Venezia: la città che
non vuole morire

Due fotografe, un film-documentario e un archeologo e storico dell’arte: soggetti e esperienze apparentemente slegati tra loro, tenuti insieme dalla necessità di descrivere un luogo, senza casualità, di percepire e narrare Venezia così com’è – fragile sotto una dura corazza e in perenne lotta con se stessa – e inserirla nel dialogo, più ampio, che riguarda le grandi città storiche. Venezia diventa l’emblema della città storica che cammina senza meta, della storia che si cancella da sola, calpestata da una folla incessante di turisti. Il passato, assimilabile con il nostro presente, e la Storia, che diventa una costante per creare il futuro.

Da anni Venezia è in signorile silenzio e osserva i cambiamenti muoversi tra i suoi pontili e le sue calli: l’acqua sempre più alta, gli abitanti che fanno le valigie per andare a vivere altrove, le mega-navi crociera che diventano grattacieli mobili tra le case storiche, il passeggiare costante dei turisti che a ogni ora affollano anche le vie più strette. Una frenesia che sembra aver cambiato il volto del capoluogo veneto fino a far percepire una sensazione estraniante di svuotamento e scostamento dalla sua anima storica, come se questa fosse stata consumata dal numero troppo alto di passanti. Trasformazioni che sembrano trascinare con sé certezze e storie, per lasciare spazio a un vuoto incalcolabile e che, in senso più ampio, riguardano tutte le città, quelle storiche in particolare. Le calli – plurale di calla – sono le tipiche strade veneziane e Venezia è un’anima irrequieta che cerca di sopravvivere camminando, e navigando, tra di esse.

All’interno di quest’anima cittadina, sottesa e viva, si è concentrato lo studio di Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte della Normale e autore di Se Venezia muore, edito da Einaudi nel 2014: la città, sin dalle pagine iniziali, è chiaramente vista come un organismo vivente, motivo per cui l’unico modo per mantenerla in vita è prendersene cura. Le città quindi sono corpi che respirano e sono in costante trasformazione (concezione che possiamo rintracciare già in Plutarco).

Quella di Salvatore Settis è una «venezianità di accatto», acquisita e, secondo lui stesso, non pretesa. Il suo non è un libro incentrato su Venezia, ma piuttosto uno sguardo sul destino delle città storiche e Venezia viene indicata come esempio supremo – «l‘esempio simbolo, e generoso, di transizione tra città e natura, avvenuto per via d’acqua» sottolinea con certa insistenza.

Copertina - Salvatore Settis, Se Venezia muore, Einaudi 2014

Copertina – Salvatore Settis, Se Venezia muore, Einaudi 2014

Così Venezia sembra essere un malato particolarmente grave, di una malattia che si presenta nella laguna in una forma vistosa e acuta, ma che, in generale, è diffusa e radicata in tutte le città contemporanee: la scomparsa della distinzione tra spazio rurale e urbano e l’incapacità di vedere il nesso, inscindibile, tra patrimonio materiale e immateriale. Sotteso anche il ruolo essenziale di questi fenomeni nel creare processi identitari e legati alla memoria.

«Come causa ed effetto, al contempo, di tale miopia, la monocultura turistica che vede nella monetarizzazione l’unica strategia di valorizzazione, e concepisce Venezia, l’Italia, l’Europa, come un “gigantesco supermarket immobiliare”».
Salvatore Settis

Qualche anno prima, nel 2012, il regista austriaco Andreas Pichler decide di trascorrere del tempo nella Laguna per conoscerla dal suo interno, di attraversare Venezia per raccontare la sindrome della città e del suo ecosistema, tempo che diventerà reale nel documentario Teorema Venezia – The Venice Syndrome nel titolo internazionale (qui il trailer in italiano). Il film racconta la vita di diversi personaggi veneziani descritti nell’arco di un anno: i protagonisti hanno un ruolo di mediazione, arrivano a fungere da soglie, sono chiavi narrative e di accesso, punti di vista sulle condizioni mutate della città.

«In Teorema Venezia le figure o i personaggi per me erano davvero essenziali per raccontare lo stato e l’anima della città. Era un progetto per il cinema sin dall’inizio».
Andreas Pichler

Quello che ne risulta è un vero teorema, tra la ricerca e l’osservazione: visivamente si percepisce uno sviluppo urbano caotico e non organizzato dove la città è si l’elemento di riconoscimento, ma diventa specialmente un palcoscenico sul quale, gli attori (che siano abitanti o turisti) si muovono quotidianamente, inconsapevoli di questo loro destino.

«Come una catena di scogliere di marmo ai piedi della quale si va a passeggiare la sera in barca per vedere il tramonto. Così le dimore disposte ai due lati del Canale facevano pensare a dei luoghi naturali, ma di una natura che avesse creato le sue opere con una immaginazione umana».
Marcel Proust, Albertine Disparue

In simbiosi tra natura e artificio, l’immaginazione umana qui ha plasmato e ora custodisce, tramanda – o trascura – le sue opere.

A questo punto, arrivare a parlare di fotografia viene naturale, sopratutto quando è il senso più profondo del nostro paesaggio a essere indagato: la sua topografia diventa patrimonio che non è proprio dell’individuo, ma delle comunità. È una sensazione di incanto quella che si prova davanti alle rappresentazioni di Venezia in chiave fotografica: scostandoci dalla visione del turista take-away ed evitando qualsiasi banalizzazione e stereotipazione, ci addentriamo nel lavoro accurato di Silvia Camporesi , fotografa romagnola che nel suo progetto La Terza Venezia offre allo spettatore uno scenario del tutto inedito, dove realtà e immaginazione abitano lo stesso spazio.

La Terza Venezia © Silvia Camporesi 2011

La Terza Venezia © Silvia Camporesi 2011

«Camporesi ha sentito la necessità della full immersion di un intero mese nella città lagunare, in un momento di vuoto turistico, quando Venezia ritorna a essere dei veneziani. Febbraio, mese di nebbia, di silenzi, di rarefazioni della presenza abitativa nelle calli, lungo i rii e nei campielli».               Bruno Corà

Il progetto, realizzato appositamente per Photographic Fineart, è apparso anche in occasione dell’importante mostra milanese Italia inside-out, dove la presenza umana si è fatta silenzio visivo e sembra rimandare a una vera e propria indagine metafisica della città lagunare.

La Terza Venezia © Silvia Camporesi 2011

La Terza Venezia © Silvia Camporesi 2011

Per il rigore seguito nel suol lavoro, per la ricerca formale e intellettuale alla base di ogni progetto, Silvia Camporesi sembra davvero possedere una capacità unica, quella di trasformare con semplicità un pensiero in immagine.

«Sono partita dalla Venezia reale, per approdare alla Venezia in miniatura in scala 1:10 che si trova a Rimini, fotografandola in prospettiva, come fosse reale, per poi mischiare le due vedute, tirando fuori una Venezia fantastica, una Terza Venezia appunto, per metà vera e per metà fatta di finzioni».   Silvia Camporesi

Distaccato e lontano dagli stereotipi più svariati c’è anche lo sguardo di Claudia Corrent, nuovo volto della fotografia italiana, con base a Bolzano, che nei suoi lavori tende a narrare storie legate a tematiche antropologiche o sociali e, più in generale, al rapporto tra l’uomo e l’ambiente: è il caso di Insulae, progetto appositamente pensato per la città di Venezia, in cui la metodologia del suo lavoro si traduce nella ricerca di una nuova prospettiva sulla topografia visiva della città e del suo territorio.

Burano © Claudia Corrent in Insulae

Burano © Claudia Corrent in Insulae

I suoi colori pastello sono lontani dai cliché delle rappresentazioni di destinazioni turistiche e raccontano con attenzione i piccoli dettagli e i tranquilli momenti di vita veneziana. Mappando il territorio lagunare con le sue isole (Burano, Lido, San Erasmo, San Francesco del deserto, Pellestrina) ha camminato attraverso strade e acqua cercando i suoi soggetti.

Corrent descrive il suo metodo di lavoro come «casuale, in modo da favorire un incontro con la realtà del luogo attraverso i suoi oggetti, persone e artefatti».

Venezia, Laguna, Isola di Pellestrina, Isola di San Francesco del deserto © Claudia Corrent in Insulae

Venezia, Laguna, Isola di Pellestrina, Isola di San Francesco del deserto © Claudia Corrent in Insulae

Personaggi e visioni, storie passate e presenti, natura e artificio, tutti questi elementi concorrono a creare, a mantenere, o a deplorare, l’anima di Venezia, un’anima che non ha certo intenzione di morire nell’immediato e che intende tenere alta la testa, almeno di fronte agli occhi degli artisti che la osservano.

«Anima e corpo non si contraddicono ma si integrano come due aspetti della stessa individualità. Il corpo è lo strumento dell’anima, che lo controlla».
Salvatore Settis

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Fausta Riva
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