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Riprendiamoci il futuro

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protesta studenti

I dati diffusi nel rapporto annuale Istat del 2016 tratteggiano una situazione drammatica per i giovani italiani. Intrappolata tra il precariato, tra la disoccupazione e la sovraistruzione, la generazione under30 non ha davanti a sé un futuro particolarmente roseo. Anzi.

La popolazione residente in Italia nel 2015 è calata di 139mila unità, per un totale di 60,7 milioni di abitanti. Ogni 100 giovani con meno di 15 anni ci sono 161,1 anziani con più di 65 anni. Questi dati collocano il nostro paese tra i più vecchi del mondo insieme a Giappone e Germania. Inoltre aumentano le morti e diminuiscono le nascite, proseguendo un trend che si protrae già da svariati anni. Gli italiani con meno di 24 anni sono meno del 25% del totale, contro il 30,4% della Francia. Insomma, il nostro – ma questo già si sapeva – non è un paese per giovani. Ma nemmeno di giovani.

Nello scorso anno la disoccupazione in Italia è calata per la prima volta dal 2008, passando dal 12,7% del 2014 al 11,9% – in termini meno asettici, significa che 203mila persone non sono più disoccupate. Ma, analizzando i dati, si scopre che questo aumento dell’occupazione è dovuto all’aumento di lavoratori nella fascia di età 50-64, evidente conseguenza del ritardo nell’andare in pensione. Nel 2008 l’occupazione giovanile si assestava al 50,3%, lo scorso anno al 39,2%. Nel 2015 si è attenuata la caduta libera, ma il dato rimane drammatico, soprattutto se si considera che i Neet  (giovani fra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano né seguono percorsi formativi) sono più di 2,3 milioni – mezzo milione in più rispetto al 2008, anche se leggermente meno (-2,7%) rispetto al 2014.

Nel 2005 il tasso di occupazione di un laureato di 30-34 anni era del 79,5%, mentre oggi è del 73,7%: nemmeno la laurea dà più la certezza di trovare un lavoro. Anche perché il numero di giovani sovraistruiti («Lavoratori che svolgono una professione per la quale è richiesto un titolo di studio inferiore a quello posseduto») tra i 15 e i 34 anni è del 37,1%.

A questo quadro drammatico si aggiunga pure l’aumento delle diseguaglianze sociali, tema completamente sparito dal dibattito politico. L’accesso al mercato del lavoro dipende considerevolmente dalla posizione di partenza. «L’Italia è tra i Paesi dove è maggiore infatti il vantaggio degli individui con status di partenza “alto”, cioè che a 14 anni vivevano in una casa di proprietà e che avevano almeno un genitore laureato e con professione manageriale», spiega la Repubblica. A ciò si aggiunga l’allarme lanciato da Tito Boeri, presidente dell’Inps, ad aprile: i nati negli anni ’80, stando ai criteri attuali, andranno in pensione a 75 anni.

Questi sono i freddi numeri, che descrivono impietosamente la realtà dei giovani nel nostro paese: una generazione a cui è stato tolto il futuro, senza speranza, senza sogni e rassegnata – come dimostrato dalla crescente disaffezione verso la politica.

Un riscatto di questa nuova lost generation non può che venire da noi giovani stessi. È ora di prendere coscienza della situazione, di organizzarsi e di scendere nelle piazze rivendicando il diritto al futuro. È ora di lanciare una battaglia generazionale per chiedere il diritto al lavoro e a una vita dignitosa. È ora di riprenderci il futuro.

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Michele Castelnovo

Classe 1992. Laureato in Filosofia. Giornalista pubblicista. Direttore di Frammenti Rivista e del suo network. Creator di Trekking Lecco. La mia vita è un pendolo che oscilla quotidianamente tra Lecco e Milano. Vedo gente, scrivo cose. Soprattutto, mi prendo terribilmente poco sul serio.

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