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doge nicolotti venezia

Quando Venezia istituì la figura del doge dei poveri

La Serenissima sopravvisse per più di mille anni grazie alla sua lungimirante solidità e trasversalità. Un esempio? La figura del "doge dei poveri", istituita per placare il malcontento dei Nicolotti.

5 minuti di lettura

Per secoli a Venezia i dogi sono stati due: uno dei “siori“, al Palazzo Ducale, e uno dei poveri, il doge dei Nicolotti, a San Nicolò dei Mendicoli. Ma tra i due non c’era nessun conflitto, anzi. Fu proprio grazie alla sua lungimirante solidità e trasversalità che Venezia sopravvisse per più di mille anni senza rivoluzioni.

Venezia, chiesa di San Giorgio progettata da Palladio

Poco lontano dalla stazione e dalle zattere c’è una chiesa, bella, ricca, vuota e abbandonata come molte chiese nella città che si spopola di giorno in giorno. È la confraternita di San Nicolò dei Mendicoli. Lì, dal 1297 al 1794, ha regnato il doge dei Nicolotti, Gastaldo Grande dei Nicolotti per i documenti ufficiali.

La chiesa di San Nicolo dei Mendicoli

Era il 1297 e Venezia si divideva in due fazioni: i Nicolotti, nucleo storico della città fatto di pescatori, e i Castellani, la parte “operaia” della città, impiegata all’Arsenale nella costruzione di barche. Le due fazioni si odiavano a morte e di frequente avveniva una celebre rissa collettiva al ponte dei pugni, che provocava ogni anno diversi morti e feriti, invano bandita dalle autorità. 

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La battaglia di Castellani e Nicolotti in un dipinto di Heintz

I Nicolotti chiedevano più rappresentanza e voce nelle istituzioni, aristocratiche, elitarie e spesso castelline. Così, il doge istituì una nuova carica: il doge dei Nicolotti, per tutti il doge dei poveri. L’elezione era democratica: quando moriva il doge precedente, i vecchi della comunità indicavano un segretario del senato, che entrava in chiesa assieme ai preti cantando il Veni creator spiritus. Poi, la campana suonava tre volte, gli elettori, tutti rigorosamente Nicolotti pescatori, nativi della comunità di San Nicolò e di San Raffaele, entravano e ascoltavano i discorsi dei candidati.

Dogi Venezia
Il bacino di San Marco visto dalla punta della dogana

Si votava e, una volta eletto il doge, tutti cantavano il Te deum con le campane che suonavano a festa. Il giorno dopo l’elezione, il doge dei poveri andava a far visita al doge dei siori a Palazzo Ducale, accompagnato da una delegazione di Nicolotti, trombe e tamburi. Il doge lo accoglieva, ne confermava la nomina e lo investiva dei suoi privilegi: un banco in pescheria a San Marco e uno a Rialto, battere bandiera nicolotta, esigere tasse dagli altri pescatori. Poi, la cosa più importante: durante lo sposalizio del mare, che avveniva ogni anno, il doge dei Nicolotti seguiva il corteo con una barca attraccata alla poppa del bucintoro dogale, nel pieno della mondanità patrizia.

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La grandezza storica e politica di Venezia e la sua grande lezione si riassumono in questa doppia figura dei dogi. La Serenissima seppe adattarsi, seppe mutare, capendo quando il vento cambiava e riammodernando di giorno in giorno le sue istituzioni, il suo organismo. Finché fu regina dei mari, seppe prestarsi al ruolo di grande città mercantile, punto irrinunciabile di passaggio per chi navigava nel mediterraneo. Quando, complici la scoperta dell’America e i nuovi equilibrio geopolitici, il dominio dei mari fu più difficile, seppe reinventarsi in grande città del divertimento, dell’amore e degli intellettuali. La Venezia dal Cinquecento in poi fu la Venezia di Sansovino, Manuzio, Casanova, Tiziano, Tiepolo. Fu la città della musica e dell’arte, della libertà di parola e delle cortigiane.

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L’interno della chiesa di San Nicolo dei Mendicoli

Questa capacità di reinventarsi la salvò anche dal rischio di rivoluzioni. Quando la cittadinanza si spaccò e chiese più rappresentanza, la Venezia si inventò il doge dei poveri, una figura forse folcloristica, ma che significò molto per i Nicolotti, significò che lo Stato non si dimenticava di loro e ne riconosceva l’importanza. Una lezione storica quella dei due dogi di Venezia da cui forse possono molto imparare anche i nostri stati moderni, che sembrano diventare giorno dopo giorno sempre più lontani e obsoleti.

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Andrea Potossi

Classe 2004, per Frammenti mi occupo di storia, storie e attualità. Leggo, studio, suono, scrivo, faccio cose, vedo gente. Vivo a Treviso.

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