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London Bridge è caduto: cosa lascia la regina Elisabetta II

96 anni, di cui 70 sul trono. Elisabetta II, nel bene e nel male, ha segnato la storia britannica del Novecento

10 minuti di lettura

London Bridge is down. Elisabetta II, regina del Regno Unito, è morta l’8 settembre 2022. I numeri sono tanti: 96 anni, di cui 70 e 214 giorni sul trono,15 primi ministri incaricati per un totale di 27 governi, sopravvissuta a sette papi, è stata il sovrano più longevo dell’intera storia britannica.

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La regina Elisabetta II con Helmut Kohl, Ronald Reagan e Margaret Thatcher

Ma Elisabetta II non è stata (solo) la regina dei record. Al momento dell’incoronazione, nel 1953, divenne sovrana di un territorio che era in tutto e per tutto ancora l’Impero britannico, alle prese con una sofferta decolonizzazione. Il compito di Elisabetta II fu quello di traghettare il più docilmente possibile il Regno Unito da un’era vittoriana ormai morta e sepolta alla modernità globalizzata e complessa. È passata dall’Inghilterra vittoriana, razzista, classista e colonialista di Churchill a quella multiculturale, globalizzata e open minded di Sadiq Khan. L’economia, la cultura, la società, gli usi, i costumi, le infrastrutture, persino la topografia del paese sono cambiati, e in un mondo in cui tutto cambiava, la Corona ha saputo rimanere ferma, un passo di lato più che indietro rispetto agli eventi, mantenendo sempre il duty al primo posto. Ci voleva poco perché lo stoico stiff upper lip elisabettiano divenisse proverbiale. Occorreva sotterrare Churchill per permettere al Regno Unito un nuovo corso, fuori dell’imperialismo ottocentesco, ed era necessario anche che Eden dovesse cadere dopo la debacle di Suez. La ragion di stato sopra tutto, anche a costo della popolarità.

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La regina Elisabetta non ha infatti sempre navigato in acque tranquille. Anzi. Ci sono stati i tempi di sangue e la guerra alle Falkland della iron lady Margaret Thatcher, così simile alla sovrana e così diversa da lei. Poi, i tempi ancor più duri dell’IRA e dei moti indipendentisti irlandesi. E poi, tutto ciò che riguarda il gossip e il privato della royal family. Per la sua vita personale e per la sua famiglia, la regina ha sempre adottato il motto shakespeariano del “love thyself last” e questo le ha causato la fama di tiranno. I divorzi dei figli, le losche frequentazioni del favorito Andrea (su cui Buckingham Palace è stato più silenzioso che mai), il difficile rapporto con l’estrosa sorella Margaret sono stati duri colpi per la popolarità di Elisabetta. Ma il punto più basso si è toccato con Lady Diana, la candida principessa contro l’algida regina, il difficile confronto, la gabbia dorata, il matrimonio a pezzi. Una storia da Biancaneve.

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È stato in quel momento che Elisabetta ha corretto per la prima volta la rotta, con un videomessaggio intimo alla nazione. Incominciava il rapporto con una società di spettacolo, un adattarsi allo spirito dei tempi (ma senza sposarsi: si sa, a corte, che chi sposa lo spirito dei tempi prima o poi ne rimane vedovo). Dunque, sì ai bagni di folla, ma sempre con i guanti bianchi, sì all’abbigliamento iconico, ma mai sopra le righe, in poche parole: sì al sovrano umano, ma non umanitario. Col vento in poppa, Elisabetta si è avviata a una serena vecchiaia. Poi sono venuti la cool Britannia e il britpop, seguiti da Tony Blair, amato tanto in patria quanto all’estero, e culminati con le Olimpiadi del 2012. In un batter di ciglia, Elisabetta era diventata un’icona pop invidiabile, spaziando dalla musica ai gadget e ai meme. È riuscita, rimanendo immobile nelle tempeste (attirandosi per questo, e spesso giustamente, molte critiche), a diventare l’architrave di un regno in bilico tra le crisi politiche, la Brexit e le richieste indipendentiste. Sembra paradossale dirlo, ma (anche) sulle borsette, sui cappellini, sui royal babies e sui vezzi di una monarchia sempre uguale, si basa la stabilità di un paese. Per questo Elisabetta, andandosene, lascia un’eredità difficile e un compito ancor più arduo: impersonare un ruolo in cui bisogna essere perennemente immotus nec iners, e in cui anche una virgola fuori posto può cambiare tutto. Che il successore sia o meno all’altezza lo vedremo con gli anni, ma quel che è certo è che muore uno dei testimoni d’eccezione della storia recente, un monumento alle contraddizioni e al difficile sentiero percorso dall’Occidente. Muore un’era, più che un secolo, con i suoi modi di fare e la sua sapienza antica.

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Quel che rimane ora è l’incertezza di un Paese che ha perso l’ultima istituzione (e si parla della regina Elisabetta II, non della Corona) capace di tenersi sempre nel punto giusto rispetto alla Storia, sempre fuori dagli scandali a cui nessuno sembra sfuggire, sempre super partes eppure così influente. Cosa succederà ora non si sa, ma se i britannici finissero mai per avere una Repubblica, farebbero bene a cercare un Presidente alla pari di Elisabetta II.

Elisabetta II: non solo luci

I brividi della Storia che si compie davanti ai nostri occhi, le immagini della telecamera della BBC piazzata davanti al castello di Balmoral con le guardie armate che passeggiano e auto costose che discretamente entrano o escono dai cancelli. Non dimenticheremo queste ore, quelle del «cosa stavi facendo quando è morta la regina d’Inghilterra?».

Finite le lacrime che scorrono già a fiumi almeno dal pomeriggio di ieri, i monarchici dovranno fare i conti con il tempo che divora chi non sa adattarsi e con il crollo di una delle poche colonne portanti della loro antica, amata, elitaria, forma di governo. I Paesi del Commonwealth, il bizzarro espediente trovato dai britannici che non volevano rinunciare al capriccio di un impero, hanno dimenticato da tempo la parte monarchica della loro identità. Perché le ex colonie si sono accorte che funzionano benissimo da sole e pian piano hanno perso la consapevolezza dei mali del colonialismo in cui la Gran Bretagna della candida regina è stata prima della classe. Perché può far tenerezza – e ai morti dobbiamo il rispetto che contraddistingue la specie umana -, ma un personaggio storico non si può staccare da ciò che rappresenta.

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La regina Elisabetta II nel 1959

Ne sentiremo parlare poco, perché prima si elogeranno fino alla nausea i meriti di una persona che ha vissuto nel lusso per tutta la vita senza mai lavorare, ma i privilegi della nobiltà e della monarchia danno fastidio a sempre più persone, soprattutto quelle che faticano ad arrivare alla fine del mese e si vedono sbattuti in faccia gli ori di Buckingham Palace, le proprietà esentasse, gli scandali dei reali. Ecco la sfida dei successori di Elisabetta II sul trono, che siano solo un paio o centinaia: riuscire a portare avanti lo stesso racconto che ha fatto accettare a milioni di persone una sottomissione per diritto di nascita, ovvero il fatto che alcuni nascono fortunati e altri no (e questi ultimi si arrangino). La regina era comodissima, rivoluzionaria e dolce per chi non si sbilanciava, simbolo della tradizione per chi di notte sognava l’epoca in cui l’Union Jack proiettava un’ombra traballante sulle schiene degli schiavi in giro per i sette mari. E sentire parlare di “re d’Inghilterra” fa davvero strano. Long live the king. O se preferite: Tiocfaidh ár lá.

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Andrea Potossi

Classe 2004, per Frammenti mi occupo di storia, storie e attualità. Leggo, studio, suono, scrivo, faccio cose, vedo gente. Vivo a Treviso.

Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole, montagne e un po' di pace. Specializzato in storia economica e sociale del Medioevo, ho fatto un po' di lavori diversi e temo di avere la vocazione per l'insegnamento. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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