Avorio Barberini, iconologia di un trionfo

Un alone di mistero avvolge l’avorio Barberini, noto anche come dittico Barberini: l’identità dell’imperatore ritratto nella placca centrale. Nicolas-Claude Fabri de Peiresc lo identificò in Eraclio e indicò in suo figlio, Costantino III, l’ufficiale che porta la statua della vittoria. Sono state poi proposte le figure di Costantino I, Costanzo II, Zenone e, quelle ad oggi ritenute più plausibili, Anastasio I o Giustiniano I.

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L’opera, un dittico imperiale oggi conservato al Louvre, rappresenta una preziosa testimonianza dell’arte bizantina della prima metà del VI secolo. Non si possiedono sue notizie fino al 1625, anno in cui l’avorio viene offerto da Nicolas-Claude Fabri de Peiresc al legato Francesco Barberini ad Aix-en-Provence, della cui collezione entra a far parte.

Avorio Barberini: analisi dell’opera

La tavoletta si compone di cinque placche rettangolari, tre delle quali occupano il registro centrale, mentre le restanti due lo racchiudono superiormente e inferiormente. L’opera è realizzata interamente in avorio di elefante scolpito con incisioni a bassorilievo e altorilievo; era arricchita da decorazioni con pietre preziose, di cui oggi restano solo poche perle. La produzione di oggetti in avorio, molto diffusa anche in Occidente, è uno degli aspetti più caratteristici dell’artigianato costantinopolitano.

Avorio Barberini
Avorio Barberini, VI secolo, avorio, h. cm 34, Parigi, Musée du Louvre.

Realizzato all’interno di una bottega imperiale di Costantinopoli, il dittico fonde il tema classico dell’imperatore trionfante, coronato dalla Vittoria, al pensiero cristiano, secondo il quale si ottiene la vittoria grazie alla benevolenza di Cristo, che benedice l’imperatore. Si tratta di un’opera che entra a pieno titolo nelle logiche politico-propagandistiche del regime imperiale, modificando la tradizionale gerarchia cosmica della raffigurazione del sovrano trionfante.

Avorio Barberini: placca centrale

La disposizione dei pannelli è organizzata attorno a quello centrale, di dimensioni maggiori rispetto agli altri, che cattura l’attenzione dell’osservatore tanto per il tema, quanto per la qualità stilistica. Il motivo scolpito è quello dell’imperatore vittorioso a cavallo, che regge nella mano destra l’asta di una lancia con la punta conficcata a terra, mentre con la sinistra tiene le redini del cavallo.

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La figura dell’imperatore è trattata con un rilievo plastico e un dinamismo compositivo sorprendenti, sintomo di un voluto richiamo alla tradizione classica; i pannelli minori presentano un rilievo più appiattito e lineare. Dietro la lancia si intravede appena la figura di un barbaro, riconoscibile per la folta capigliatura, la barba e gli abiti desueti: un copricapo ricurvo, ad indicare la sua origine orientale, una tunica con le maniche lunghe e delle braghe. La presenza del nemico (di poca importanza è indicarne le origini) serve a emblema di tutti i popoli sconfitti dalla potenza dell’imperatore: il suo toccare con la destra la lancia e sollevare la sinistra è simbolo di sottomissione.

Nell’angolo inferiore destro una donna è seduta per terra con le gambe incrociate; il suo vestito è scivolato, lasciando così scoperto il seno destro. Con la mano sinistra afferra un lembo della veste che ospita dei frutti, simbolo di prosperità, mentre il braccio destro è disteso e con la mano sostiene il piede dell’imperatore in un gesto di subordinazione, lasciata trapelare anche dalla forte espressività del volto. Si tratta di una personificazione della Terra (figura ricorrente in questo tipo di raffigurazione), che simboleggia tanto la dominazione universale dell’imperatore, quanto la prosperità del suo regno.

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Nell’angolo superiore destro è raffigurata la Vittoria alata, con i piedi appoggiati su un globo su cui è incisa una croce; nella mano sinistra impugna una palma, che simboleggia il trionfo militare, mentre la destra, spezzata e andata perduta, reggeva, con ogni probabilità, una corona per l’imperatore.

L’imperatore indossa una corona impreziosita da perle, delle quali ne restano soltanto quattro. I tratti del viso, di forma ovale, sono abbastanza marcati, specie le sopracciglia e il naso, conferendo al ritratto imperiale un aspetto giocondo e sorridente. Gli abiti che indossa sono quelli caratteristici della tenuta militare del comandante dell’esercito: una tunica corta sotto la corazza e, sopra questa, il paludamentum (un tipo di mantello portato da un generale romano quando comandava un esercito), con un lembo che svolazza dietro la sua figura e fermato sulla spalla da una fibula rotonda, in origine decorata con una pietre preziose, come anche la stessa corazza; i calzari hanno i lacci incrociati e sono decorati da una testa di leone. I finimenti del cavallo sono adornati con una serie di medaglioni arricchiti da pietre pregiate, oggi andate perdute, ad eccezione di quella al centro della testa.

Placche laterali

Le placche laterali sono di un rilievo meno elevato rispetto a quella centrale, le cui figure sono scolpite quasi a tutto tondo. In quella di sinistra troviamo rappresentato un ufficiale che tiene saldamente tra le mani una statuetta della Vittoria, probabilmente da offrire in dono all’imperatore. Ai suoi piedi è appoggiato un sacco in cui potrebbe essere custodito il bottino di guerra. Nel pannello inferiore è inciso un doppio corteo di uomini e di animali (un leone, un elefante…); si tratta di una processione di barbari, persiani o sciiti, che portano doni all’imperatore e si distinguono tra loro per gli abiti e per gli animali selvatici che li accompagnano. Il pannello superiore è occupato da due angeli, versione cristiana delle Vittorie alate, che sorreggono un grande medaglione centrale raffigurante il busto di Cristo, giovane e imberbe, che tiene nella mano sinistra uno scettro con una croce, mentre la destra è alzata in segno di benedizione.

 


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Teresa Bonandi

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