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Tornare a ridere: «Vaudeville!» al Franco Parenti di Milano

4 minuti di lettura

L’umanità del riso

Nonostante il riso, come il pianto, sia un atteggiamento fisiologicamente umano, viene relegato a situazioni eccezionali, ad aspetti inusuali che sfuggono la quotidianità. Non si ride -e non si piange- sempre, ma sono in rare occasioni.

Per di più, la risata soffre paradossalmente di uno strano declassamento rispetto alla lacrima sofferente di chi piange: la volgarità ha perso il carattere genuino che etimologicamente dovrebbe caratterizzarla come aspetto verace del volgo, del popolo di cui ogni essere umano partecipa e il riso è spesso associato alla bassezza, a un fare grezzo, incolto, come se la risata non fosse in grado di essere intelligente, ma si fermasse alla superficie.

La formalità che spesso è richiesta in pubblico ha lentamente cristallizzato la vividezza e la spontaneità della risata sino a formalizzare a sua volta il riso, restringendolo sino ad assottigliarlo nell’ironia e nel sarcasmo, facendo perdere quell’informalità che è in realtà la pienezza della spontaneità che lo contraddistingue.

L’informalità della risata

Pe tornare a ridere pienamente, di gusto è indispensabile ripensare una nuova forma che lo renda fruibile e godibile. Bisogna ricreare lo spazio in cui sia possibile ridere attingendo a quello Spazio che per antonomasia mostra la possibilità attraverso la potenza della forza immaginativa: il teatro.

La bellezza proteiforme dell’arte teatrale si riscopre come ritorno alla veracità dei comportamenti umani. Per tornare a ridere, si può finalmente tornare a teatro.

Così la riscoperta del genere comico del vaudeville che ha contagiato il pubblico europeo tra Settecento e Ottocento torna a imperversare tra gli spettatori (mai contagiosi, di questi tempi) del Teatro Franco Parenti, che dal 30 giugno al 4 luglio ospita lo spettacolo Vaudeville!, con atti unici da Eugène Labiche, in tourné nazionale dal debutto a Napoli Teatro Festival 2020 con la regia di Roberto Rustioni.

Vivere la risata

Il genere popolare di cui Labiche fu maestro torna sul palcoscenico contemporaneo con una chiave fresca e vivace.

Dalla libera riscrittura del regista stesso, la brillantezza irriverente della drammaturgia di Labiche assume un aspetto camaleontico e torna a mostrarsi nel vortice irresistibile di intrecci ed equivoci, su uno sfondo attuale che lo rende immediatamente coinvolgente. La risata si snoda attraverso situazioni esilaranti che impattano sul pubblico a un ritmo spassoso, che diverte senza distogliere l’attenziona dal procedere della trama.

L’attore si riscopre come mirabile istrione del palcoscenico e i cinque interpreti Francesca Astrei, Luca Carbone, Loris Fabiani, Paolo Faroni e Laura Pozone creano un girotondo irresistibile che accompagna lo spettatore in un percorso che punta senza tentennamenti al cuore pulsante della risata.

La catarsi attraverso il riso

La commedia non intrattiene con la frivolezza e il ridicolo, ma grazie al talento della parola e del corpo acquisisce arguzia e diventa totale.

Il riso torna ad avere la forma piena che gli compete, assume quella circolarità che lo trasporta senza farlo fermare mai, abbracciando tutt’intorno chi lo sperimenta. L’attitudine comica si gioca nella capacità di improvvisare, di sapere cogliere il ritmo adatto per non fare atterrare mai il riso nel gretto o nel banale, ma sostenendolo a un alto livello qualitativo di gioco.

La commedia sovverte l’ordine delle cose, lo status sociale e il ribaltamento su cui si impernia il meccanismo comico diventa una spinta catartica rispetto alle convenzioni e alle ipocrisie quotidiane, per tornare a una pienezza concreta e verace che dona una prospettiva liberatoria.

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Anastasia Ciocca

Instancabile sognatrice dal 1995, dopo il soggiorno universitario triennale nella Capitale, termina gli studi filosofici a Milano, dove vive la passione per il teatro, sperimentandone le infinite possibilità: spettatrice per diletto, critica all’occasione, autrice come aspirazione presente e futura.

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