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Innamorati di Thomas Mann: 3 libri per iniziare

Se si vuole avere un’idea di cosa sia stato il Novecento sia a livello sociale che culturale, l’autore che fa per voi e che più di tutti è riuscito a rappresentare la decadenza dei valori occidentali e i principali mutamenti del secolo breve è sicuramente Thomas Mann (1875 – 1955). 

Thomas Mann è quello che si può considerare non solo un grande autore tedesco – fervido umanista dalla profonda cultura e degno erede di Goethe -, ma anche un autore europeo per eccellenza, un autore che è stato in grado di intercettare la decadenza dei vecchi valori della borghesia tedesca e della società europea e occidentale tutta partendo da una visione del mondo che deve molto al suo Dreigestirn (triade), ovvero NietzscheSchopenhauer e Wagner.

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Un autore che, dalla morte e dalla malattia, è riuscito a dare le basi per il rinnovamento della società occidentale senza rinunciare alla cultura umanista.

Chi era Thomas Mann?

« Pessimista, dunque: conoscitore, direi degustatore profondo della morte, della malattia, del fallimento, della caducità, della stupidità umane. Ma al tempo stesso, eccolo anche ottimista invincibile, un credente nello spirito, convinto che l’uomo finirà per dimostrarsi, alla resa dei conti, un “esperimento cosmico riuscito” »

(Italo Alighiero Chiusano su Thomas Mann)

Paul Thomas Mann, meglio noto con il suo secondo nome, nasce nella città anseatica di Lubecca, nel Land tedesco dello Schleswig-Holstein, il 6 giugno del 1875, secondogenito del senatore e facoltoso commerciante di cereali Thomas Johann Heinrich Mann, protestante, e di Julia da Silva Bruhns, tedesca di origine creola e cattolica. 

Alla morte del padre nel 1892 e alla conseguente liquidazione della ditta paterna, Thomas Mann raggiungerà a Monaco di Baviera sua madre e il fratello maggiore Heinrich (1871-1950), anch’egli romanziere, noto per Professor Unrat (1905), romanzo celebre per la trasposizione cinematografica L’angelo azzurro del 1930 con protagonista Marlene Dietrich.

Inizia la sua carriera di scrittore dopo un viaggio in Italia con il fratello, in particolare a Roma e Palestrina, e dopo aver collaborato per varie riviste, tra cui il satirico “Simplicissimus”, e pubblicato le prime novelle, tra cui Il piccolo Signor Friedemann nel 1897.

Nel 1905 sposerà Katharina (Katja) Pringsheim, da cui avrà sei figli, tra cui gli scrittori Erika e KlausNel 1929 riceverà il Premio Nobel per la letteratura, ma con l’ascesa del nazismo sarà costretto a lasciare la Germania viaggiando in Svizzera e in America, prima a Princeton, dove sarà professore all’università, e poi in California, dove terrà i celebri radiomessaggi contro i nazisti alla BBC.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Thomas Mann deciderà di far ritorno in Europa, ma non in Germania, dove tornerà in poche occasioni – nel 1949 per il secondo centenario di Goethe e nel 1955 per ricevere la cittadinanza onoraria di Lubecca – ma in Svizzera, risiedendo nella villa di Klichberg, località sul lago di Zurigo, dove spirerà all’età di ottant’anni il 12 agosto 1955 a seguito delle complicazioni dell’arteriosclerosi.

Quelle dell’autore originario di Lubecca sono tutte opere che contengono riflessioni di ampio respiro sulla società e sulla politica del suo tempo e la loro evoluzione, facendo di Thomas Mann un grande cronista del secolo breve, di cui mette in luce la decadenza dei suoi valori principali, legati in particolar modo alla borghesia.

Di questo grandissimo autore tedesco vi proporremo 3 libri, messi in ordine cronologico e scelti secondo il tema della malattia e della decadenza dei valori borghesi e occidentali.

Per iniziare: «I Buddenbrook» (1901)

Nel conferire il Premio Nobel per la Letteratura a Thomas Mann nel 1929, la giuria del premio usò la seguente motivazione:

«principalmente per il suo grande romanzo I Buddenbrook, sempre più riconosciuto come una delle grandi opere della letteratura contemporanea»

I Buddenbrook è forse il romanzo più famoso di Thomas Mann. Esso è l’affresco di Lubecca e della sua ricca società mercantile che allo stesso tempo si configura come il ritratto della decadenza della borghesia europea. 

Un romanzo di stampo ottocentesco – ispirato a Emile ZolaPaul Bourget, ai fratelli Jules ed Edmond de Goncourt e ai romanzi familiari scandinavi di Alexander Kienland e Jonas Lie – realista ma allo stesso tempo attento alla psicologia dei personaggi, che partendo da vicende autobiografiche, come la morte del padre dello scrittore Thomas Heinrich Johann Mann nel 1892 e della liquidazione della sua ditta di cereali, mostra la crescente insicurezza e mancanza di volontà da parte della vecchia borghesia mercantile.

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Il console e senatore Thomas Buddenbrook, sua sorella Antonie (Tony), suo fratello Christian e infine il figlio Hanno sono tra i principali protagonisti di questa storia di decadenza di una famiglia borghese di Lubecca tra il 1835 e il 1877. Una famiglia che all’ottimismo e alla fiducia nei suoi valori tradizionali luterani, dediti al lavoro e all’integrità morale, rimpiazzerà presto una crescente inquietudine e debolezza, che culmineranno da un lato con l’acquisto della famosa casa sulla Mengstraße da parte dei parvenu e rivali dei Buddenbrook, ovvero gli Hagenström, commercianti all’ingrosso, e dall’altro con la morte di Hanno per tifo.

Quest’ultimo, prototipo dell’artista manniano che passando per la malattia concilia borghesia e spirito, arte e vita, attraverso la musica ha trovato il suo atto di ribellione contro la repressione della borghesia, giungendo alla consapevolezza di un mondo sulla via del tramonto.

«Poi si tirò su, prese con noncuranza la riga e la penna, collocò la riga sotto il suo nome, percorse ancora una volta con l’occhio tutto quel brulichio genealogico; e infine, con aria quieta e con cura svagata, macchinale e trasognato tracciò con la penna d’oro due belle righe nette attraverso tutto il foglio, la superiore un po’ più spessa dell’inferiore, così come doveva fare su ogni pagina del suo quaderno d’aritmetica. Poi considerò l’opera sua col capo un po’ piegato su una spalla, e se ne andò. […] E il piccolo Johann, arretrando e portandosi la mano alla guancia, balbettò: – Credevo…credevo…che dopo non venisse più nulla…»

Per proseguire: «La morte a Venezia» (1912)

«Questa era Venezia, la bellezza lusingatrice e ambigua – quella città, a metà favola a metà trabocchetto per i forestieri, nella cui aria corrotta l’arte aveva avuto in passato un esuberante rigoglio, e i musici avevano composto suadenti melodie capaci di rapire voluttuosamente».

Thomas Mann è famoso anche per le sue novelle o racconti lunghi. Fra questi, la più famosa è senza dubbio La morte a Venezia (1912)da cui Luchino Visconti ha tratto la famosa trasposizione cinematografica del 1971.

Il protagonista di quest’opera, lo scrittore Gustav von Aschenbach – personaggio ispirato da un lato dal compositore austriaco Gustav Mahler, e dall’altro dal poeta tedesco August von Platen – decide di andare in vacanza a Venezia per riposare dalla fatica dovuta al suo lavoro di artista.

In una Venezia afosa, grigia e in cui l’odore predominante è quello dell’acqua lagunare stagnante, Aschenbach incontra il giovane Tadzio – ispirato al barone Władysław Moes, che Thomas Mann incontra durante il suo viaggio a Venezia nel 1911 – , giovanotto polacco dai ricci color del miele e dagli occhi grigi del crepuscolo, la cui bellezza strega talmente tanto il protagonista da far sì che resterà in una Venezia in preda al colera indiano fino alla sua morte alla ricerca di una bellezza per lui divina.

Gustav von Aschenbach rappresenta il tipico eroe manniano che già abbiamo avuto modo di vedere ne I Buddenbrook attraverso la figura di Hanno Buddenbrook. Egli è, infatti, l’artista in tensione fra la dignità borghese e la passione e creazione artistica, quest’ultima rappresentata da Thomas Mann come spirito.

Scegliendo di mettere da parte il suo dovere di scrittore e di borghese, Aschenbach si ritrova a Venezia a inseguire la bellezza di Tadzio. Una bellezza che – delicata e malata – sarà presagio della malattia e della morte di Aschenbach e di tutti i valori di dignità e integrità morale che rappresenta, poiché come scrive Thomas Mann citando il Fedro di Platone:

«[…] noi poeti non possiamo percorrere il cammino della bellezza senza che Eros ci accompagni e diventi la nostra guida; se anche a modo nostro possiamo essere eroi e disciplinati combattenti, siamo tuttavia come le donne, perché la passione è il nostro modo di innalzarci, e amore deve rimanere il nostro anelito – questo è il nostro piacere e la nostra vergogna. […] Noi vorremmo rinnegare l’abisso e conquistare la dignità, ma per quanto ci sforziamo, l’abisso ci attira.»

Innamorati di Thomas Mann: «La montagna incantata» (1924)

«Ogni interessamento alla morte e alla malattia non è che un modo di esprimere l’interessamento alla vita, come dimostra l’umanistica facoltà di medicina, che parla, sempre cortesemente in latino, alla vita e alla sua malattia»

Partendo dall’esperienza autobiografica del soggiorno al sanatorio di Davos, nel cantone dei Grigioni, in Svizzera, assieme alla moglie Katja Pringsheim, Thomas Mann lavorò dodici anni, dal 1912 al 1924, con qualche interruzione a causa della Prima Guerra Mondiale, a La montagna incantata. Concepito originariamente come racconto satirico sulla malattia e il fascino della morte e contrappunto a La morte a Venezia, La montagna incantata è successivamente diventato un grande ritratto dell’Europa nei primi trent’anni del XX secolo.

L’ingegnere navale di Amburgo Hans Castorp si reca al Sanatorio Internazionale Berghof a Davos, in Svizzera, per andare a trovare il cugino Joachim Ziemssen. Ben presto, Hans scoprirà di essere malato di tubercolosi e, il soggiorno al sanatorio come ospite presso il cugino passerà da tre settimane a sette anni.

In questo luogo sospeso nel tempo, Hans farà conoscenza di tanti personaggi, simboli di un’epoca e di una civiltà sulla via del tramonto: l’umanista e massone Ludovico Settembrini, il gesuita Leo Naphta, l’imprenditore olandese del caffè Pieter Mynheer Peeperkorn, il consigliere aulico Behrens e il suo assistente Krokowski e la sfuggente Clavdia Chauchat, la donna dagli «occhi chirghisi» e dal passo felino.

Come un novello Parzival, il «pupillo della vita» Hans Castorp giungerà alla consapevolezza che tutto attorno a lui è malato e che per tornare alla vita e rinnovare l’umanità bisogna necessariamente passare attraverso la malattia e la morte. Il finale aperto del romanzo, con Hans che parte per la guerra, suggerisce in questo senso la via che intraprenderà Thomas Mann: scegliere la vita con l’intenzione di ristabilire l’ordine partendo dalla consapevolezza che tutto attorno a noi sia morto e malato, portando, così, al culmine le sue influenze di SchopenhauerWagner Nietzsche.

«Per rispetto alla bontà e all’amore l’uomo ha l’obbligo di non concedere alla morte il dominio sui propri pensieri.»


In copertina: Artwork by Madalina Antal
© Riproduzione riservata


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Alberto Paolo Palumbo
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