la città dei vivi

«La città dei vivi» è un romanzo pazzesco

C’è un aforisma (spesso citato a sproposito) di Friedrich Nietzsche che recita così: «Se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te». E proprio questo è l’effetto che fa La città dei vivi di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020 – acquista). Già, perché questo romanzo, più che un libro, è un vero e proprio pugno nello stomaco di chi legge, e che costringe il lettore a tuffarsi in un abisso lungo 459 pagine, in cui a regnare è la banalità del male. Proprio quella banalità del male che ha portato, nel marzo 2016, due ragazzi romani di buona famiglia, apparentemente normali, Manuel Foffo e Marco Prato, a uccidere Luca Varani in uno dei crimini più efferati e al contempo insensati della cronaca nera italiana degli ultimi anni.

La cosa che fa riflettere del caso magistralmente ricostruito ne La città dei vivi è che Manuel e Marco potevano letteralmente essere chiunque. Non avevano profili da criminali. Avevano problemi, questo sì, ma come ne hanno in tanti: difficoltà nel rapporto con i genitori, ad accettarsi, a realizzarsi. Però non si può fare a meno di riflettere, a lungo, sulle parole di Lagioia:

Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. È più difficile avere paura del contrario. Preghiamo Dio o il destino di non farci trovare per strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?
È sempre: ti prego, fa’ che non succeda a me. E mai: ti prego, fa’ che non sia io a farlo.

Eccolo, l’abisso: se l’hanno fatto loro, potrei farlo anche io? Manuel e Marco avevano problemi comuni a tantissime persone. Ma c’è da dire che per fortuna non tutte le persone che soffrono di carenze affettive poi diventano assassini. Eppure, l’abisso inizia a scavarti dentro. Ti fa chiedere se sei proprio sicuro che tu non saresti mai in grado di fare quello che hanno fatto loro. Anche Manuel e Marco, prima di commettere l’omicidio, infatti, avrebbero potuto dire la stessa cosa.

copertina de la città dei vivi di nicola lagioia

Manuel, Marco e Luca

Il pm Francesco Scavo ha raccontato che «Se Marco e Manuel non si fossero incontrati, questo omicidio non sarebbe mai stato commesso». I due ragazzi si sono conosciuti a capodanno, tramite amici in comune. Marco è gay, Manuel no (o almeno crede). I due si conoscono e scatta qualcosa, passano quattro giorni insieme a pippare cocaina. Marco fa un pompino a Manuel. Manuel riprende il tutto con il telefonino di Marco. Nei giorni seguenti, passati gli effetti della droga, Manuel ha paura: teme che Marco possa diffondere il video e sputtanarlo. Vorrebbe recidere i legami con Marco, ma non può perché ne teme le conseguenze. E alla fine cede ancora al fascino magnetico di Marco e alla sua personalità manipolatrice. Si ritrovano, si chiudono in casa di Manuel e ricominciano a pippare. Tanto. E in questa occasione – la seconda volta che si vedono – uccidono Luca Varani.

Luca è molto diverso rispetto a Manuel e Marco. Loro sono di buona famiglia, lui viene dalla periferia. Innamorato perso della sua fidanzata Marta Gaia, lavora in officina e frequenta le scuole serali. Luca Varani è sempre al verde: quello che guadagna in officina, lo spende alle slot. Ha costantemente bisogno di soldi; vorrebbe portare fuori a cena la sua ragazza e farle regali. Luca si costruisce così una doppia vita segreta: spaccia, ma soprattutto fa la marchetta, si prostituisce. Marco conosce Luca per il tramite di un suo amico, Damiano, cliente del ragazzo. Per soldi Luca farebbe qualsiasi cosa. E per centoventi euro va incontro alla morte.

Manuel e Marco sono nel pieno di un delirio da cocaina. Invitano Luca a casa: soldi in cambio della soddisfazione delle più recondite fantasie erotiche dei due ragazzi. Ma da quella casa in via Iginio Giordani, al Collatino, Luca non uscirà mai più.

Il male ci riguarda tutti

Ne La città dei vivi, Nicola Lagioia ricostruisce alla perfezione gli avvenimenti, romanzando fedelmente gli atti e le testimonianze del processo che lui ha seguito per conto di una testata giornalistica. Una storia che lo ha coinvolto molto, perché – come spiega tra le pagine del libro – in un certo senso si è riconosciuto. Anche lui, anni prima, aveva camminato sul bordo dell’abisso: problemi con i genitori annegati nell’alcol. Conseguenze? Lancio di bottiglie da un balcone, rischiando di colpire una ragazza, e un incidente in auto, con un amico, guidando ubriaco dopo aver (simbolicamente) ucciso Umberto Eco.

Leggi anche:
Nicola Lagioia spiega la violenza del web

Certo, lui è riuscito a fermarsi, così come fa la quasi totalità di chi affronta crisi simili. Ma si capisce perché l’omicidio di Luca Varani lo abbia attratto così tanto. E si capisce anche perché, a differenza di quanto avviene di solito, il delitto è raccontato dal punto di vista degli assassini, quasi a voler portare il lettore a immedesimarsi con loro, anziché con la vittima come di consueto. Mettersi nei panni del carnefice vuol dire ammettere le proprie debolezze, ammettere che il male possa macchiare anche noi. L’unica risposta che sembra plausibile è che

Nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono. Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate ogni volta dalle mani di un dio. Il sentimento del comico nasce da questa sproporzione.

Il male, dunque, è parte dell’esperienza umana, difficile da spiegare, ma da accettare. Il male travolge tutti come un fiume in piena, non risparmia nessuno, né Lagioia, né Foffo e Prato, né chi legge il romanzo. Nessuno, nemmeno l’autore, sembra in grado di giudicare il male: si può solo comprendere il fatto che dalla parte dei carnefici potremmo esserci anche noi, e che il male è qualcosa di più grande di noi che non possiamo controllare. Ciò che resta è la letteratura che, come dichiara Lagioia in un’intervista, è antidoto che «rimette in campo fragilità e debolezze che nel discorso pubblico non sono più ammesse». Quella della letteratura, alla fine, è la giustizia più alta: quella che ci aiuta ad accettare la nostra debolezza e a comprendere «i complicati principî di rotazione e rivoluzione, la gigantesca macchina che ci fa nascere e ci riduce in polvere».

Roma, la città dei vivi

E poi c’è lei: Roma. La Città Eterna, la vera protagonista del romanzo. Siamo nel 2016. A Roma non c’è più il sindaco – la giunta guidata da Ignazio Marino è stata fatta cadere alla fine del 2015 – ma ci sono due papi. C’è l’emergenza topi, con cui si apre il romanzo. La gente è avvelenata. Contemporaneamente al caso Varani, la cronaca racconta della scoperta di una rete internazionale di pedofili attiva a Roma. Questi filoni, nel racconto de La città dei vivi, si intrecciano alle vicende di Manuel, Marco e Luca, insieme al racconto personale e autobiografico di Lagioia.

Roma è in decadenza. Questa decadenza viene raccontata da Lagioia senza risparmiare i dettagli. Così, scrive, con la moglie è entusiasta quando gli si prospetta la possibilità di trasferirsi a Torino. Ma nel capoluogo piemontese i due si accorgono di una cosa che credevano impossibile: hanno nostalgia di Roma. Una città decadente, ma al contempo traboccante di vita. Proprio da qui arriva il titolo del romanzo: la città dei vivi, che però è una città «popolata da morti» e dal male e dal sangue, come quello del topo morto che sgocciola all’inizio del romanzo; una città in cui il male non risparmia nessuno, neanche la persona più innocente, e dove ogni luogo, anche il più anonimo come il Collatino, quel «gigantesco alveare di cemento abbandonato su un pianeta lontano», trasuda malvagità.

La Città Eterna si fa cronotopo in cui il passato e il presente, ma allo stesso tempo il centro urbano e la periferia, si fondono rendendo ciò che si narra universale.

Il caso Varani tra documentazione e letteratura

Per capire bene La città dei vivi, bisogna leggere quanto scrive l’autore nei ringraziamenti posti in appendice:

La storia raccontata in questo libro è realmente accaduta. La sua ricostruzione è frutto di una lunga attività di documentazione che comprende atti giudiziari con perizie, intercettazioni, sentenze ora definitive, contributi audio e video, dichiarazioni ufficiali, interviste. Ho utilizzato fedelmente questa documentazione per ricostruire gli eventi, le versioni delle persone coinvolte, la narrazione dei protagonisti. Per alcuni personaggi coinvolti nella storia, ma assenti o poco presenti nel racconto dei media, sono stati utilizzati per discrezione nomi fittizi.

La città dei vivi entra di diritto nel solco del romanzo-verità, un genere di non-fiction narrativa iniziato con Compulsion di Meyer Levin sull’omicidio del quattordicenne Bobby Franks a Chicago da parte di Nathan Freudenthal Leopold e Richard Loeb e continuato da A sangue freddo di Truman Capote sull’omicidio della famiglia Clutter a Holcomb, nell’Arkansas, da parte di Perry Smith e Dick Hickock, e da L’avversario di Emmanuel Carrère sul caso Jean-Claude Romand e l’omicidio della sua famiglia avvenuto a Prévessin, tra il Giura francese e la Svizzera.

Leggi anche:
Lagioia alla Fiera delle Parole: “La ferocia” e Bari come metafora dell’Italia

Come in queste opere, anche Lagioia riporta fatti reali documentati: a testimonianza di ciò, i messaggi di Whatsapp di Foffo e Prato, i post su Facebook, i titoli di giornale, i messaggi d’addio di Marco Prato e le interviste televisive di Giuseppe Varani e Valter Foffo, che l’autore inserisce nel testo a riprova dell’autenticità dei fatti raccontati. L’autenticità, inoltre, è data dalla minuziosa descrizione delle vie e dei quartieri di Roma ma anche dalla rappresentazione del linguaggio, come nel caso del dialetto romanesco per Giuseppe Varani oppure il modo di parlare sgrammaticato di Valeria Proietti, amica di Luca Varani.

Allo stesso tempo, Lagioia non esita a ricorrere alla letteratura per dare coesione al tutto e per indagare la vita dei protagonisti del caso Varani. Questo intento letterario è presente, ad esempio, nei titoli di ogni singolo capitolo e nella presenza di citazioni in epigrafe di autori come Paul Valéry e Umberto Eco. Anche la descrizione stessa della città di Roma diventa in qualche modo letteraria e infine nell’inserimento dell’autore stesso nel romanzo e di un altro personaggio, il turista olandese anonimo, che ben rappresenta il male che passa inosservato e che fa da collante tra persone di diversa provenienza sociale annullando i confini tra centro urbano e periferia.

Nicola Lagioia. Fonte: Wikipedia

Come spiega Lagioia in un’intervista rilasciata al “Venerdì” il 16 ottobre 2020:

Il lavoro del romanziere è a metà tra lo sciamano e lo scienziato. Da scienziato dovevo avere a disposizione diecimila pagine di documenti: in questo libro non c’è nulla di inventato, anche i dettagli nascono da una testimonianza; da sciamano il mio compito è stato sintonizzarmi con i personaggi della storia in uno sforzo emotivo che non mi è costato fatica. Non penso come Hemingway che devi aver sperimentato tutto quello che racconti, ma certo devi essere capace di rintracciare l’assassino che dorme in te, o anche il vile e l’impotente. Non ho cercato la verità giudiziaria, separando con la spada i buoni dai cattivi, ma ho provato a cogliere la verità umana di una storia demoniaca che non risparmia nessuno, neppure gli assassini. Marco Prato s’è ammazzato in carcere. E Manuel Foffo sta scontando una pena di trent’anni.

L’indagine di Lagioia attraverso la letteratura scava nell’animo umano senza prendere posizioni, senza giudicare, ma cercando di comprendere l’entità del male che coinvolge tutti, persino se stesso. In questo senso, infatti, La città dei vivi è molto simile all’Avversario di Carrère, in quanto, come quest’ultimo, anche Lagioia si sente ipnotizzato e sconvolto dall’omicidio di cui sente parlare in tv e, come Carrère con il caso Romand, così Lagioia arriva a indagare se stesso indagando il caso Varani.

A questo proposito, lo scrittore Domenico Starnone nella sua recensione pubblicata sul numero del 25 ottobre 2020 de “La Lettura”, evidenzia questo parallelismo con Carrère:

Carrère fa una cosa tutta dei nostri tempi. Esce dalla fabbrica delle finzioni e si sceglie in quanto Emmanuel Carrère un oggetto reale da esaminare, il caso Romand, provando a raccontare il nesso tra sé stesso e quell’oggetto, tra l’io e l’altro, vale a dire l’incontro sempre arruffato, nel mondo reale, tra osservatore e osservato. Niente più giochini tipo: quello di cui si parla non sono io, per favore non siamo ingenui, cerchiamo di non confondere autore e personaggio. Se il Romand di cui si parla nell’Avversario è assolutamente vero, il Carrère che firma in copertina è esattamente l’io che racconta di Romand e gli scrive e lo incontra registrando ogni parola.

Come Carrère, dunque, anche Lagioia si fa personaggio del romanzo, poiché la questione del male che riguarda Foffo e Prato riguarda direttamente anche lui, e facendosi personaggio diventa oggetto d’indagine universale che riguarda tutti coloro che osservano – o leggono – del caso Varani.

L’ombra di Pasolini

Ma La città dei vivi è anche un romanzo pasoliniano. Non solo per l’ambientazione a Roma, e non solo perché lo scrittore viene evocato diverse volte nel corso del volume. Ma perché non si può fare a meno di chiedersi che cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini a proposito di questo omicidio. Manuel e Marco sono due ragazzi di buona famiglia, annoiati e per questo cocainomani; Luca in un certo senso è un “ragazzo di vita” che viene dalla periferia. Ci sono tutti gli ingredienti pasoliniani per antonomasia.

Il 24 luglio 1975, Pasolini scriveva un articolo per il Corriere della Sera intitolato La droga: una vera tragedia italiana (ora raccolto nelle Lettere luterane). Qui lo scrittore pone una domanda che in realtà, se ci si pensa, è abbastanza semplice: perché i drogati si drogano? «C’è indubbiamente una spiegazione che riguarda i singoli, e cioè la psicologia. Se io parlo e analizzo […] un singolo drogato, ho subito una vita concreta da prendere in esame». Ma c’è anche un altro aspetto da considerare, sostiene Pasolini, guardando al fenomeno nel suo complesso. E cioè che

La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. […] La parola «cultura» non indica soltanto la cultura specifica, d’élite, di classe: indica anche, e prima di tutto (secondo l’uso scientifico che ne fanno gli etnologi, gli antropologi, i migliori sociologi) il sapere e il modo di essere di un paese nel suo insieme, ossia la qualità storica di un popolo con l’infinita serie di norme, spesso non scritte, e spesso addirittura inconsapevoli, che determinano la sua visione della realtà e regolano il suo comportamento. […] Noi oggi viviamo in un periodo storico in cui lo «spazio» (o «vuoto») per la droga è enormemente aumentato. E perché? Perché la cultura in senso antropologico, totale, in Italia è andata distrutta o è in distruzione.

Secondo Pasolini, come noto, il boom economico tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha causato in Italia una mutazione antropologica; vale a dire che le culture popolari (in senso antropologico) hanno lasciato spazio a una nuova cultura totalizzante e omologante: la società dei consumi, che ha spazzato via i preesistenti valori ma senza crearne di nuovi; una società che ha bisogno di masse di individui spersonalizzati e vuoti. Un vuoto che, appunto, secondo Pasolini, è stato riempito dalla droga.

Leggi anche:
Inattuale e sempre attuale: Pier Paolo Pasolini e la critica alla modernità

Non si può fare a meno di pensare a Manuel Foffo e a Marco Prato, alle loro biografie. Forse la teoria di Pasolini può spiegare perché questi due ragazzi di buona famiglia siano precipitati nella spirale distruttiva della cocaina. In un certo senso, potremmo infatti dire che il caso Varani non è stato un omicidio mosso tanto da dinamiche sociali, come il delitto del Circeo, ma da una mancanza di valori che annulla le differenze sociali e mette tutti sullo stesso piano.

«La città dei vivi» e la forza del male

La città dei vivi di Nicola Lagioia non è un semplice racconto di un fatto di cronaca. Si tratta di un’indagine negli abissi dell’animo umano che attraversa una città dove ricchezza e miseria, bellezza e degrado s’incontrano. Un’indagine non solo sull’assassinio di Luca Varani, ma sulla forza del male che travolge tutti, senza possibilità di comprenderlo e di liberarci da esso.

Michele Castelnovo e Alberto Paolo Palumbo

 


Segui Frammenti Rivista anche su Facebook, Instagram e Spotify, e iscriviti alla nostra Newsletter

Sì, lo sappiamo. Te lo chiedono già tutti. Però è vero: anche se tu lo leggi gratis, fare un giornale online ha dei costi. Frammenti Rivista è edita da una piccola associazione culturale no profit, Il fascino degli intellettuali. Non abbiamo grandi editori alle spalle. Non abbiamo pubblicità. Per questo te lo chiediamo: se ti piace quello che facciamo, puoi iscriverti al FR Club o sostenerci con una donazione. Libera, a tua scelta. Anche solo 1 euro per noi è molto importante, per poter continuare a essere indipendenti, con la sola forza dei nostri lettori alle spalle.

Redazione

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.