La fiaba di Filippo Timi: «Skianto» al Teatro Franco Parenti

La vita della fiaba

Abituati al ricordo delle fiabe come efficaci rimedi notturni a bambini insonni per conciliare il riposo di genitori stanchi, ci si dimentica di come, prima delle rivisitazioni edulcorate del mondo cinematografico, queste non fossero altro che condensazioni narrative di modelli antropologici.

La fiaba struttura il proprio contenuto secondo lo schema tipico dell’avventura, poiché ricalca l’esperienza umana in quanto tale, dunque spesso ricorrente, proponendosi come esemplare. Il lieto fine dunque non è obbligato, piuttosto si rivela occasionale, perché la sorte naturalmente è cangiante.

Comprendere la fiaba significa rispecchiarsi nelle sfumature che la vita può assumere per l’essere umano, raccontarla equivale a proporre un ritratto di esperienza scegliendo la determinata tonalità che per il narratore assume un certo accadimento affinché possa a sua volta essere ricordata e trasmessa.

La fiaba della vita

Così l’estro e la vivacità dell’istrionico Filippo Timi danno al contenuto variopinto -a tratti cupo, a tratti splendente- di una biografia, la forma icastica di racconto che diventa memorabile. Skianto, in scena dal 21 gennaio al 2 febbraio al Teatro Franco Parenti è la fiaba della vita di un bambino sordomuto attraverso il filtro visivo e uditivo dell’immaginazione teatrale.

Il nucleo narrativo originario fiabesco, inteso come racconto universale poiché umanamente condivisibile, a livello intellettuale e sensoriale poiché comunemente esperibile, si frantuma in un’infinità di linguaggi che si compenetrano a vicenda per realizzare uno straordinario e commovente mosaico di eloquenza.

La musica dal vivo e l’utilizzo del video si alternano alla messa in scena della corporeità e della voce, in una combinazione dissacrante che irretisce e coinvolge il pubblico.

Linguaggi variopinti

La scenografia mirabolante è l’ennesima riprova della capacità multiforme di esprimere un medesimo contenuto, che diviene comprensibile a livello immediato.

La visionarietà eclettica di Filippo Timi consente di scalfire le convenzioni sociali della commiserazione e della pietà per pungolare il cuore pulsante dell’empatia.

Lo spettacolo testimonia la capacità di raccontare come inesausta possibilità di espressione e tocca le corde scoperte dell’umano: l’energia e la purezza sprigionata dall’azione teatrale diventa il mezzo privilegiato in quanto rende esemplare il racconto stesso, tratteggiandolo dunque come una fiaba.

La verità della fiaba

L’eroe protagonista è un bambino disabile: si demolisce la sovrastruttura edulcorata che spesso adorna la narrazione, così da poter coglier la verità del racconto stesso, come possibilità intrinseca di esperienza che costituisce la sorgente da cui scaturisce l’umano bisogno di raccontare.

Il tono piacevolmente ironico sottolinea il confine necessario tra realtà e finzione, rimarcando ancora di più che la differenza sia possibile esclusivamente rispetto a un terreno omogeneo, ovvero la vita umana.

Lo stupore dello spettatore si propone come unica risposta immediata in quanto nessun’altra parola può pienamente corrispondere a un tale racconto, così come di fronte a una bella fiaba si resta attoniti ad ascoltare.

Anastasia Ciocca
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