Matisse. Arabesque: in mostra a Roma le suggestioni orientali dell’artista non solo Fauve

Matisse arabesque” riporta a Roma la genialità di uno dei più grandi artisti del XX secolo, innovatore assoluto ed irriverente, esponente di quella breve ma intesta stagione Fauve che sgomentò critica e pubblico finendo per consacrare il pittore alla fama internazionale.

Ciò che questa splendida mostra, aperta al pubblico dal 5 marzo al 21 giugno presso le Scuderie del Quirinale e curata da Ester Coen, con un comitato scientifico composto da John Elderfield, Remi Labrusse e Olivier Berggruen, vuole proporre è qualcosa di assolutamente unico e diverso, un viaggio nuovo e tutto da scoprire, che pone al centro le suggestioni che la pittura di Matisse ebbe dalla Cultura Orientale.

Con i suoi artifici, i suoi arabeschi appunto, i suoi colori, l’Oriente suggerisce uno spazio altro, più vasto e offre un respiro nuovo alle sue composizioni, liberandolo dalle costrizioni formali, dalla necessità della prospettiva e della “somiglianza” per dar vita ad uno spazio fatto di colori vibranti, a una nuova idea di arte. Un Oriente che diventa per l’artista la ragione prima di un’indagine sulla pittura.  

Per una superficie che possa aprirsi ad «uno spazio di dimensioni che la stessa esistenza degli oggetti rappresentati non riesce a limitare», come lui stesso ebbe a dire, l’Oriente rappresenta il punto di partenza, lo schiudersi di una porta su un mondo compositivo dai significati più completi ed elevati.    

«Decisi allora di lasciare da parte qualsiasi preoccupazione di verosimiglianza. Perché avrei dovuto dipingere l’aspetto esteriore di una mela […]? Quale interesse c’era a copiare un oggetto che la natura offriva in quantità illimitate e che si può sempre concepire più bello? Quel che conta è la relazione tra l’oggetto e la personalità dell’artista». La pittura contemporanea peccava di preziosismo, esagerava in artificio. Ecco che allora Matisse trovò ispirazione nelle geometrie orientali, negli arabeschi presenti nel mondo ottomano e bizantino, nei “primitivi” osservati al Louvre e nei ricami ed oggetti dell’esposizione di arte maomettana visitata nel 1910.    

Calle, iris e mimosaIn modo suggestivo ed efficace la mostra esalta e chiarisce il senso di tutto questo, attraverso un interessante accostamento che è anche contrappunto ad esempi delle culture decorative da cui Matisse trasse ispirazione; maschere ed abiti, reperti di ceramica turca ed araba, stampe giapponesi e tessuti africani.

Nulla è lasciato al caso, né c’è spazio per il superfluo: sono le parole dell’artista a guidarci in questo percorso espositivo, a dirci cos’è per lui il colore e lo stile, a narrarci il suo incontro con il Primitivismo e lo stupore e l’incanto provato dinnanzi alla genuina linearità delle xilografie giapponesi.

«Il colore esiste in se stesso, possiede una sua speciale bellezza, ha potere emotivo»: ecco allora che nella prima sala troviamo ad accoglierci la monumentale natura morta “Calle, Iris e Mimosa” del 1913, che anticipa i toni dell’azzurro e del verde che Matisse riprenderà successivamente, affascinato proprio dal mondo della decorazione orientale.

Il Primitivismo e le fascinazioni per l’arte negra emergono con tutta la loro forza nella seconda sala, che reca sulla parete sinistra, quasi come un promemoria stampato, le parole dell’artista evocanti il primo incontro con quei segni primitivi e graffianti: «[..] notai in una vetrina una piccola testa africana scolpita in legno che mi ricordò le gigantesche teste di porfido rosso delle collezioni egizie al Louvre.mademoiselle yvonne lansberg Sentivo che i metodi di scrittura delle forme erano gli stessi nelle due civiltà, per quanto estranee l’una all’altra per altri aspetti. Acquistata dunque per pochi franchi quella testina, l’ho portata a casa di Gertrude Stein. Là ho trovato Picasso che ne fu molto impressionato. Ne discutemmo a lungo: fu l’inizio dell’interesse di noi tutti per l’arte africana – interesse testimoniato, da chi poco da chi molto, nei nostri quadri. Quello era un tempo di nuove conquiste». È qui che si trova il ritratto di “Mademoiselle Yvonne Landsberg”, dai colori scuri e tratti geometrici, in cui si rivela sempre più il carattere essenziale della mano del pittore.

La terza sala si illumina invece di colore, sembrano esser tornati i toni brillanti ed i motivi floreali. “Ramo di pruno” ed “Edera in fiore”, con il fondo verde del primo ed i richiami vegetali del secondo evidenziano con forza il richiamo e le fascinazioni dell’estremo Oriente, rese ancora più palesi dall’accostamento con stampe di artisti giapponesi e disegni preparatori dello stesso Matisse, come quello dell’albero descritto «mediante il sentimento suggerito dalla vicinanza e dalla contemplazione, come fanno gli orientali».

Non mancano la preziosità ed unicità dei paesaggi del Marocco, che Matisse poté ammirare in viaggio e che vengono ora riproposti da “Zhora”, “Marocchino in verde” ed altri magnifici dipinti che ben si accompagnano, ancora una volta, a tessuti e maioliche di tradizione turca, che richiamano efficacemente quelle con cui Matisse usava tappezzare le pareti del suo studio o semplicemente amava possedere.

zorah in piediTra il primo ed il secondo piano si trova un piccolo spazio con poltrone accoglienti, in cui da uno schermo alla parete risuona la voce di un uomo che, con tono ora disteso, ora concitato, ci parla della vita e dell’arte di Henri Matisse. Le immagini che scorrono sono quelle di un documentario di circa 30 minuti attraverso cui seguiamo, in ogni fase della suo percorso, uno degli artisti  che «hanno reso grande la Francia».

Il piano superiore mostra un Henri Matisse ancora più inedito: disegni e lavori preparatori, dipinti e acqueforti che indagano specialmente il mondo e le forme femminili. Odalische sedute, in piedi o distese, affiancate o cinte di tessuti arabescati che riportano suggestivamente alla mente la “Danza dei sette veli” di Salomè, da sempre simbolo dell’Oriente e delle sue fascinazioni.

Ma a stupire e catturare l’attenzione è soprattutto un aneddoto, sconosciuto ai più ed ora riportato proprio all’interno dell’esposizione: Matisse collaborò con i Balletti Russi di Diaghilev e Stravinskij. Negli anni ’20 del Novecento venne rappresentato “Le Chant du Rossignol”, di ambientazione cinese con la straordinaria scenografia proprio del pittore francese. Per la rappresentazione parigina l’artista realizzò bozzetti, costumi e disegni che danno vita ad un connubio perfetto tra musica, danza e pittura.

Mentre si attraversa questa sala si è accompagnati dalle note di Stravinskij che fuoriescono da due schermi in cui vediamo la preparazione e la rappresentazione di alcune versioni del balletto. Lasciandoci suggestivamente L’usignolo alle spalle, ammiriamo in fondo nei pressi della porta dell’ultima sala la grande tela de “I pesci rossi”, capolavoro dai colori apparentemente cangianti e dalla forte ambiguità visionale.

matisse le chant du russignol

Di nuovo le parole dell’artista ci guidano, accompagnandoci in questo congedo con una scritta a tutta parete che si affaccia alla luce di quest’ultima sala: «la massima semplicità coincide con la massima pienezza […] Ma da sempre c’è voluto coraggio per essere semplici. Credo che non ci sia niente al mondo di più difficile. Chi lavora con mezzi semplici non deve aver paura di diventare apparentemente banale».

Con un ritorno alla semplicità, mai banale, delle linee e un’interpretazione di straordinaria modernità di motivi già presenti nelle arti del passato, Matisse dispiega il suo sguardo visionario, profondo ed assolutamente moderno. Ed ecco che, all’interno della sempre affascinante e suggestiva cornice delle Scuderie del Quirinale, ancora una volta, la grandezza del genio Matisse è riuscita ad esprimersi. 

 

Ginevra Amadio

 
 
 
Condividi:

3 Comments

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.