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«Atti osceni, I tre processi di Oscar Wilde» al Teatro Elfo Puccini

Una raffinata rappresentazione che, tra interrogatori intensi e satira politica, proietta il pubblico nel cuore della tormentata vita del "dandy".

8 minuti di lettura

Atti osceni, I tre processi di Oscar Wilde di Moisés Kaufman è approdato a Milano al Teatro Elfo Puccini dal 14 gennaio al 4 febbraio. La traduzione è di Lucio De Capitani; la regia, le scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, con Giovanni Franzoni, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Riccardo Buffonini, Giuseppe Lanino, Edoardo Chiabolotti, Giusto Cucchiarini, Ludovico D’Agostino, Filippo Quezel.

Dopo aver visto lo spettacolo il 3 febbraio, è facilissimo affermare che si tratti una meravigliosa rappresentazione teatrale accuratissima, storicamente precisa, recitata mirabilmente. Un meraviglioso mix tra ironia, satira politica e critica letteraria che ricostruisce il dandy in ogni sua sfaccettatura.

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Un preciso tributo al dandy Oscar Wilde

Lo spettacolo teatrale è organizzato in due atti, dove si porteranno in scena i tre processi che coinvolsero Oscar Wilde. Il dandy, principale esponente dell’Estetismo, che fece dell’arte il senso della sua vita, concedendosi non solo il genio ma diversi eccessi.

In una società puritana come quella vittoriana inglese, sfidò le convenzioni con la scrittura ma anche con i fatti. Attraverso le sue commedie e con il suo brillante romanzo Il ritratto di Dorian Gray demistificò una realtà celata dietro il perbenismo inglese, ovvero l’oscurità di una società fintamente perfetta ma profondamente superficiale.

A causa della sua personalità troppo dirompente, e finito in causa contro il padre del suo amante, Lord Alfred Douglas detto “Bosie”, alla fine Wilde venne processato tre volte e condannato a due anni di lavori forzati per il reato di atti osceni, “colpevole” di omosessualità.

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Morì in povertà, i figli furono costretti a cambiare cognome, e per molto tempo il nome di Wilde significava perversione. Il lungo processo che ha portato Wilde a essere invece riconosciuto come uno dei più grandi autori inglesi, e a divenire uno dei più letti, trova il massimo splendore proprio in questo spettacolo che si propone come un immenso e intenso tributo al dandy.

Una dinamica disamina su Oscar Wilde

Il primo pregio da riconoscere ad Atti osceni, I tre processi di Oscar Wilde sta nella dinamicità che sa creare.

Come in una vera aula di tribunale, si susseguono interrogatori, controinterrogatori e avvincenti scambi di battute brillanti. Ogni personaggio è caratterizzato e interpretato magistralmente, con una menzione speciale per Oscar Wilde.

Il rischio della macchietta quando si interpreta un dandy è sempre dietro l’angolo, invece tutto in Atti osceni, I tre processi di Oscar Wilde, dai costumi, alla gestualità, alla sceneggiatura funziona. Il ritmo è serrato e scorrevole, la vicenda presentata nel modo giusto, senza mai momenti morti.

Ironia, sagacia, tutti tratti caratterizzanti del dandy arbitro d’eleganza sono messi in mostra in maniera prepotente e dirompente. È chiaro lo scopo ultimo dello spettacolo voglia essere un tributo sincero e appassionato, onesto e veritiero, di uno degli autori più geniali ma anche sfortunati della storia della letteratura.

Il realismo di Atti osceni

Per quanto chiunque si rechi a teatro sicuramente per ricevere intrattenimento, assistendo a questa rappresentazione è possibile in realtà conoscere la vera storia e la vera tragedia di Wilde.

La sceneggiatura è difatti di una precisione efficacissima, come fosse un documentario. Sembra di sentire, per chi le avesse lette, le trascrizioni di Oscar Wilde sul banco dei testimoni.

Non è un caso che anche Masolino D’Amico, importantissimo traduttore di Wilde, abbia lodato lo spettacolo per la resa e la precisione. Ogni affermazione è corredata e citata con una fonte, sia essa il De Profundis o le varie memorie di coloro i quali conobbero l’autore. Sono citate alcune opere anche poco conosciute, come La casa del giudizio tratta da Poesie in prosa. Mostrando ogni sfaccettatura e aspetto del corpus wildiano.

Di fondamentale importanza per questo spettacolo è quindi sicuramente l’accuratezza storica, la precisione letteraria. Non è solamente sui fatti che lo spettatore esce preparato, ma proprio sulla natura dell’autore. Sembra di assistere a una lectio magistralis sulla poetica di Oscar Wilde, poiché lui stesso pronuncia le sue parole, illustra le sue opere.

L’importanza di parlare ancora di Wilde

Una delle commedie più importanti della carriera di Oscar Wilde, che è peraltro stata messa in scena lo scorso anno sempre all’Elfo Puccini, è L’importanza di essere onesto (anche traducibile, essendo un gioco di parole, come L’importanza di chiamarsi/essere Ernesto). Sull’importanza di parlare di Oscar Wilde tanto ci sarebbe da dire.

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Mettere in scena questo spettacolo significa addentrarsi dentro un caso che coinvolgeva non solo Wilde e la sua famiglia, ma anche tutti gli intellettuali dell’epoca, la politica, la società inglese e, se pensiamo ai giorni nostri, tutti noi. Quando ancora si cerca insistentemente di parlare di cosa sia morale o immorale nell’amore, la grandezza artistica del dandy è pronta a sbatterci in faccia alla realtà.

Che l’arte, la vera bellezza, non conoscono certo moralità o immoralità, non sono soggette alle regole di una società spesso ipocrita e ingiusta. Nessuno potrà restituire a Wilde tutto ciò che i tre processi gli hanno tolto, ma grazie alle sue parole e a questo spettacolo è possibile ricordare la figura di un uomo geniale eppure straordinariamente umano. Un lavoro che Atti osceni ha compiuto egregiamente, grazie agli straordinari attori e una messa in scena eccellente.

E Dio chiuse il libro della vita dell’Uomo, e disse: “Certo ti manderò all’inferno. Proprio all’inferno ti manderò”. E l’uomo gridò: “Non puoi”. E Dio disse all’uomo: “Perché non posso mandarti all’inferno, e per quale ragione?” “Perché io all’inferno ho sempre vissuto”, rispose l’uomo. E vi fu silenzio nella casa del Giudizio. E dopo una pausa Dio parlò, e disse all’uomo: “Visto che non posso mandarti all’inferno, certo ti manderò in Paradiso. Proprio in paradiso ti manderò”. E l’uomo gridò: “Non puoi”. E Dio disse all’uomo: “Perché non posso mandarti in Paradiso, e per quale ragione?” “Perché mai, e in nessun luogo, sono riuscito ad immaginarmelo”, rispose l’uomo. E vi fu silenzio nella casa del giudizio.

OSCAR WILDE, LA CASA DEL GIUDIZIO, POESIE IN PROSA

Foto in copertina di Laila Pozzo

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. Ha pubblicato un saggio su Oscar Wilde e la raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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