Zehra Doğan e la potenza liberatoria dell’arte

Sono gli ultimi giorni per visitare l’esposizione Avremo anche giorni migliori – Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche, debutto italiano dell’artista Zehra Doğan, che irrompe al Museo Santa Giulia di Brescia con 60 opere inedite, in mostra fino al 1 marzo.

Zehra Doğan
La performance di Zehra Doğan al Museo Santa Giulia di Brescia il 19 novembre 2019 in occasione del Festival della Pace

Zehra Doğan è nata nel 1989 sulle sponde del fiume Tigri, nel sudest della Turchia. È un’artista, giornalista ed attivista curda, fondatrice dell’agenzia stampa JINHA. Nel 2015 vince il premio Metin Goktepe, dedicato al giornalista morto nel 1996 in seguito alle torture subite dalla polizia turca. Il premio viene consegnato a giornalisti che «difendono l’integrità della professione resistendo alle pressioni e agli ostacoli». A Zehra è stato riconosciuto per aver portato alla luce la storia delle donne Yazide ridotte in schiavitù, vendute, violentate ed assassinate da Daesh, in quanto considerate eretiche.

Nel 2016 Zehra è a Nusaybin, città turca a maggioranza curda, presa d’assedio dall’esercito turco ma interdetta alla stampa e alla stessa ONU, che riesce a ricostruire un quadro della situazione solo attraverso le immagini satellitari. Impossibile calcolare i numeri del disastro: la popolazione è in fuga, il numero di vittime e di feriti è sconosciuto e la città viene rasa al suolo. Lì, dove organizzazioni internazionali e testimoni sono impotenti di fronte ai fatti, è Zehra a raccontarne l’orrore, attraverso i suoi articoli e disegni. Ma firma così la sua sentenza e viene arrestata ed imprigionata. Inizialmente liberata nel dicembre del 2016, è definitivamente condannata a 2 anni e 9 mesi nel febbraio del 2017.

La sua incarcerazione non passa però inosservata. Nonostante quasi nessun collega turco prenda posizione in suo favore, sono il mondo artistico e l’opinione pubblica internazionale a sollevarsi, puntando gli obiettivi sul suo caso. Da Ai Wei Wei che le scrive una lettera di sostegno, fino a Banksy che le dedica uno dei suoi più grandi interventi di sempre: il Bowery Wall di New York. Si impegnano a suo sostegno anche Amnesty International ed il Pen Club Internazionale. È infine liberata nel febbraio del 2019 e a partire da marzo risiede a Londra. È proprio nella capitale inglese, alla Tate Modern, che ha luogo la sua prima mostra post carcere, da sottolineare post carcere perché la prima ha luogo nel carcere di Mardin, dove le sue opere sono appese con mollette da bucato negli spazi della lavanderia.

Zehra Doğan
Zehra Doğan, Banksy, Bowery Wall, New York, Marzo 2018

Cerco di fare un’arte di protesta perché ho delle cose da dire, la mia gente ha delle cose da dire. Devo usare qualsiasi spazio mi si apra davanti. Ma la stessa persona sarà capace di lavorare a Parigi e in Rojava? Questo è quello che vorrei fare.

L’arte di Zehra è un’arte politica, nel senso originario della parola: parla alle persone e delle persone, le interroga, le obbliga a riflettere e a non voltarsi dall’altra parte. È un’arte di denuncia: è la denuncia della morte di Mugdat Ay, ucciso all’età di 12 anni, dal titolo di una delle sue opere in mostra, ed è la denuncia in ricordo della città di Afrin, siriana a maggioranza curda, caduta sotto i bombardamenti turchi nel 2018.

Zehra Doğan
Mugdat Ay, ucciso all’età di 12 anni, Carcere di Nusaybin, 2016-2018

I lavori esposti sono potenti, evocativi e sono il risultato della riflessione delle collettività di donne che Zehra incontra nelle prigioni di Mardin, Diyarbakir e Tarso. Per l’artista la chiave sta nel “socializzare con l’arte”, per questo fin da subito, nelle prigioni dà lezioni di arte, crea con le compagne detenute e annota sul retro dei disegni i nomi di chi ha contribuito alla creazione con lei. È così che la sua produzione diventa unica e preziosa, perché il suo percorso artistico si intreccia in modo inestricabile alla sua azione di giornalista e di attivista.

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Testimoniare la realtà del carcere attraverso il processo artistico e confidare nella potenza liberatoria dell’arte sono i due elementi che guidano l’artista. È cosi che spesso la creazione parte da un intervento casuale: una macchia di caffè, l’ombra di una stoffa, una stampa. Si fa arte con tutto, capelli, sangue mestruale, tè, curcuma, come nella serie dipinta nel carcere di Diyarbakir Giorno di sangue. Si dipinge con i materiali che sono presenti al momento e con oggetti che si trasformano in supporti pittorici. Cosi le macchie prendono forma, danno forma e senso ai pensieri e ci trasportano in una dimensione onirica.

Zehra Doğan
Fatıma’nın Eli (Mano di Fatima), 2018, Carcere di Diyarbakir

Una dimensione onirica estremamente femminile, che ritrova la delicatezza nell’orrore della guerra, dove il corpo della donna è oggetto di esplorazione estetica e di rielaborazione artistica, diventa fonte e parte integrante dell’opera. Nell’intero percorso espositivo la donna è protagonista e i corpi femminili, offesi e rinchiusi nelle celle, si abbracciano e si intrecciano, raccontando storie di amicizia e di solidarietà. 

Kuş kadinlar, Donne uccello, 2019, Carcere di Tarso

Nata dalla collaborazione della Fondazione Brescia Musei col Comune di Brescia, la mostra, curata da Elettra Stamboulis, segue il formato dell’esposizione parigina del 2019, dal titolo Œuvres évadés ospitata a l’Espace des Femmes. In quell’occasione è stata pubblicato anche il libro, Nous aurons aussi des beaux jours, diario del carcere che raccoglie un grande corpus di lettere personali, da cui il titolo dell’attuale mostra.

Zehra oggi vive in Europa, ha recentemente ricevuto il premio della Fondazione May Chidiac a Beirut: Exception Courage in Journalism Award, e guarda al futuro. Il suo popolo non sembra trovare pace ed è ancora diviso fra Turchia, Iraq e Siria, ma forse con Zehra ha una voce in più per farsi ascoltare.

Sofia Schubert
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