5G, internet e digitalizzazione: qual è la situazione in Italia?

In diverse occasioni, negli ultimi mesi, il premier Giuseppe Conte ha ribadito che in cima alla lista degli obiettivi della politica italiana c’è la digitalizzazione del Paese e la creazione di infrastrutture che rendano reale la tanto sospirata e necessaria banda ultra larga universale. Vale a dire la connessione veloce ad Internet, garantita attraverso supporti tecnologici e infrastrutture high tech, per tutti, e in tutte le aree del Paese.

Abbiamo bisogno del digitale

Il bonus, introdotto dal Ministero dell’Economia e dello Sviluppo, che fornisce, a certe condizioni, pc e tablet in comodato d’uso agli studenti, è un ottimo segnale dell’interessamento concreto, da parte della politica, alla risoluzione del digital divide. Questi obiettivi sono oggi tanto urgenti quanto soggetti a un inevitabile rallentamento della loro realizzazione, dovuto alla crisi sanitaria determinata dall’emergenza Covid. Infatti, si dà una situazione paradossale, come ha giustamente ribadito in queste ore, Marco Ludovico in un articolo apparso su Il Sole 24ORE. Da una parte, l’emergenza pandemica ha mostrato in maniera inequivocabile l’imprescindibilità del digitale nella nostra società e la sua funzione benefica, di soccorso e di mantenimento – quando non di manifesto miglioramento – delle attività quotidiane, burocratiche, lavorative, e scolastiche. Dall’altra, se proprio l’emergenza Covid sta comportando un rallentamento degli investimenti sul digitale, a causa della crisi economica che ha creato, è altrettanto vero che sembra proprio che dobbiamo appellarci al digitale per risolvere questa stessa crisi finanziaria.

Questi aspetti, sono, oggi, confermati una volta di più, dai risultati delle analisi statistiche e tecnologiche condotte nel webinar organizzato da i-com (Istituto per la Competitività) che ha avuto luogo lo scorso 12 novembre, dal titolo “il 5G per rilanciare l’Italia in sicurezza”.

In difesa dei webinar

È bene, intanto, porre l’accento sul fatto che eventi come questo, cioè i webinar, che si sono moltiplicati negli ultimi mesi, dovrebbero mettere a tacere le polemiche sterili e false relative al fatto che gli ultimi DPCM violerebbero il principio di associazione sancito dall’articolo 17 della Costituzione. I convegni, non sono stati vietati; per la maggior parte, restano pubblici, ed anzi, raggiungono e rendono più pratica la partecipazione, passando per i canali online, di molte più persone, rispetto ai convegni in presenza.

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Il webinar di i-com è stato svolto nell’arco di tre ore scarse, dalle 15.30 alle 18.15 ed è stato curato da Silvia Compagnucci, Stefano da Empoli, e Lorenzo Principali. Gli autori intervenuti sono stati: Silvia Compagnucci, Thomas Osborn, Lorenzo Principali, e Domenico Salerno.

Alcuni numeri

Ecco alcuni aspetti cruciali trattati dagli interventi, che potete leggere per esteso qui. I più propositivi, sono stati fare il punto della situazione, dati statistici alla mano, incrociati con questioni politiche e informatiche, sull’utilizzo di internet nel periodo della pandemia – fin ora. Approfondire il deployment e la sicurezza delle reti in Europa, USA e Asia e l’approccio italiano alla sicurezza delle reti internet.

È emerso il seguente quadro statistico. Nel periodo del lockdown della scorsa primavera, il traffico dati è aumentato del 57% su rete fissa e del 29% su rete mobile rispetto ai valori registrati nei mesi precedenti. La quantità di denaro necessaria in Europa per l’investimento volto all’ammodernamento e all’implementazione delle nuove reti internet equivale a 535 miliardi di euro, di cui 20-30 miliardi solo per l’acquisizione delle licenze 5G nell’Unione Europea.

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Osservando le reti mobili nelle principali aree tecnologicamente mature del pianeta, emerge che la Cina è il Paese con la quota maggiore di infrastrutture 4G nell’insieme totale delle reti esistenti. In Europa, più della metà delle infrastrutture di rete mobile continentale è 4G, anche se resiste una quota del 14% di connessioni 2G. Secondo il 5G Observatory, l’Italia è il terzo paese in Europa per numero di sperimentazioni 5G, tuttavia i progetti rilevanti in merito sono solo 2. Ma soprattutto la copertura del 5G è ancora limitata a certi servizi commerciali di determinati operatori e attiva solo in alcune città, o, addirittura, solo in certe aree delle città maggiori.

Il lavoro svolto dagli autori intervenuti nel convegno è di certo teorico-informazionale, un lavoro su dati online che riguardano i flussi dell’attività online stessa, e le infrastrutture digitali in fase di creazione per migliorarla. Ma è anche il tipo di lavoro, la mansione, che svolge nelle aziende odierne il CDO (Chief Data Officer): la figura professionale che, con competenze tecnologiche, legali, e amministrative, è il responsabile del flusso dei dati aziendali e colui che li organizza per sfruttarli in termini di competitività. Mostrare lo stato della competitività digitale internazionale è ciò che gli autori del webinar hanno voluto fare, confrontando i dati inerenti alla realizzazione del 5G nei principali Stati europei.

Cos’è il 5G?

Il 5G, nonostante le sconfortanti e sconclusionate opinioni complottiste in merito, è stato pensato per migliorare le prestazioni dei dispositivi in relazione alla connessione al World Wide Web, cioè per realizzare qualcosa di positivo ed utilissimo. Perché internet non è tanto uno svago, ma soprattutto una risorsa incalcolabilmente utile e migliorativa in diversi contesti umani. Secondo una lettura personale, attraverso internet migliora il nostro modo di relazionarci con il mondo e con gli altri, le nostre capacità analitiche e comunicative, sviluppiamo una più accurata conoscenza di molte cose. È un fatto che ci è sempre più garantito l’accesso a piattaforme e spazi di istruzione e perfezionamento professionale, che si stanno moltiplicando.

È anche opportuno emendare quei residui, nell’opinione di massa, del mito secondo cui con la digitalizzazione e l’automazione comporterebbero la diminuzione del lavoro umano, accrescendo la “disoccupazione digitale”. La realtà ci fa vedere che, invece, il digitale è foriero di nuove professioni in cui l’essere umano ha l’opportunità di utilizzare la propria intelligenza in modo più elevato e trasversale, rispetto ai lavori tradizionali, che cadono in disuso per due ragioni: non sono lavori che dovrebbero competere a un vivente intelligente quale è l’uomo; il digitale ci consente di liberarci non di essi, ma ci fa guadagnare tempo prezioso, togliendoci l’onere fastidioso di doverli svolgere noi per forza (pensiamo alla registrazione dei dati, prima avveniva manualmente in registri cartacei, adesso il solo pensiero è assurdo, in quanto infattibile).

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Da questo convegno, possiamo dire, vengono ribadite, con annessi suggerimenti, le urgenze di accelerare la digitalizzazione e di saperla utilizzare come risorsa in primis economica, ma anche come strumento generale anti-crisi. Minimo denominatore comune degli interventi è stata la concezione dell’online come strumento di emancipazione e di progresso della civiltà a più livelli, dall’istruzione all’economia alla interazione sociale e interpersonale. Internet è stato giustamente trattato come lo stabilizzatore che garantisce prosperità.

Cosa dobbiamo fare con il digitale?

Il sogno degli anni Novanta, di fare di internet la rivoluzione della libertà e del benessere, è sempre a portata di mano. Soprattutto adesso, che iniziamo ad avere la maturità conoscitiva e operativa adeguata rispetto al digitale, ora che siamo in grado di creare le giuste infrastrutture e i giusti software. In altre parole, ora, che stiamo costruendo la Gigabit society (progetto sostenuto dal CEBF, che prevede di garantire la gestione di tutto l’amministrativo attraverso la connessione veloce ad Internet, entro il 2025), e già viviamo nella software society, il welfare digitale non è più un utopistico miraggio. Né, per ora, un proposito disatteso definitivamente, a causa del capitalismo del controllo che ha preso a servirsi dell’essere umano come “interfaccia” per il web marketing. Ma una visione reale verso cui ci possiamo dirigere, e concentrare le nostre azioni.

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Osservando i dati in merito al lavoro, vi è una notevole discrepanza statistica che preclude l’oggettività e l’universalità al metodo statistico come tale. É tuttavia verosimile che i settori lavorativi oggi in crescita siano quelli dei servizi, e cioè l’amministrazione, che lavora con computer e device computazionali. Mentre è in calo la forza lavoro dei mestieri manuali e dell’industria. Il progetto che intende costruire un contesto sociale ed economico in cui la produttività e la ricchezza non diminuiscono, ma anzi si accrescono e si ridistribuiscono, pur con la diminuzione della quantità di lavoro umano in certi settori, sembra poter essere veramente realizzabile attraverso il digitale.

La “disoccupazione digitale” può essere, almeno per chi scrive, un fattore di progresso sociale, se gestita bene. Mettendo il digitale al servizio delle persone, senza manipolarle per indurre in loro certe azioni, estorcere loro denaro e informazioni, sfruttando la loro presenza online. Disegnando la dimensione online agendo con criteri solidali, integrità etica, maturità concettuale, ed efficacia pratica, per la realizzazione del perfezionamento delle infrastrutture amministrative e il miglioramento estensivo della qualità della vita.

Immagine in copertina: La Stampa

 


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