«Campbell’s soup cans»: l’arte al supermercato

Può l’oggetto più banale del mondo diventare un’opera d’arte? Può essere musealizzata qualsiasi cosa, compreso ciò che vediamo ogni giorno, passeggiando stanchi tra le corsie di un supermercato? Per l’artista americano Andy Warhol e la Pop Art degli anni ‘60 la risposta è un sonoro sì.

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Lattine di Coca-Cola, biglietti da un dollaro, fumetti e immagini pubblicitarie delle movie star della golden age di Hollywood, diventano gli oggetti feticcio della Pop Art, che si pone agli antipodi della riflessiva e mistica corrente dell’Espressionismo Astratto, aprendosi alla cultura di massa e dando statuto artistico ai beni di consumo prodotti in serie dal capitalismo americano in pieno boom economico.

Campbell’s soup cans: Analisi dell’opera

Agli albori degli anni ‘60, Warhol, quando lascia il mondo della grafica pubblicitaria per dedicarsi all’arte, ha un’illuminazione, ovvero che

L’America è il primo Paese ad aver fatto si che i consumatori più ricchi comprino le stesse cose dei consumatori più poveri. Guardi la televisione bevendo una Coca-Cola e sai che anche il Presidente beve la Cola.

È così che Warhol sceglie di rappresentare le scatole di zuppa preconfezionata Campbell’s, di cui lui stesso era un accanito consumatore.

Campbell's soup cans
Andy Warhol, Campbell’s soup cans, 1962, polimero sintetico su tela, 51 x 41 cm, MoMa, New York. Fonte: en.Wikipedia.org

La realizzazione di questa prima serie di zuppe è esemplificativa del nuovo modus operandi di Warhol, improntato alla sistematicità: dopo aver comprato al supermercato tutte le varianti di zuppa disponibili, inizia a riprodurle frontalmente su fondo bianco, ingrandendole fino a occupare l’intera superficie della tela, rendendo così la zuppa un’icona assoluta della modernità. Con questo gesto Warhol sconfessa l’atto auto-espressivo della pittura, operando in maniera fredda e impersonale, proprio come un operaio in una catena di produzione. L’adozione della tecnica serigrafica, infatti, consente all’artista di abbandonare l’atto manuale del dipingere, permettendogli di riprodurre infinite volte un oggetto fino a svuotarlo di ogni significato.

Nel 1962 il gallerista Irvin Blum decise di ospitare nella sua galleria di Los Angeles, la Ferus Gallery, la prima mostra personale di Warhol, che ebbe il merito di consacrare la Pop Art anche nella costa occidentale degli Stati Uniti.

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Tra le opere esposte spicca Campbell’s soup cans, consistente in 32 tele in polimero sintetico, raffiguranti tutte le varianti di zuppa Camplbell’s in commercio, allineate l’una accanto all’altra, proprio come se fossero ancora nel loro habitat naturale, ovvero gli scaffali di un supermercato. Nel 1996 l’opera fu acquistata dal Museum of Modern Art (MoMa) di New York, dove è attualmente esposta.

Successivamente l’artista è tornato a lavorare sulle zuppe in scatola, ora rimpicciolendole, ora accartocciandole, fino ad arrivare a minacciarle con l’apriscatole, in una pressoché infinita serie di varianti.

Campbell's soup cans
Andy Warhol, Big Campbell’s soup can with can opener (vegetable), 1962, caseina e grafite su lino, 183 x 132 cm, ubicazione sconosciuta. Fonte: Artslife.com

L’accoglienza di queste opere provocatorie fu clamorosa e immediatamente Warhol fu proiettato nel gotha dei grandi dell’arte.  In Europa la critica ha tentato di leggere in chiave marxista l’opera di Warhol, come un attacco diretto al capitalismo alienante, ma Warhol ha sempre rifiutato questa definizione, affermando di essere un grande amante della modernità americana di cui si è fatto attento osservatore, nel bene e nel male.

A proposito di Andy Warhol

Nato a Pittsburgh in Pennsylvania nel 1928 da immigrati slovacchi, con il nome di Andrew Warhola, si trasferisce a New York  nel 1949 , dove lavora come vetrinista e grafico pubblicitario presso alcune importanti riviste di moda, come Vogue, Harper’s Bazar e Glamour. A partire dagli anni ‘60 inizia a usare la tecnica della serigrafia, proponendo in una nuova veste artistica oggetti di consumo e immagini da rotocalco di divi del cinema e della musica, come Marilyn Monroe e Elvis Presley. Nel 1962 fonda The Factory, il suo studio personale a Midtown Manhattan, che nel giro di pochi anni diventa un vero e proprio crocevia di artisti e musicisti come Lou Reed, Bob Dylan e Mike Jagger. Presenza tentacolare nel campo delle arti, Warhol fu anche un cineasta prolifico, apri fila di un cinema avanguardista, sperimentale e sessualmente permissivo, basato su estenuanti piani sequenza che riprendono azioni comuni come baci appassionati (Kiss, 1963) o persone profondamente addormentate (Sleep, 1964).

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Negli anni ‘70 realizza soprattutto ritratti di celebrità, raccolti nella mostra tenutasi al Whitney Museum di New York, intitolata «Andy Warhol: Portrait’s of the 70’s».

Negli anni ‘80 collabora con l’afroamericano Jean-Michel Basquiat, nome di punta della scena artistica newyorkese, e scopre il giovanissimo David LaChapelle, enfant terrible della fotografia contemporanea. Muore nel febbraio del 1987 dopo una banale operazione alla cistifellea. Nel 1989 il MoMa gli dedica una grandiosa retrospettiva, contribuendo a consolidarne il mito.

 


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Arianna Trombaccia

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