Social network: tramonto e rivoluzione, tra infelicità e narcisismo

I social network, questo annoso problema. Le generazioni di trentenni, i last millennial e di ventenni, gli zed, lo stanno capendo: il social network non serve a molto. «Cerco un posto lontano dai post, un po’ più caldo di uno schermo, un po’ più vero di uno scherzo» canta Santachiara nella sua ultima traccia Lasciarmi andare. E Santachiara è uno zed.

Insomma, proprio le generazioni nate nell’era digitale, che non hanno mai conosciuto com’era il mondo prima dell’avvento di smartphone, app e social network, per avere una soluzione sempre a portata di mano e per essere sempre, costantemente connessi, hanno compreso che il social è una perdita di tempo e che crea uno stress allucinando la vita quotidiana, facendo perdere quasi del tutto la privacy.

I social network tra quarantenni e cinquantenni

I last millennial e gli zed non rifuggono la connessione costante, ma solo il tempo infinito passato sui social network a dire sostanzialmente i fatti propri e a fare mercé della propria vita privata che si accende sotto i riflettori di commenti e giudizi indesiderati. I loro genitori, i tristissimi baby boomer (1950- 1965) e gli X (1965-1980) passano, infatti, molto più tempo sui social network, facendo di questi i loro vangeli e i loro testamenti sul senso della vita che non sono ancora riusciti a trovare nonostante le loro anagrafiche abbiano varcato la soglia dei quaranta e dei cinquant’anni.

social network
Photo by ROBIN WORRALL on Unsplash

Per non parlare dei primi millennial, quelli nati negli anni Ottanta, che alla ricerca di patinature e maschere, hanno fatto dei social le loro vetrine, esattamente come le prostitute e i gigolò di Amsterdam. Corpi bellissimi e super ritoccati da filtri e da ore passate in palestra nell’attesa del commento più desiderato e di quel famoso like ad aumentare un poco un ego gonfio solo di aria.

La patinatura falsata dei social

E mentre su Facebook continuano stati in cui si alternano consigli per una vita saggia, dove si cade facilmente in falsi moralismi e su Instagram c’è un pullulare di foto di lati B e posti tanto meravigliosi quanto irraggiungibili, i last millennial e gli zed si scostano gradualmente da questi palcoscenici per rintanarsi nelle loro camere, lavorare in smartworking e giocare a Valorant, facendo dirette su Twitch e trovando un’alternativa virtuale ad un mondo reale colpito dalla pandemia. Sono sempre connessi, sempre online, ma lontani dai social e dalla loro assurda vanità, come dimostra lo studio condotto da Inside marketing nello scorso ottobre.

Social network sulla via dell’obsolescenza

Al grido di «OK BOOMER» i giovani e i giovanissimi, in un’età compresa tra i 18 e i 33 anni, capiscono che non c’è più tempo da perdere dietro un like o dietro l’ennesima polemica da social network. Il mondo sta diventando una landa desolata in cui non è più possibile circolare liberamente, mentre la paura del virus imperversa nelle nostre vite. Per anni i social ci hanno insegnato a raccontare solo cose belle, specie Instagram.

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E se da un lato Facebook stava diventando piano piano il regno dei boomer e degli X, con le loro vite fallite a colpi di separazioni e contrasti di coppia, lavori insoddisfacenti e svaghi dall’amante di turno, Instagram si popolava di storie e post su quanto la vita fosse falsamente meravigliosa: luoghi inesplorati, cene da centinaia di euro nel ristorante più cool della città più cool nel raggio di cento chilometri, storie d’amore in cui c’erano solo baci, selfie in spiaggia e viaggi romantici decisi all’ultimo minuto puntualmente nel weekend, quando le giornate di lavoro terminavano in un alcoolico venerdì sera. Ma il coronavirus ha cambiato tutto. I luoghi cool da geolocalizzare su Instagram non ci sono più e il social ha svelato la miseria di una generazione che aveva puntato tutto sulla felicità del finesettimana. E intanto i last millennial e gli zed stavano già preparando la rivoluzione.

L’infinita tristezza dei social network

Ora i social si animano di una tristezza infinita, di una vita passata e compianta da chi non ha una valida alternativa se non quella di pensare con malinconia a quanto era bello prima del marzo 2020.

Last millennial e zed nei social network

“Eravamo felici e non lo sapevamo”, raccontano i quarantenni sui social. Ma dove? Si era infelici anche prima, con l’unica scusante che si avevano così tanti palliativi per non pensare che raccontarsi una bugia ogni fine settimana costava solo il prezzo di un aperitivo. E adesso sono tutti lì a dire quanto fa schifo il mondo. Il mondo non fa schifo, è solo cambiato.

Last millennial e zed: verso la rivoluzione

Last millennial e zed si erano già preparati. Molti last millennial stavano già sperimentando lo smartworking da molto prima che arrivasse il coronavirus, più attenti alle questioni ambientali, ad esempio dello spreco di benzina per raggiungere il posto di lavoro e molto più attenti anche alla vita privata.

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Stare a casa ha inevitabilmente i suoi vantaggi, a meno che non sei un X abituato ad andare in ufficio con giacca e cravatta con la speranza di poter toccare il fondoschiena della segretaria o flirtare con quel collega più giovane tanto carino venuto da chissà dove. Tornare in ufficio? Probabile, a patto che si possano avere ambienti e orari più flessibili e più vicini alle esigenze “umane”, in modo da rendere i lavoratori più produttivi e lo svolgimento delle attività più piacevole, come mostra la ricerca dello IED, partner di Oneday nell’osservatorio sulle dinamiche dello smartworking.

Intanto gli zed stavano scoprendo realtà virtuali alternative, cercando di non perdere più tempo sul social tra i ricordi e tra le lamentele nostalgiche che tanto non portano da nessuna parte, ma risultano sempre più noiose e completamente improduttive.

 


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Antonella D'Eri Viesti

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