“Giovanni mi chiese aiuto per la tesi magistrale attraverso una mail. Il tono era quello che tutti conoscono: gentile, strutturato, premuroso. “Spero di non essere sembrato inopportuno con questo messaggio”: no, Giovanni, non mi disturbi, non mi hai mai disturbato. Gli diedi del lei per un anno; mi ascoltava parlare di cose che sapeva meglio di me con il suo sorriso baffuto; ho quattro anni più di lui eppure accettava placido il mio giocolìo di parole. Ero perduto, in quei mesi, iniziava il mio vagare post-dottorato: in lui trovai la pazienza, la sapienza, la capacità di farmi sentir utile un poco. Lo battezzai pomposamente “il mio primo allievo”; lui accettava ridendo, giocava al mio gioco. Spazientito, dopo la laurea, mi disse, alzando un sopracciglio, esasperato, “possiamo darci del tu, per favore?”. Sì, Giovanni, volevo proportelo io. Dormiva a volte da me, il mio amico; parlavamo per ore delle cose che leggevamo. Ti piace Bataille? Mi piace, vorrei che avesse ragione. Giovanni era più attento di me; io mi lanciavo, commentavo, condannavo, assolvevo. Giovanni seguiva, apparentemente mansueto, e poi mi faceva riflettere: “è vero, ma guarda che manca qualcosa”. Sì, Giovanni, manca qualcosa, lo so. Non ricordo nemmeno tutte le cose che abbiam fatto insieme. Abbiamo parlato, riso, bevuto, organizzato, letto, mangiato e lottato. Giovanni era una straordinaria combinazione di fenomenologia, marxismo althusseriano, niccianesimo e letteratura. Amava Fortini, amava Morselli, amava Steinbeck. Sì Giovanni, noi siamo gli ultimi di un tempo che nel suo male sparirà, vedrai, vedrai. Ricordo poi, un giorno, una sua risposta ai miei infiniti lamenti e paure: “noi nicciani non sveniamo! Al massimo sogniamo serpenti”. Sì, Giovanni, noi non sveniamo. Ma facciamo di più che sognare, lo sai. Quando ci capitava di presenziare insieme a qualche iniziativa accademica, lo portavo in giro come un trofeo e scherzavo: “è merito mio, vedi che bravo?”. Non è vero, lui lo sapeva: eppure annuiva, diceva che era vero. Grazie Giovanni, lo sai che mi piace pensare di servire a qualcosa. Mi spiazza, oggi, soprattutto un ricordo: due anni fa io stavo male, ero perso nei miei pensieri. Dovevo scrivere a qualcuno: scelsi Giovanni. Cominciammo a parlare dei nostri dolori per litteras; ed era Giovanni a consolar me, anche se c’era già allora il suo, di travaglio. “Paolo, sei sicuro che le domande son giuste?”. No, Giovanni, hai ragione; me ne farò delle altre. Non so davvero quando si è perso il mio amico; lo ho visto da poco, era lui, era saggio e rideva. Non ho avuto il coraggio di chiedergli “come stai?”; ho messo la polvere sotto al tappeto, ho visto che faceva progetti e ho taciuto. Lui me lo ha chiesto per primo, subito, abbracciandomi: “come stai, Paolo?” Sto bene Giovanni, sto bene davvero. Mi manca imparare da te. Quando ho saputo, ho aperto il Vangelo. Non crediamo, io e Giovanni, noi siamo nicciani: ma siamo anche seri, sappiamo che è bello, sappiamo che serve. Vi ho trovato una parabola, quella del fico sterile: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercar frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma questi rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e gli metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai.” (Lc, 13,6-9) Tu sei il padrone o sei il fico, caro Giovanni? Forse un po’ entrambi: sei un fico che guarda sé stesso e si crede infruttuoso. Io sono un contadino, Giovanni, lo sai: lascia ancora che questo albero, che tutte le cose che hai fatto e pensato, stiano con noi; lasciaci ancora zapparci attorno. Ché poi, Giovanni, tu sai anche che son duro di testa: non mi impedirai mica di zappare; lascialo anco quest’anno. Io so che darà frutto, vedrai amico mio”. Paolo Missiroli
“Quando accadono eventi di questo tipo non si sa mai bene cosa dire. Mi vergogno a pensare di poter dire qualcosa di rilevante, a pensare di poter interpretare la vita di un’altra persona. Dirò solo ciò Giovanni è stato per me, e cioè un modello. Nel suo modo di intendere la filosofia, di affrontarla, c’era un’intelligenza commovente, un senso di meraviglia che si confaceva al suo carattere gentile. Una scrittura pulita e precisa, un pensiero ordinato e una straordinaria percezione dell’altro. Era una delle rare persone che ti guardavano veramente quando parlavi, quelle che ti fanno sentire ascoltato, capito”. Mattia Brambilla
“Molte persone sanno scrivere ma solo poche sanno perché occorre farlo. Ricordare Giovanni significa innanzitutto ricordare una persona che sapeva precisamente perchè scrivere e perchè gli altri dovessero fare altrettanto. Se questo ricordo, congiuntamente a molti altri, è possibile ciò si deve al fatto che Giovanni credeva intensamente nella necessità di uno spazio in cui porre nero su bianco ciò che si pensa. La sua preziosa direzione del progetto editoriale di filosofia dentro Frammenti, prima, e Palomar in seguito era precisamente il frutto di questa sua convinzione. In contrapposizione alle tendenze della scrittura accademica e giornalistica, Giovanni riteneva che non bisognasse sempre e necessariamente avanzare teorie inedite o stritolare quelle esistenti nel pugno della critica. Spesso, è più importante che i concetti siano semplicemente raccontati. È da […]
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