Il Medioevo secondo Umberto Eco: a cosa ci serve il romanzo storico

Articolo della newsletter n. 58 - Febbraio 2026
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Tra le mura di un’abbazia isolata, immersa nella nebbia e nel silenzio, si muovono uomini inquieti, attraversati da dubbi, paure e ambizioni omicide. La biblioteca-labirinto è il cuore misterioso e quasi sconfinato del romanzo, che non custodisce solo libri proibiti, ma scatena conflitti e odio. Il Medioevo del Nome della rosa di Umberto Eco non è uno sfondo fiabesco, ma un mondo profondo come le nostre coscienze.

La scelta di ambientare il romanzo nel quattordicesimo secolo non è casuale: Umberto Eco, medievista e semiologo, sa bene che il Basso Medioevo è uno dei momenti più densi e problematici della storia europea – ma anche uno dei più affascinanti. È un’epoca di fratture con tradizioni che sembravano indistruttibili e di fermento religioso e intellettuale, ben più di quanto si pensi abitualmente. Nei dibattiti tra francescani e domenicani, nello scontro tra papato e impero e nelle migliaia di micro-conflitti presenti nel suo capolavoro, Umberto Eco mette in scena questioni che superano di gran lunga i confini cronologici del romanzo. Il Medioevo diventa così uno spazio di riflessione sul presente, un terreno sicuro da cui osservare le nostre ossessioni contemporanee senza nominarle direttamente. E non c’è dubbio che i primi lettori dopo la pubblicazione nel 1980 si sentissero altrettanto chiamati in causa.

In questo senso, Il nome della rosa è anche una pietra miliare del romanzo storico con cui chi è venuto dopo è stato costretto a confrontarsi. Il romanzo storico, quando funziona davvero, non si limita a ricostruire un’ambientazione, ma riesce a restituire un modo di vedere il mondo. Troppo spesso il Medioevo è stato ridotto a un’epoca oscura e violenta, dominata dall’ignoranza e dalla superstizione più di ogni altra, in una caricatura rassicurante e utile a sentirci più moderni e più razionali. Umberto Eco, in modo quasi paradossale, ne mostra invece tutta la bellezza proprio in un libro decisamente noir.

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È proprio questa complessità che il buon romanzo storico riesce a restituire meglio di altri strumenti, imponendo l’uso dell’immaginazione e un tempo di fruizione lento, incompatibile con l’urgenza dell’attualità. Leggere un romanzo storico significa accettare di rallentare, di abitare per qualche ora un altro ritmo, un altro sistema di valori che qualcun altro ci sta presentando. In questo spazio la storia può diventare esperienza tanto concreta quanto è capace l’autore che ci sta parlando.

C’è poi un elemento, non meno importante, che spiega il valore del romanzo storico: il fascino della storia stessa. Un fascino che non nasce dalla nostalgia, ma dalla possibilità di immergersi in un tempo diverso, di abitarlo per qualche pagina senza la pretesa di dominarlo o di imporre a esso qualcosa di “nostro”; quasi di andarci in visita. In questo senso, la sua utilità non sta nell’insegnare, ma nel trasformare il lettore, educandolo al dubbio, alla lentezza e a una complessità di valori. La distanza temporale diventa uno strumento critico: permette di osservare dinamiche universali senza le difese che attiviamo quando queste riguardano direttamente il nostro presente e la nostra società. Si rompe così l’illusione di un tempo eterno e autosufficiente, ricordandoci che anche altri uomini hanno vissuto crisi, transizioni e conflitti percepiti come definitivi (o addirittura apocalittici). E proprio perché non semplifica, riesce ancora a esercitare un’attrazione potente: ci invita a entrare nella storia non come spettatori, ma come ospiti temporanei, consapevoli di uscirne con uno sguardo leggermente diverso.

La storia non serve a fornire lezioni morali pronte all’uso, “pacchetti di valori” da metterci in tasca così come li troviamo, ma a complicare il nostro sguardo sul presente. Il romanzo storico partecipa pienamente a questo compito. Ci ricorda che ciò che oggi consideriamo naturale o inevitabile è il risultato di processi lunghi, conflittuali, spesso sorprendentemente casuali, che le idee si agganciano addosso a certi pezzi di storia e non si staccano più finché non hanno esaurito la loro spinta misteriosa.

Umberto Eco affida all’abbazia medievale un ruolo centrale in questa riflessione. Immaginate solo come luoghi di silenzio e regolarità, le abbazie furono centri di produzione culturale, nodi fondamentali nella circolazione del sapere, anche proibito. Scriptoria, biblioteche, scuole: spazi in cui il sapere veniva copiato, interpretato, ma anche controllato. E chi controlla il sapere controlla tutto il resto. Nell’abbazia del romanzo si concentrano tutte le ambiguità del Medioevo: la volontà di conservare il sapere e, allo stesso tempo, il timore che esso possa sovvertire l’ordine costituito.

Non è un caso che Il nome della rosa non offra certezze consolatorie. La verità, nel romanzo, è sempre parziale, frammentaria, spesso inaccessibile o addirittura persa per sempre. E forse è proprio questo uno dei contributi più importanti del romanzo storico: insegnarci a convivere con l’incertezza. In un’epoca che pretende risposte rapide e definitive, tornare a un passato che non si lascia semplificare è un esercizio salutare, quasi monastico. La storia, raccontata bene, dovrebbe scuoterci qualcosa dentro.


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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole e di pace. Sono specializzato in storia medievale, insegno lettere alle medie. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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