David Bowie heroes

La notte in cui nascono gli eroi

Articolo della newsletter n. 57 - Gennaio 2026
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«Le mie notti finirono un mattino», confida il Sognatore nel finale di Le notti bianche. E mentre nella San Pietroburgo di Dostoevskij la luce scivola sulla Neva e scioglie per sempre gli ultimi resti del sogno, a Berlino la notte resiste ancora. Resiste nel 1848 come nel 1977, quando da una finestra degli Hansa Studios David Bowie scorge un’ombra che squarcia il vuoto del Muro: una sagoma immobile, che, a guardarla meglio, sono due, strette in un abbraccio. Da quell’istante eterno – una minuscola crepa nell’oscurità – si accende la scintilla di Heroes.

La Berlino che accolse Bowie

David Bowie è a Berlino per salvarsi. A metà degli anni settanta Los Angeles lo sta divorando: nel 1974 approda in California e, già incline agli eccessi, si lascia risucchiare da una città che vive di estremi. Cocaina e anfetamine a ritmi inimmaginabili, una dieta surreale ridotta a peperoni rossi, latte e sigarette, arricchita da paranoie, allucinazioni e un’aura febbrile che alimenta leggende inquietanti attorno al Duca Bianco di Station to Station.

Berlino diventa allora l’unico approdo possibile, il punto più lontano per mettersi al riparo e, al tempo stesso, il più vicino per guardarsi allo specchio. L’ambiente musicale è in ebollizione: un laboratorio di art work, elettronica e avanguardia, abbastanza dimesso da permettergli di togliersi i costumi della star e confondersi per le strade, come un uomo qualunque.

Ma ciò che davvero lo attrae e lo trattiene è qualcos’altro. La città del Muro, infatti, portava con sé una fragilità strutturale, l’interiorizzazione della propria caducità. Una giungla di cemento che non temeva la catastrofe: ci abitava dentro, respirandola, custodendola. Non a caso, decenni dopo, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier dirà che la Germania, e la sua capitale, «si può amare solo con il cuore spezzato».

Per David Bowie, che si è sempre dichiarato permeabile all’ambiente in cui agiva, non esiste cornice più adatta in cui tuffarsi e riemergere, dove ricreare la condizione espressionista di Io e la città. Berlino diventa lo spazio in cui dare voce ai suoi angoli più nascosti e delicati, il luogo dove reimparare a nuotare, a stare a galla, a respirare.

È qui, dentro e fuori ai bar «dove persone tristi e disilluse potevano ubriacarsi», che David Bowie sviluppa uno stile musicale in cui l’atmosfera prevale sui testi, e concepisce Low, Heroe e Lodger – la trilogia berlinese –, l’attraversamento e l’esorcizzazione del proprio buio.

Dall’ombra di Dostoevskij agli amanti sotto il Muro

Questo buio da cui David Bowie tenta di liberarsi non appartiene soltanto al suo mondo interiore: riaffiora nella scenografia che sceglie e si distende nella notte berlinese che lo accoglie. È la notte, infatti, a offrirgli un campo visivo privilegiato. Quando cala il crepuscolo, il paesaggio urbano muta in un territorio quasi amichevole: uno spazio in cui i personaggi solitari delle sue canzoni possono muoversi liberi, essere qualcun altro o, finalmente, rivelare loro stessi.

Le figure cantate da David Bowie si aggirano nell’oscurità di una città dalla natura palinsestica, oscillando costantemente tra l’interno e l’esterno, una stanza e il ciglio della strada, il tepore e il gelo.

E nella title track di Heroes la soglia si dissolve del tutto: il privato diventa pubblico, il pubblico si fa privato. L’abbraccio che ispira la canzone – nascosto e insieme esposto al Muro e ai fucili delle guardie – trasforma il luogo più pericoloso e carico di tensione della città in una casa, in un nido.

I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall) 
And the guns, shot above our heads (over our heads) 
And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall) 
And the shame, was on the other side

È qui che David Bowie sembra infilare Dostoevskij nella tasca agli amanti. In Le notti bianche, lo scrittore russo, attraverso l’immobilismo del Sognatore, mostra con chiarezza cosa succede se si subisce la vita invece che esserne protagonisti.

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Egli incarna ciò che David Bowie non vuole più essere, e ciò che non vuole che i suoi personaggi siano, neppure per un istante. Le notti pietroburghesi e quelle berlinesi condividono la stessa sospensione irreale, in cui tutto sembra possibile pur sapendo che non durerà. La differenza sta tutta in come le si attraversa.

Il Sognatore vive l’amore per Nasten’ka come un’illusione che evapora in tragedia: aspetta, esita, e alla fine la vita decide per lui, lasciandolo al mattino con un pentimento bruciante.

Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?…

Gli amanti di Heroes, al contrario, scelgono per loro stessi. E, attraverso di loro, David Bowie traduce una visione in un gesto, un’intuizione in una canzone. Mostra che i sogni possono essere vissuti in prima persona, e che non scegliere è già una scelta – spesso la più dolorosa.

In questo scarto infinitesimale, in un bacio sotto il Muro, scorre tutta la distanza tra l’inerzia e la vita.

Il coraggio di essere vivi

Dal caos e dal trauma, l’album del 1977 disegna un percorso di guarigione: prima scavando nelle profondità dell’io del cantante, poi tornando a respirare verso l’esterno, dalla sfera intima a quella collettiva, dal locale al globale.

David Bowie – dopo aver scandalizzato il pubblico benpensante, proponendo forme di vita alternative al canone dominante, livellando le distinzioni più meschine, decostruendo miti politici e commerciali – fa risuonare il suo nuovo grido. Un grido che il produttore Tony Visconti amplifica nello spazio con un geniale sistema di microfoni e noisegate progressivi.

Nell’aria volava un messaggio per tutte le fat-skinny, tall-short, nobody, somebody people che sognavano un mondo più giusto: «Siete belle, siete vive, potete essere voi stesse».

We can be us, just for one day

Nel suo cammino dalla dipendenza all’indipendenza, dalla paranoia di una celebrità schiacciata da sé stessa alla radicale nudità senza maschere, David Bowie si dibatte tra due forze contrarie: da un lato, quella dell’homo faber fortunae suae, deciso a riscrivere la propria storia; dall’altro, quella della vittima risucchiata dalle ossessioni. In questa tensione offre un eroismo modesto, messo tra virgolette: l’eroismo di «andare avanti con la vita, con il semplice piacere di rimanere in vita». E magari, provare ad affermarsi – anche solo per un istante fugace – di fronte a ostacoli infinitamente più grandi.

Ecco Heroes: una canzone abitata da due persone comuni, eppure Re e Regina nel momento in cui compiono un atto minuscolo, ma decisivo. Uno nelle braccia dell’altra, a pronunciare un sottovoce contro la forza del mondo. Un che, per un giorno, basta a essere eroi.

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can beat them, just for one day
We can be heroes, just for one day


Illustrazione di Marialuce Giardini

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Riccardo Tortora

Classe 2002, romano attualmente residente a Milano, studia Editoria all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Appassionato di letteratura e tipografia, ama vivere immerso nei libri: leggerli, scriverne, discuterne, progettarli. Ma anche maltrattarli un po’ – i suoi volumi sono pieni di orecchie, chiose e sottolineature rigorosamente a penna.

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