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Le donne dell’antica Roma che hanno cambiato il corso della Storia

18 minuti di lettura

L’epoca romana è quella più avvincente tra tutte le epoche storiche perché ciò che vi accadde è geograficamente vicino a noi, tanto che ci è possibile ancora passeggiare per le nostre città e ritrovarvi tra le strade tutta quella serie di avvenimenti segnalati dai ruderi ancora in piedi o presenti nostra coscienza storica, che il tempo non è ancora stato capace di oscurare del tutto. Ma nonostante si sia svolta nelle nostre strade, quell’epoca è assai diversa dalla nostra, e talvolta è stupefacente, inaspettata, particolare. E una di queste particolarità la ritroviamo nelle donne, che nell’antica Roma spesso hanno giocato un ruolo cruciale cambiandone talvolta la Storia.

donne antica Roma

Infatti non si pensa tendenzialmente alle donne quando si parla della storia dell’antica Roma, poiché è risaputa l’importanza del vir o del pater familias, concetti ancora vividamente presenti nella nostra quotidianità. D’altra parte non si può nemmeno dire che la donna fosse emancipata, poiché non è così. Infatti vigeva un forte carattere patriarcale nella società romana, che si poneva in essere a livello legislativo con la manus, ossia la potestas che l’uomo aveva sulla moglie o sulla figlia, che lo portava ad essere legittimato a punire anche con pene corporali le effrazioni regolate dalla rigorosità delle leggi romane (in caso di adulterio poteva addirittura uccidere la donna).

Eppure alcune donne, seppur solitamente in modo un po’ trafelato, hanno davvero marcato il corso della storia dell’antica Roma.

Le donne nell’antica Roma: iniziamo con Ersilia

Partiamo dall’epoca più arcaica di Roma, ossia quella di Romolo. Quando Romolo divenne l’unico re di Roma, decise di incominciare a fortificare la città e darle la sua prima forma. Ma quando concluse i vari piani urbanistici si accorse che mancava qualcosa nella case dell’antica Roma: le donne. Così intavolò con le popolazioni circostanti degli accordi matrimoniali per dare una prole alla città e per fonderne il popolo, in particolare con i Sabini.

Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l’unione di nuovi matrimoni (…) All’ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall’altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere.

Livio, Ab urbe condita

Così, di fronte ai continui dinieghi, i giovani romani decisero di rapire le donne degli altri popoli e lo fecero in occasione dei Consualia, dei giochi dedicati al dio Conso, organizzati per l’occasione a Roma.

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Gli uomini degli altri popoli, disarmati, dovettero così scappare nelle loro terre natie, ma non senza prima aver promesso guerra a Romolo. Dopo una serie di scontri, da cui Roma uscì vittoriosa, vi fu il turno dei Sabini. Con costoro si prospettava una guerra lunga e sanguinosa, che avrebbe avuto inizio con la battaglia di Lago Curzio. Ma fu proprio qui che le donne sabine, capitanate da Ersilia, la moglie sabina di Romolo, si lanciarono sotto le lance delle due fazioni per fermare la guerra.

Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall’altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un dio. Alcune avevano tra le braccia i loro piccoli e si rivolgevano con dolci richiami sia ai Romani sia ai Sabini. I due schieramenti allora si scostarono, cedendo alla commozione, e lasciarono che le donne si ponessero nel mezzo.

Plutarco, Vite Parallele

Dopo questo gesto i due schieramenti decisero di fermarsi e di collaborare. E lo fecero in una via che da quel momento fu chiamata Via Sacra. Così, i sabini si unirono ai romani e si andarono a stanziare sul colle Quirinale.

Ersilia, che avrebbe seguito Romolo nell’apoteosi ottenendo secondo la leggenda la giovinezza perenne, è ben visibile in un quadro molto famoso: Le sabine di Jacques-Louis David. Qui la troviamo al centro della scena, mentre separa Romolo dal re sabino Tazio.

La tragica sorte di Lucrezia

Una delle cose a cui si pensa quando si parla dell’antica Roma è la sua epoca repubblicana. Quest’epoca va dalla cacciata dei Tarquini del 510 a.C. fino al 31 a.C. con la vittoria di Ottaviano e del suo ammiraglio Agrippa su Antonio nella battaglia navale di Azio. Ecco che però l’inizio dell’epoca repubblicana e la cacciata dei Tarquini ebbe al centro l’atroce storia di Lucrezia. Difatti, la donna, figlia della nobiltà patrizia dell’antica Roma, divenne oggetto del desiderio di Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo. Davanti ai continui rifiuti della giovane, Sesto decise di violentarla.

donne antica Roma
Tiziano, Sesto Tarquinio e Lucrezia

Dopo l’accaduto, Lucrezia corse a casa e lo raccontò al padre Spurio Lucrezio e ai suoi due cari amici: Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio detto Publicola. Questi due saranno i fautori della repubblica romana e della cacciata dei Tarquini, che si rifugeranno a Chiusi, da dove cercheranno invano di riprendere il potere. Lucrezia invece vedrà una fine ben peggiore. Infatti deciderà di suicidarsi.

Ma giuratemi che l’adultero non rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui. (…)Sta a voi stabilire quello che si merita. Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre.

Livio, Ab urbe condita

In realtà questa storia verosimilmente è soltanto una leggenda, poiché dietro alla cacciata dei Tarquini e l’instaurazione della repubblica ci fu quella certa insofferenza verso la monarchia che serpeggiava nel patriziato di cui Publicola e Lucrezia facevano parte.

Livia Drusilla, la più potente tra le donne dell’antica Roma

Livia Drusilla fu la celeberrima moglie di Ottaviano Augusto, con cui questi ebbe un matrimonio durato ben 51 anni. Eppure Livia non fu la prima moglie di Ottaviano, così come Ottaviano non fu il suo primo marito. Infatti il suo primo marito fu Tiberio Claudio Nerone, il quale durante la guerra civile scoppiata dopo la congiura a Cesare, era alleato di Bruto e Cassio, contro Antonio e Ottaviano.

Sconfitto nella battaglia di Filippi nel 42 a.C. non decise di fare come i suoi alleati, ossia di suicidarsi, ma si diede alla fuga con la moglie, rifugiandosi in Sicilia, ancora sotto il potere di Sesto Pompeo. Nel 39 a.C. fu data un’amnistia ai congiurati e Tiberio Claudio, con la moglie Livia e il figlioletto Tiberio (futuro imperatore), poterono far ritorno a Roma. É qui che Livia conosce per la prima volta Ottaviano.

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La storia tramandata ci racconta di un amore fulminante, subitaneo, privo di qualsiasi freno e che a posteriori possiamo pure giudicare eterno. Un amore che portò Ottaviano a lasciare immediatamente la moglie Scribonia e a imporre a Tiberio Claudio di accettare l’imminente matrimonio con la sua consorte. E così fu. Tre giorni dopo che Livia ebbe il suo secondogenito Druso, figlio di Tiberio Claudio, si sposò con Ottaviano.

Ottaviano provò sempre grande rispetto verso la moglie, la quale fu per tutto il suo impero la sua consigliera più fidata. E le fu addirittura conferito il compito di gestire le finanze dell’imperatore e una monumentale statua pubblica. Ma oltre a questo Livia aveva un suo circolo clientelare, ossia una serie di personaggi, i clientes, che in cambio di favori politici si adoperavano per tutte le sue richieste. Tra questi vi erano anche Galba e Otone, due dei futuri imperatori effimeri dell’anno dei 4 imperatori, dopo l’uccisione di Nerone.

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Ecco che però Livia, oltre a questi ruoli, ebbe una notevole influenza su tutta la famiglia dei Giulio-Claudii e sul potere imperiale in tutta la sua lunga vita. Intanto, sono apparse sospette a molti storiografi, come Tacito e Cassio Dione, le morti avvenute tra i successori all’impero dopo Augusto. Infatti, prima morì Marcello, prediletto e nipote dell’imperatore, poi entrambi i figli di Giulia Maggiore, figlia di Augusto e Scribonia, Gaio e Lucio Cesari che erano stati già adottati dall’imperatore e morti in circostanze poco chiare. Ecco che così l’unico possibile successore fu Tiberio, primogenito di Livia e Tiberio Nerone.

Ma prima di morire, Augusto decise di adottare la moglie, una pratica poco usuale, per fare sì che questa potesse essere a tutti gli effetti parte della Gens Iulia, ereditare un terzo del patrimonio di Augusto e vedersi conferita a sua volta il titolo di ”Augusta”, per decisione del marito. In questo senso, col primogenito subito successore al soglio imperiale del marito, e con il titolo di Augusta, si potrebbe pure definirla prima “imperatrice” di Roma. Ora, qui forse si sta un po’ esagerando, ma certamente il peso politico di Livia fu notevole. Per tutti questi motivi, fu decisamente tra le più importanti donne dell’antica Roma.

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I dissidi col figlio però non tardarono ad arrivare. Poiché quella che ora si faceva chiamare Livia Giulia Augusta spadroneggiava per tutto l’impero e non aveva alcuna remore a ricordare al figlio che il suo potere derivava dalla sua influenza. Tant’è che quando cerco di farsi nominare dal Senato Mater Patriae, un po’ come la nomina di Pater Patriae data al marito, Tiberio fece veto, negandoglielo. E inoltre non divinizzò la madre dopo la sua morte, dovette farlo Claudio più tardi.

Agrippina Minore e le trame di palazzo

Il potere nella Roma imperiale non era prerogativa puramente maschile, e le congiure, le condanne e i giochi di palazzo avvenivano anche tra le tante donne di potere della famiglia imperiale.

La terza moglie di Claudio, quarto imperatore romano, fu Valeria Messalina, la quale appena salita al trono si liberò facilmente di tutte le sue rivali, tra cui una sua oppositrice, Giulia Livilla, moglie di Druso, figlio di Tiberio. Questa infatti fu coinvolta nel 42 a.C. in uno scandalo di adulterio avvenuto col giovane filosofo Lucio Anneo Seneca, e pertanto finì esiliata. Ma d’altronde nemmeno Messalina era estranea a rapporti adulterini. Infatti poco dopo anch’essa commise un grande errore: quello di legarsi in modo troppo plateale col giovane e bello Caio Silio, che avrebbe aiutato a divenire facilmente console. Così, il liberto Narcisso, un suo avversario, durante un’assenza di Claudio, la fece condannare ed eliminare. All’indomani della sua condanna il posto al fianco di Claudio rimaneva vacante e si decise di fargli sposare Agrippina Minore, sorella di Caligola e già madre di Lucio Domizio Enobarbo, il futuro Nerone.

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Ella si adoperò fin dal principio con lo scopo di porre il primogenito come successore di Claudio. E infatti lo fece quasi immediatamente adottare dall’imperatore nel 50 d.C. e richiamò dall’esilio Seneca per seguirne l’educazione.

Nel 54 d.C. Claudiò morì in circostanze poco chiare, e si insinuò non a torto che probabilmente fu proprio Agrippina ad ucciderlo col veleno. D’altronde per assicurarsi la successione del figlio, la morte dell’imperatore fu tenuta a lungo nascosta mentre nel frattempo gli alleati della donna andavano chiedendo l’appoggio delle legioni al nuovo Augusto. Annunciata la morte, Nerone era già il suo successore, poiché difatti era già stato acclamato da tutte le legioni.
Questi però era ancora sedicenne ed ebbe come reggente la madre, che per questo può, ancor più di Livia, essere considerata un’imperatrice romana.

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Il suo potere era illimitato, e quando il figlio subentrò nella carica di imperatore, continuò di fatto ad amministrare l’Impero Romano. Ma anche qui, la collisione col figlio non avrebbe tardato a venire. Il casus belli del dissidio madre-figlio fu quando questi decise di ripudiare la moglie Ottavia, figlia di Claudio, e sposare l’amata Poppea Sabina. La madre si rifiutò in ogni modo e Nerone decise pertanto di ucciderla.

Tacito nelle sue storie narra ampiamente la tragica vicenda e ci racconta che Nerone fece manomettere la nave che avrebbe trasportato la madre da Baia (luogo dove aveva cenato col figlio) ad Anzio, sicché l’episodio della sua morte apparisse accidentale. Ma Agrippina, nonostante la manomissione e il naufragio, riuscì a tornare a nuoto verso la costa, salvandosi.

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Così Nerone diede l’ordine ad Aniceto, prefetto delle flotta di Miseno, di ucciderla nella sua villa. Concluso l’omicidio, Nerone inscenò una finta congiura ad opera della madre nei suoi confronti, la quale avrebbe mandato un finto messaggero a casa sua, in realtà sicario, per ucciderlo, e scoperto che la congiura era stata sventata si sarebbe uccisa a sua volta. Come si potrà facilmente intendere l’opinione pubblica non credette particolarmente alla storia e a Roma lo sgomento per il matricidio fu molto forte e profondo. Ed è forse già da qui che si possono in parte ricercare i primi segnali che avrebbero portato Nerone, nel 68 d.C. ad essere dichiarato “nemico pubblico” dal Senato e quindi al conseguente suicidio.

 


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Vladislav Karaneuski

Classe 1999. Studente di Lettere all'Università degli studi di Milano. Amo la letteratura, il cinema e la scrittura, che mi dà la possibilità di esprimere i silenzi, i sentimenti. Insomma, quel profondo a cui la parola orale non può arrivare.

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