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Richard Yates, una solitudine in mezzo a tante

Richard Yates, da molti conosciuto come lo scrittore infelice, trova il suo equilibrio nei racconti. I suoi libri sono una miscela esplosiva di vita, quella vera, molto lontana dalla perfezione del Mulino Bianco o dalla rigidità di Carver.

Nato nel 1926, nei suoi romanzi rielabora tutti i suoi traumi, raccontando l’America borghese, descrivendo la (non poi così tanto) terra promessa. I genitori, sempre presenti nei suoi romanzi, mettono da parte le loro carriere da artisti per riuscire a vivere e mantenere la famiglia. Il loro è un matrimonio infelice che sfocerà, senza via di recupero, in un divorzio. Allo stesso tempo, Richard Yates è un giovane americano cresciuto negli anni sbagliati. Arriva il momento di arruolarsi come soldato, è da poco scoppiata la seconda guerra mondiale, prestando servizio prima in Francia e dopo in Germania. Sono anni fatali per la sua salute, tanto da provocargli una tubercolosi che porterà con sé fino alla morte nel 1992.

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Padre di tre figlie, avute da tre mogli diverse, Richard Yates vive della sua scrittura. Nei suoi racconti mostra quella che è la vergognosa intimità celata dietro le tende delle finestre, la vita così com’è. Fatta di segreti, peccati, distrazioni, litigi inutili. C’è sempre un momento in cui i suoi suoi protagonisti vengono colti da un’incolmabile degenerazione. È la scoperta del fallimento, a coglierli impreparati. L’American dream, di cui si sente tanto parlare, non è altro che una vocina che ripete: inutile. Paralizzati, insoddisfatti. È così che si mostrano i personaggi dei racconti di Undici solitudini (acquista), pubblicata nel 1962. Le solitudini di cui parla sono un riflesso delle esperienze vissute dallo scrittore: dall’ambiente scolastico alle crisi coniugali, passando per le storie di aspiranti scrittori.

[…] sulla faccia di Carson Ken vide dipinta l’espressione, stranamente familiare, del suo stesso animo, la medesima espressione che lui, Platt Culo di Lardo, aveva mostrato tutta la vita agli altri: lo sguardo di un essere tormentato, vulnerabile, incapace d’indipendenza, desideroso di sorridere, uno sguardo che diceva: «Non lasciatemi solo, per favore».

Sono vittime e carnefici della loro quotidianità che non permette loro di sentirsi sazi della vita. Benestanti, certo, ma schiacciati dalla quotidianità e dal peso dei loro accattivanti sogni. La fiducia è una potenzialità che non hanno mai sperimentato.

Ogni personaggio diventa un burattino utile per dominare le nevrosi del passato. Il lieto fine non esiste, nelle sue opere la fine non è mai reale. I suoi protagonisti vengo immortalati in un istante, un fermo immagine, un quadro mai definitivo, anzi: è più un ciclo continuo. La loro vita non cambierà mai, non migliorerà, eppure la speranza è sempre lì tra le righe.

E, allora, viene spontaneo chiedersi… dov’è il bello dell’essere umano? Ma è proprio questo.

Serena Votano

 


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Serena Votano

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