Nella storia della cultura pop c’è un momento esatto in cui la sessualità smette di essere una categoria e diventa un vero e proprio “flusso”; quel momento coincide totalmente con la persona di David Bowie. A dieci anni dalla sua prematura scomparsa, vogliamo ricordarlo non solo come icona glam o artista dalla personalità camaleontica, ma anche e sopratutto come colui che ha trasformato l’eros in un linguaggio esistenziale, in una pratica di decontrazione del sé, capace di andare oltre il palcoscenico e penetrare nelle pieghe più intime dell’identità.
David Bowie, invero, non è stato solo il precursore dell’identità fluida, ma l’ha propriamente incarnata, vissuta, rendendola materia e oggetto di performance, in un’epoca in cui non si parlava ancora di “fluido”, come un concetto e un modo di fare che avrebbe scosso le tradizionali categorie di genere maschile e femminile.
Il corpo come testo: performance e sessualità
La filosofa Judith Butler ha teorizzato la “performatività di genere” nell’opera Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity del 1990. L’idea era, appunto, quella che il genere non sia un dato biologico, bensì una performance, continua e ripetuta nel tempo, di costruzione e de-costruzione dell’identità del soggetto. Ma prima dell’opera di Judith Butler, David Bowie ne è sicuramente stato il più grande interprete involontario.
Difatti, decenni prima che la teoria queer diventasse un mainstream accademico, David Bowie stava già operando sul palco tutto ciò che, solo anni dopo, avrebbe trovato spazio in una teorizzazione più “scientifica”: mostrare che l’identità di genere non è altro che un copione che può essere continuamente scritto e riscritto.
Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Il Duca Bianco sono molto più che personaggi: sono vere e proprie maschere erotiche, identità sessuali transitorie che David Bowie indossava e dismetteva con assoluta naturalezza. Ogni maschera portava con sé un modo diverso di abitare il desiderio, mettendo in scena un modo di interpretare l’eros sempre nuovo. Sul palcoscenico, il suo corpo non era semplicemente femminile o maschile, attivo o passivo, dominante o remissivo: era tutto e niente contemporaneamente. Un corpo al limite, al confine, che sfidava la pura logica binaria del desiderio per aprire uno scenario caleidoscopio e in eterna metamorfosi.
Il teatro dell’ambiguo e la danza del corpo
Nella storia di David Bowie c’è una collaborazione che ebbe una particolare importanza per il performer britannico, quella con Lindsay Kemp. Quest’ultimo, mimo e coreografo, apertamente queer, ha insegnato a David Bowie le tecniche del mimo e del movimento scenico, trasmettendogli anche l’idea del corpo come “linguaggio simbolico”, strumento di comunicazione. È così che il corpo di David Bowie è diventato ambiguo, uno spazio dove il desiderio e la sessualità diventano puri gesti, capaci di tensioni, di aprire domande agli spettatori che vengono lasciati in una sospensione erotica.
La danza di David Bowie gioca sempre su un equilibrio di controllo e di abbandono, di costruzione dell’immagine e dissoluzione dell’ego. C’è qualcosa di profondamente nietzschiano in questo, nella volontà di oltrepassare se stessi, di superare i confini di un’identità rigida, per accedere a una forma più radicale di libertà. Poi, ovviamente, la dissoluzione dell’ego come via verso una sessualità più autentica e meno vincolata alla mera socialità e alla cultura dominante. Ed è proprio in questa contraddizione che c’è il cuore dell’eros di Bowie.
Jouissance e il piacere di eccedere e di andare oltre il machismo
Nel suo celebre saggio Il piacere del testo, il filosofo Roland Barthes, distingue tra plaisir – piacere – e jouissance – godimento. Il primo rievoca un piacere contenuto, rassicurante, mentre il secondo è un tipo di godimento che eccede, che rompe gli schemi e che oltrepassa i confini del conosciuto. La musica e le performance di Bowie appartengono chiaramente alla categoria del jouissance, perché non si limitano a compiacere lo spettatore, confermando le sue aspettative; al contrario lo turbano, lo destabilizzano, portandolo in territori inesplorati.
Basti pensare agli stivali di vernice, al trucco da alieno androgino, alla simulazione di una fellatio sulla chitarra di Mick Ronson, agli abiti spudoratamente da donna: l’erotismo di David Bowie è una crisi creativa, un momento in cui il sé si frantuma, inaspettatamente, per ricomporsi in nuove forme.
Ovviamente, in un’epoca dominata dal machismo del rock – basti pensare ai Rolling Stones o ai Led Zeppelin -, Bowie ha rappresentato un modello radicalmente diverso di mascolinità e di eroicità: non aggressiva, non predatoria, ma fluida, giocosa e aperta alla vulnerabilità. La sua sessualità, infatti, non cerca mai di dominare, ma piuttosto di trasformarsi, offrendosi come la possibilità di viaggiare verso l’ignoto.
Non è un caso che lo stesso David Bowie si dichiarò apertamente bisessuale, in un’intervista rilasciata al Melody Maker nel 1972. Fu un gesto politico, ma al contempo esistenziale, rivendicando il diritto di essere sé e altro da sé, sciogliendo le catene di un’identità sessuale rigida, affinché l’eros diventasse uno spazio di libertà radicale.
Questo riporta David Bowie vicino al pensiero del filosofo George Bataille, per il quale l’erotismo è sempre legato alla trasgressione, alla violazione dei tabù, così come all’esperienza del sacro, perché la dissoluzione dei confini dell’io individuale e sociale conserva e porta in sé qualcosa di mistico, di spirituale, conducendo l’essere umano ad aprirsi a una molteplicità di possibilità di espressione, così come di godimento.
La sessualità come consapevolezza: verso l’eros della metamorfosi
Oggi viviamo in un tempo in cui la fluidità sessuale e di genere è ampiamente riconosciuta ed è proprio per questo che l’eredità di Bowie ci appare ancora più importante, perché è stato uno dei primi che l’ha resa visibile, desiderabile, affascinante e possibile. Ha mostrato che l’eros può essere vissuto come un’opera d’arte, come un processo di continua creazione e re-invenzione, dimostrandone di fatto la sua flessibilità, il suo essere intrinsecamente un territorio da esplorare, un linguaggio tutto da inventare.
E, probabilmente, può anche essere uno strumento di consapevolezza, perché al di là dell’espressione stessa del desiderio, può porsi come una via di conoscenza verso sé, pratica di trasformazione interiore e possibilità di liberazione.
Come scrive Michel Foucalt nell’opera Storia della sessualità, il potere non si limita a reprimere il desiderio, ma lo produce, lo modella, lo incasella in categorie rigide. David Bowie ha fatto esattamente l’opposto: ha liberato il desiderio dalle categorie, ha mostrato che l’eros può essere nomade, ribelle, in perenne fuga dalle definizioni.
La vita e l’arte di David Bowie ci ricordano che si può essere altro da ciò che si è, culturalmente e socialmente, che il desiderio non imprigiona il soggetto in un’identità fissa ma apre a una molteplicità di modi di essere e di sentire. Che l’eros, lungi dall’essere solo un istinto biologico o una pratica sociale codificata, può diventare strumento di conoscenza, di libertà, di creazione di sé.
E forse, nell’epoca della sessualità liquida, ma spesso comunque appiattita dal consumo e dalla spettacolarizzazione, questa è una lezione ancora molto attuale.
David Bowie ha mostrato che l’eros è un viaggio nell’ignoto, un salto nel vuoto, una danza sull’orlo dell’abisso. E che solo accettando questa vertigine si può accedere a una sessualità veramente libera.
Il suo corpo androgino, le sue maschere cangianti, le sue metamorfosi infinite non erano fuga dalla realtà, ma ricerca di una maggiore profondità: quella in ognuno può essere, finalmente, tutte le versioni possibili di sé stesso.

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