come luogo di violenza e ingiustizia

Entrato per la prima volta alla Nickel, Elwood nota i prati lussureggianti e gli edifici di mattone tenuti in buono stato, con alberi che facevano ombra, caratteristiche che per lui ne fanno una scuola dignitosa. Dietro a questa realtà, però, si nasconde un luogo pieno di sopraffazione e violenza, dove non viene impartita nessun tipo di educazione scolastica

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Elwood entrerà in contatto con quella violenza per la prima volta nella capanna degli attrezzi chiamata Casa Bianca o Fabbrica del Gelato, nomi rassicuranti che ne celano la vera natura violenta. Lì, infatti, a seguito di una rissa con CoreyLonnie e Black MikeElwood verrà preso a frustate e portato all’ospedale dell’istituto. Ciò che nota è che l’aggredito, Corey, subirà più frustate dei suoi aggressori, portando il protagonista a concepire il tutto come un sistema di insensata violenza e di ingiustizia:

«Corey ne prese circa settanta – Elwood perse il conto un paio di volte – e non aveva senso: perché gli aggressori ne prendevano meno dell’aggredito? Adesso non sapeva più cosa lo aspettava. Non aveva senso. Forse anche loro avevano contato male. Forse non c’era nessun sistema alla base della violenza, e nessuno, né i sorveglianti né il sorvegliato, sapeva cosa succedeva e perché.»

Ricoverato in ospedale, Elwood si rende conto, leggendo l’opuscolo celebrativo del cinquantesimo anniversario della Nickel, che dietro ai sorrisi dei ragazzi nelle foto si nascondeva uno sguardo spento, e che «i criminali violenti […] facevano tutti parte del personale».

L’incontro con Jack Turner

Durante il suo ricovero incontrerà Jack Turner, ragazzo finito per la seconda volta alla Nickel a seguito di atti di vandalismo contro il cuoco della pista da bowling dove lavorava. Turner si può considerare controparte di Elwood per il suo cinismo e la sua concretezza. Egli, infatti, smaschera la vera natura della Nickel, sostenendo che «qui non c’è niente che cambia le persone. Qui dentro e là fuori è la stessa cosa, solo che qui dentro non si deve più fingere» e che:

«La chiave per sopravvivere qui dentro è la stessa che serve per sopravvivere là fuori: devi guardare come si comportano gli altri, e poi devi imparare a girargli intorno come in un percorso a ostacoli. Se vuoi uscire di qui.»

Turner fa capire che Elwood dovrà cavarsela da solo, ma anche che:

«La Nickel era razzista di brutto – la metà della gente che lavorava lì probabilmente si metteva il cappuccio del Klan nel fine settimana -, ma per come la vedeva lui la cattiveria andava più in profondità del colore della pelle. Era Spencer. Era Spencer ed era Griff ed erano tutti i genitori che permettevano che i loro figli finissero lì. Erano le persone.» 

Jack Turner e l’impossibilità di fuggire dal passato

Tuttavia, Elwood cerca in ogni modo di sopravvivere, cercando di studiare per avanzare di grado, leggendo libri di letteratura inglese trovati pulendo il seminterrato della scuola e immagazzinando nella sua mente le immagini del mondo esterno, con cui rientra in contatto lavorando ai servizi comunitari con il bianco Harper e lo stesso Turner.

Tutto ciò, assieme alle sue idee di fuga, sono per lui un modo per restare umani in un luogo senza umanità, dove l’unico modo per sopravvivere è la sopportazione degli abusi, come suggerisce un passaggio tratto da La lettera dalla prigione di Birmingham di Martin Luther King la cui lettura fa compagnia al protagonista. 

La fuga avrà successivamente luogo, ma per Elwood sarà fatale. La narrazione si concentra allora su Jack Turner, il quale assumerà l’identità dell’amico defunto, diventerà proprietario di una ditta di traslochi a New York e si sposerà. Ben presto, però, si accorgerà che il passato della Nickel è lungi dall’essere dimenticato

La vita dopo la Nickel Academy

Già nelle prime pagine del romanzo, quando i notiziari trasmettono le immagini dei ritrovamenti dei resti di ragazzini torturati nel periodo di attività della Nickel, Turner capisce che «tutto questo non era affatto lontano. Non lo sarebbe mai stato».

Sono tanti i segnali che fanno capire come il passato di Turner sia ancora presente: già il fatto di aver assunto l’identità di Elwood dimostra l’impossibilità di liberarsi del suo passato. Oltre a questo, anche il nome della ditta di traslochi, che chiama Asso Traslochi (il nome Asso richiama il grado più alto che gli studenti della Nickel potevano ottenere oltre a quelli di Mulo, Esploratore e Pioniere), e l’incontro con Chickie Pete, suo ex compagno alla Nickel devastato dall’alcol. 

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Questi elementi fanno capire come sia difficile riadattarsi alla vita normale dopo un’esperienza crudele come quella alla Nickel. Lo stesso Turner afferma che tutti coloro che sono stati in quel riformatorio erano «svantaggiati e azzoppati ancora prima che la gara cominciasse, senza poter capire come essere normali» e che «sarebbero sempre stati in fuga, indipendentemente da come erano usciti da quella scuola».

La scuola, afferma Turner, «non si fermava quando usciva. Ti storceva in tutti i modi finché non eri più capace di rigare dritto, e quando te ne andavi eri ormai completamente deformato». Pensieri talmente tormentati che portano Turner a credere che dopo la morte ad attenderlo in paradiso ci sarà la Nickel con tutte le anime spezzate dei suoi detenuti.

Il coraggio di raccontare la violenza per avere giustizia

Nonostante porti ancora i segni dei vecchi tempi sulla schiena e cerchi ancora di comprendere le usanze di quella che definisce gente normale, il notiziario sulla Nickel lo porta alla seguente riflessione:

«Chi parlava per i neri? Era ora che qualcuno lo facesse. Quando aveva visto la proprietà e gli edifici infestati dai fantasmi al telegiornale della notte, aveva capito che doveva andare. Per raccontare la storia di Elwood, infischiandone delle conseguenze. […] Avrebbe trovato la tomba di Elwood e avrebbe parlato all’amico della propria vita dopo che lui era stato abbattuto in quel pascolo. Di come quel momento era cresciuto dentro di lui e gli aveva cambiato l’esistenza. Avrebbe detto allo sceriffo chi era, avrebbe raccontato la storia di Elwood e di quello che gli avevano fatto quando aveva cercato di mettere fine ai loro crimini.»

Turner comprende che l’unico modo per affrontare il dolore provato in passato, che ancora lo tormenta nel momento in cui la notte ha gli incubi oppure quando vede una scena di violenza al cinema, è quello di raccontarlo. Raccontare di Elwood e della sua lotta per un mondo migliore e ricordare tutte le cattiverie subite è l’unico modo di fare giustizia a tutti gli innocenti che hanno perso la vita per colpa di un sistema di oppressione e violenza che sembra non avere mai fine e continuare a combattere per un mondo più libero ed equo.

«I ragazzi della Nickel»: un’indagine asciutta e sconvolgente della violenza razziale

Con I ragazzi della Nickel, Colson Whitehead scrive ancora una volta un romanzo potente partendo da un fatto storico reale, facendo luce su un lato della storia americana sconosciuto ma allo stesso tempo atroce. L’America’s Storyteller (il narratore d’America), come lo ha definito il Time Magazine, mostra ancora una volta come passato e presente siano sempre collegati tra loro attraverso la violenza e l’oppressione dei più deboli e indifesi, e come la libertà non sia un dato di fatto, ma qualcosa che va conquistato duramente.

La violenza del passato è sempre pronta a tornare, ma come ha insegnato Martin Luther King, all’odio bisogna rispondere con l’amore, la forza d’animo e il coraggio di dire la verità: «Ma state certi che vi logoreremo con la nostra capacità di sopportazione, e un giorno conquisteremo la libertà».

 


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Alberto Paolo Palumbo

Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e attualmente frequentante la magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee con percorso bilingue in inglese e tedesco.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda