«Coltelli nelle galline»: il dramma della parola al Teatro Franco parenti

Il sopravvento dell’immagine

L’abitudine -tipica della contemporaneità- all’immagine, quasi un vezzo capriccioso per alcuni, assuefazione necessaria per altri, riveste ogni cosa di sé stessa, realizzando una sorta di duplicazione, del tutto inutile. Tutto è sé stesso due volte, il doppio è l’immagine.

Fotografia istantanea che diviene filtro, l’immagine è la copertura tra la realtà e l’occhio di chi guarda. La proliferazione spropositata di immagini corrisponde a una riproduzione vuota: non vi è un senso, l’immagine si propaga in infinte direzioni, colpendo di ritorno l’osservatore, come un boomerang, in un rimbalzo di fascinazione che quando fortunatamente non provoca dolore, irretisce maliziosamente.

Così l’immagine ritorna a sé per produrre altre immagini, producendo una slavina irrefrenabile che si allontana sempre di più dall’origine vera e concreta, da ciò che immagine non è.

La perdita della realtà

Si perde in tal modo il legame che naturalmente sussiste tra l’immagine e la realtà, perché la realtà è ormai solo immagine, manca la didascalia fisiologica interna che unisce la vista alla verità: è il dileguarsi della parola.

L’immagine vanta un’autosufficienza letale, che dà adito alla perdita di significato della realtà. La parola si deve imporre come necessario collante per comprendere, (letteralmente dall’etimo latino cum-prendere, prendere con) afferrare la realtà nelle sue svariate sfaccettature.

La conoscenza deriva in primo luogo dall’aver visto, come testimonia la lingua greca, che fa coincidere il verbo della conoscenza oida, io so, dal passato di orào, io ho visto, io vidi, ovvero una visione ormai passata, conclusa, sedimentata, compattata dalla consapevolezza di ciò che le cose sono.

La parola salvifica

L’immediatezza dell’immagine sfugge, è digitale, si lascia appena sfiorare dalle dita. Le parole non sono etichette che seguono la realtà, bensì la costituiscono nella sua solidità, creano la condizione imprescindibile, la base sulla quale è possibile dialogare, costruire relazioni, vivere.

È imprescindibile ritornare alle parole, immergersi nell’infinita possibilità di espressione per uscire dal contorno fissato dall’immagine. Le parole non si limitano a descrivere le immagini, a indicare qualcosa, il linguaggio è una prassi utile che presuppone una concordanza, un accordo, un vivere sociale, non inquadrabile nel ritaglio predefinito e limitante dell’immagine.

Le parole devono ritornare ad essere utilizzate all’interno della realtà, non come sottotitolo di questa, come se originariamente le parole fossero conficcate nella carne pulsante della vita, come coltelli nelle galline. Così suggerisce il drammaturgo scozzese David Harrower, offrendo un testo illuminante e vivifico per lo spettacolo omonimo in scena al Teatro Franco Parenti dal 25 settembre al 20 ottobre.

Lo spazio della parola

Tradotto da Monica Capuani e dalla regista stessa Andrée Ruth Shammah, il testo diviene l’occasione concreta per partecipare al dramma della parola, nella sua scoperta ancestrale e successiva rinascita.

L’ambientazione rurale è la trasfigurazione poetica dell’origine della parola come anima delle cose: l’attenzione e l’acutezza registica riesce a restituire lo spazio come totalizzazione.

La parola pervade la scena e la sala, attraverso un perspicace allestimento di modellini in scala all’interno del luogo finzionale, portando all’estrema potenza il valore della parola, che nello spazio vive, adottandosi.

Riscoprire la parola altrui

I tre protagonisti, incarnati da Eva Riccobono, Maurizio Donadoni e Pietro Micci vivono le proprie parole costruendo una realtà personale che tenta faticosamente di comunicare con l’Altro, in una triangolazione eccezionale che fa dell’incomprensione la scintilla per sollecitare la vera natura della parola.

Ogni personaggio vive la propria solitudine perché possiede le proprie parole, incapaci di corrispondere a quelle altrui. Gli oggetti scenici esaltano lo spazio dialogato, che diviene luogo di uno scavo profondo, materico, sostanziale della ricerca di senso.

Le immagini sullo sfondo non si limitano a spiegare la scena, ma costituiscono lo sfondo aperto di un ragionamento dialettico passionale avanzato con tenacia e dedizione. Lo spazio si apre e consente alle parole di uscire e toccare lo spirito del pubblico, totalmente coinvolto dalla messa in scena della parola, del potere vitale e mortale che possiede, riscoprendone continuamente il valore pieno e veritiero.

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