Semiologia degli scacchi: qualche farneticazione

Siamo di fronte a una scacchiera. I pezzi sono già adagiati nei rispettivi spazi: torre, cavallo, alfiere, regina, re, alfiere, cavallo e ancora torre, protetti dai pedoni. Quattro caselle separano i pedoni bianchi dai neri: uno, due, tre, quattro e lo schema si ripete, simmetricamente.

È il turno del bianco. Ha 20 mosse legali. Ne sceglie una: e4. Tocca il nero. Può rispondere anch’egli con 20 mosse. Va per la via breve: e5. Si sta sviluppando una battaglia per il centro. Tocca il bianco: ora le mosse possibili sono 400, non tutte razionali. Cavallo in f3. Il nero risponde con cavallo in c6. Dopo due mosse le possibilità sono circa 160.000. Si sviluppa la variante Berlino della Spagnola: alfiere in b5 per il bianco, per il nero cavallo in f6. Ora le possibilità sono 64.000.000.

Scacchi
Variante Berlino dell’apertura spagnola

Negli scacchi le possibili azioni s’immillano man mano che il gioco procede. È il terreno di Leibniz, del calcolo dei compossibili e degli incompossibili, una costante battaglia per la variazione migliore, senonché in Leibniz un Dio sommamente buono sceglie il migliore dei mondi. Qui, invece, abbiamo due Dei che si contendono ad ogni mossa la creazione di un mondo nuovo, a vantaggio di sé, del proprio immanente gioco. Due Dei opposti e manichei, bianco e nero, pienezza di luce e sua totale assenza. Basterebbe questa silenziosa simbologia, questo straniante incontro di mondi al limite della mano, questo vertiginoso calcolo di Dei ignari per essere catturati dalle 64 case della scacchiera.

I pezzi degli scacchi

I pezzi degli scacchi posseggono caratteristiche intrinseche, sono a priori soggetti di una sintassi di gioco, non mutano la loro essenza secondo la posizione, ma solo il loro significato d’uso. Il cavallo è un cavallo, l’alfiere un alfiere, la regina una regina. In quanto posseggono caratteristiche intrinseche essi sono innanzitutto codificati, posseggono una carica di potenza espressiva determinata dalle regole del gioco. In questo senso si inseriscono sempre in una sintassi, non fuoriescono dal circuito delle possibilità, ma sono segnati, dacché sono sulla scacchiera, di un destino.

Gilles Deleuze gioca a scacchi
Gilles Deleuze in posizione di vantaggio

I pezzi degli scacchi ineriscono alla scacchiera, non sono a parte, un’esteriorità che irrompe nel gioco quando vengono posizionati, ma sono immanenti alla stessa, espressioni del territorio-scacchiera, punti gerarchici dello spazio di gioco. Emergono dalla casa di partenza: e1 possiede il re bianco, è il suo pezzo, come e8 il re nero. Contrariamente a Go, i cui pezzi sono monadi senza proprietà, «elementi di un concatenamento macchinico non soggettivo» [1], non si può pensare a una scacchiera senza i suoi pezzi, altrimenti sarebbe destituita del suo senso, sarebbe un vocabolario senza lemmi, una frase senza particelle. I pezzi sono parte dello spazio, elementi della sintassi, intercambiabili ma non sostituibili. Lo spazio degli scacchi è uno spazio striato, costituito gerarchicamente, che trattiene in sé la potenza della relazione e della fissità. Gli scacchi sono paragonabili a un sogno logico, un campo oggettivo di specificazione e costruzione della frase.

Lo spazio degli scacchi e la battaglia

Ogni pezzo è attuale soltanto nel gioco, in quanto mosso in un determinato modo, altrimenti resta muto, punto fisso, riferimento, virtualità d’azione. Uno dei più profondi innovatori degli scacchi, Aaron Nimzowitsch, appartenente alla scuola ipermoderna, ebbe a dire: «la potenza difensiva di un pezzo inchiodato è solo immaginaria». L’inchiodatura, che è l’impossibilità di muovere un pezzo per evitare la cattura di un altro, ci mostra l’essenziale virtualità della potenza di un pezzo, il suo essere innanzitutto potenziale, benché connotato.

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Eppure, anche prima dell’apertura, i pezzi significano, orientano, costituiscono i punti cardinali della scacchiera. Lo spazio degli scacchi è uno spazio chiuso, costituito urbanisticamente, secondo punti chiari e coordinati. In questo senso, la battaglia che occorre è una battaglia fra stati, sottomessa a leggi, una sfida di corte: è assente la dinamica esplosiva della guerriglia, l’irruzione incomprensibile dei barbari; piuttosto s’assiste, in virtù della codificazione dei pezzi, a una «guerra istituizionalizzata, regolata, codificata, con un fronte, delle retrovie, delle battaglie» [2], donde, in quanto evento di uno spazio finito, concentra nella conquista dello spazio la manovra di gioco. Negli scacchi quando si apre si tenta di occupare il centro: vi è una gravità che porta i pezzi a un fine, che spinge la mano a uno scopo. Lo spazio degli scacchi è gerarchico, sistematizzato, possiede il suo senso, la sua chiave di decifrazione.

«Ajedrez» di Jorge Luis Borges

Una tale follia logica non poteva non affascinare Jorge Luis Borges, che dedicò al gioco degli scacchi una poesia, composta da due sonetti, intitolata Ajedrez (ossia “scacchi”).

Jorge Luis Borges
Jorge Luis Borges

Più che della delicata semiotica degli scacchi, Borges è sorpreso del senso allegorico del gioco: i pezzi non sanno che la mano del giocatore comanda il loro destino, non conoscono il «rigore adamantino» che «regge il loro arbitrio e il loro viaggio». Ma, similmente, in piena vertigine borgesiana, il giocatore è altrettanto ignaro di essere come il pezzo che muove, parte «di un’altra scacchiera / di nere notti e di bianchi giorni», così come il Dio che muove il giocatore è ignaro di essere mosso da un altro Dio, da una causa prima invisibile:

Dio muove il giocatore, e questi il pezzo.
Che dio dietro di Dio la trama inizia
di tempo e sogno e polvere e agonie? [3]

Ritorna il tema de Le rovine circolari, in Finzioni, dove un uomo crea un uomo in sogno, ignaro anch’egli di essere prodotto di un sogno. Ciò che Borges intravede nei «magici rigori» degli scacchi è una vertiginosa spirale di simulacri che si credono liberi e incausati, di parvenze che si credono reali. Il reciproco odio dei due colori è totalmente mosso da altro, estraneo alla loro realtà eppure condizione necessaria della loro esistenza. La causa è trascinata più in là, fuori dall’immanenza del gioco, le cui regole rispecchiano leggi superiori, esterne e sconosciute alla scacchiera, leggi che a loro volta sottostanno ad un’ipostasi superiore, anch’essa cieca della sua causa.

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La scacchiera incarna il nostro mondo, il rigore la necessità metafisica, i pezzi gli uomini. Quando si sistema la scacchiera si dispone un’antica simbologia, si accede al perpetuo rito di una guerra accesasi in Oriente e che «adesso ha il mondo intero per teatro»; una silenziosa rappresentazione che sdoppia il mondo, che ritaglia uno spazio di comprensione privilegiato, dove s’inscena, mascherata da rigido gioco, la vicenda umana, così necessaria eppure così irreale.

Fonti:
1. Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani (1980), a c. di P. Vignola, tr. it. di G. Passerone, Orthotes, Napoli-Salerno 2017, p. 487.
2. Ibidem.
3. Jorge Luis Borges, “Ajedrez”, in L’artefice (1960), a c. di T. Scarano, Adelphi, Milano 2011, p. 107.

 


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Mattia Brambilla
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