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I dieci fatti del 2021 che segneranno la storia

Crisi internazionali, opportunità economiche epocali, mosse geopolitiche strategiche: l'anno che sta finendo non sarà semplice da dimenticare. Ma quali sono stati i 10 fatti del 2021 che rimarranno nella storia?

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38 minuti di lettura

Se il 2020 ci aveva sconvolti, il 2021 non è stato più clemente. Crisi internazionali, opportunità economiche epocali, preoccupanti sintomi di psicosi collettive che minacciano la democrazia, mosse geopolitiche strategiche. 2021 sarà una cifra che comparirà spesso nei paragrafi dei manuali di storia del futuro.

Ecco allora quali sono stati i dieci fatti accaduti nel 2021 che, secondo noi, segneranno la storia, nel senso che lasceranno un segno nelle dinamiche politiche, sociali ed economiche che costituiscono la complessità caotica del mondo globalizzato in cui viviamo.

Rileggi questo articolo nel 2121 e facci sapere se abbiamo avuto ragione!

5 gennaio – Assalto a Capitol Hill

Cosa è successo…

Il 5 gennaio 2021, negli Stati Uniti, centinaia di persone si sono radunate a Washington D.C. e hanno preso d’assalto Capitol Hill, protestando contro l’esito delle elezioni presidenziali, a loro dire falsate da numerosi brogli per far vincere Joe Biden. Il presidente uscente, Donald Trump, pur chiedendo ai suoi sostenitori di tornare a casa, ha continuato nel frattempo a sostenere che le elezioni sono state rubate finché Twitter ha sospeso il suo account. Tra gli assaltatori ci sono tutti: repubblicani, complottisti di ogni genere, gente in cerca di riscossa e visibilità. Dopo poche ore, l’assalto è finito e tutto è tornato quasi alla normalità, senza alcun esito se non cinque morti e il rinvio della proclamazione della vittoria di Biden.

… e perché è importante

L’importanza è storica: una parte di mondo che ha vissuto la globalizzazione e internet da vittima, tagliato fuori dalla rivoluzione tecnologica, si ribella in modo atavico e confuso a una democrazia in crisi. Le democrazie occidentali, costruite in un mondo completamente diverso da quello odierno, non riescono a sopperire con le loro istituzioni polverose ai nuovi bisogni emersi con internet, mostrandosi ogni giorno più fragili, impopolari, lontane dalle esigenze del popolo. I cittadini sono soli, lo Stato lontano.

È un problema di comunicazione: Heidegger diceva che il linguaggio è la casa dell’essere e l’assalto a Capitol Hill suggerisce che gli Stati e i loro cittadini non parlano più la stessa lingua. I sintomi sono tanti, dall’antipolitica alla diseducazione digitale alla sfiducia nelle istituzioni, e le conseguenze potrebbero essere potenzialmente infinite. Quando lo Stato si fa impotente e diventa fine a se stesso – come vuole il postulato del funzionalismo universale di Mertonla Storia ci insegna quanto sia pericolosamente facile che dal caos esca un nuovo carismatico “uomo della provvidenza”.

2021 Assalto a Capitol Hill
Assalto a Capitol Hill

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5 maggio – Viene pubblicato il PNRR

Cosa è successo…

Nei primi mesi del 2021, la Commissione europea, il Parlamento europeo e i leader dell’UE hanno concordato un piano di ripresa con l’obiettivo di aiutare l’Unione Europea a riparare i danni economici e sociali causati dall’emergenza sanitaria da Coronavirus e contribuire a gettare le basi per rendere le economie e le società dei Paesi europei più sostenibili, resilienti e preparate alle sfide e alle opportunità della transizione ecologica e digitale. Lo strumento finanziario per fare tutto ciò porta il nome di NextGenerationEU, e prevede investimenti per un totale di circa 750 miliardi di euro. In questo contesto si inserisce l’ormai celebre PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, lo strumento che traccia gli obiettivi, le riforme e gli investimenti che l’Italia intende realizzare grazie all’utilizzo dei fondi europei.

Si tratta di un investimento finanziario unico nel suo genere (oltre 200 miliardi di euro) che – come è giusto e logico che sia – ha stimolato una ampia fetta del dibattito pubblico italiano per tutto il corso del 2021. Il PNRR è stato pubblicato ufficialmente il 5 maggio 2021: da quel momento è partito un iter che è destinato a cambiare gli obiettivi strategici del nostro Paese a breve e lungo termine.

… e perché è importante

L’emergenza pandemica ha messo in luce alcune problematiche a cui prima in troppo pochi facevano caso. La necessità di essere preparati ad agire da comunità e non da singole entità – in scala italiana ed europea – è uno degli stimoli che sarà necessario cogliere quanto prima. Lavorare in sinergia è stata l’unica strategia capace di portare a risultati tangibili fin dalle prime fasi della crisi. Ben vengano gli investimenti economici, che almeno per ora hanno ancora la capacità di riattivare piccoli circoli virtuosi, ma sono necessari continuità e un sentire comune per non rendere vano il sacrificio anche economico che abbiamo scelto di metterci sulle spalle in nome della pace nel nostro continente.

Se i risultati degli investimenti saranno tangibili – e questa è anche una responsabilità delle istituzioni – allora l’Europa e gli Stati che ne fanno parte potranno compiere qualche altro passo verso il loro obiettivo anche nel prossimo futuro, e non allontanarsene come sembrava poco prima della pandemia. Se a guadagnare saranno le solite categorie, allora la stasi che l’ideale europeo stava vivendo si prolungherà, aumentando il pericolo che si sgretoli sotto le pressioni enormi che ci circondano, ma soprattutto sotto quelle che vengono da dentro.

Mario Draghi
Mario Draghi

7 maggio – Inizia la crisi israelo-palestinese

Cosa è successo…

Il regime d’occupazione delle forze militari israeliane nei territori palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania dà luogo a una condizione di tensione permanente. Il 7 maggio 2021 è scoppiata l’ennesima scintilla che ha infiammato Gerusalemme Est e successivamente la Striscia di Gaza con undici giorni di scontri, bombardamenti e decessi di militari e civili. Durante l’ultimo venerdì di Ramadan la polizia israeliana ha occupato la Moschea Al-Aqsa a Gerusalemme Est, uno dei luoghi più sacri dell’Islam e punto di riferimento della vita sociale, culturale e politica della comunità palestinese. L’atto ostile delle forze israeliane è stato un’azione di repressione a seguito della protesta del giorno precedente da parte dei palestinesi a sostegno degli sfollati del quartiere Sheik Jarrah, per cui è tragica prassi venire espropriati delle proprie case dalle autorità israeliane.

La risposta è arrivata dalla Striscia di Gaza controllata dal partito-milizia palestinese Hamas che, dopo la scadenza del tempo concesso alle forze israeliane per evacuare la Moschea, il 10 maggio ha lanciato 150 razzi sul territorio israeliano. Sono immediatamente iniziati i bombardamenti sulla Striscia di Gaza, territorio sovraffollato e sotto blocco terrestre, aereo e marino da cui è estremamente difficile far entrare e uscire sia merci che persone. Il risultato è stata la devastazione del territorio controllato da Hamas e la morte di una moltitudine di palestinesi, oltre che di un numero, nettamente minore, di israeliani. Dati certi non sono disponibili ma si parla, facendo riferimento ai soli civili, dell’ordine della decina di morti israeliani e quasi due centinaia di morti palestinesi nell’arco di undici giorni.

…e perché è importante

Storicamente parlando, la questione israelo-palestinese è uno dei nodi più ingarbugliati del panorama geopolitico mondiale. La vicenda, qualora le cose dovessero peggiorare o tornare ad infuocarsi, chiederà inesorabilmente una presa di posizione più ferrea delle potenze mondiali, ma soprattutto dell’Europa. Il principale obiettivo da raggiungere, in base ai valori etici europei, sarebbe la diminuzione di morti e feriti tra i civili e la stabilizzazione dell’area. Ma tutto ciò dipende soprattutto dalle scelte politiche e di sostegno, che non è detto si sviluppino nella direzione più efficiente allo scopo umanitario e sociale. In tanti puntano ancora il dito verso gli estremisti di Hamas, ma è pur vero che la pressione israeliana ha colpito pochi o forse nessun cosiddetto terrorista, sconvolgendo invece la popolazione civile palestinese, nettamente in svantaggio sociale ed economico, nonché difensivo. A pagarne le spese, senza prese di posizione nette, continueranno ad essere insomma i civili. Anche in questo caso l’Europa sarà chiamata a fare i conti con le proprie scelte, passate e future, sempre che l’Occidente non continui a far finta di nulla, dato che questo episodio è l’ennesima dimostrazione della disparità delle forze in campo.

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Alcuni osservatori continuano a sperare che la costituzione di un nuovo ampio governo israeliano un mese dopo gli scontri di maggio possa aver portato a un nuovo inizio: in funzione anti-Netanyahu numerosi partiti rappresentanti di frange anche opposte del quadrante politico si sono accordati per una coalizione con al vertice i capi del governo a rotazione Naftali Bennett e Yair Lapid. Inevitabilmente le strategie per contrastare la pandemia hanno avuto la priorità nell’agenda israeliana, e in politica estera gli Stati Uniti hanno dato un enorme contributo per portare tutta l’attenzione sulla questione del nucleare iraniano, schivando ogni dibattito internazionale sulla Palestina.

È significativo che a fine agosto sia stato il ministro della difesa israeliano a incontrare il presidente palestinese, quasi una dichiarazione di forza e di intenti. Si è parlato di concessioni di permessi di costruzione su territorio israeliano, di aree di pesca e della possibilità di operare sul territorio israeliano per qualche migliaio di agenti commerciali palestinesi, oltre che di prestiti di denaro. Si tratta di una evidente strategia di contenimento a breve termine che non porterà a nessun cambiamento drastico nel rapporto di una delle aree più roventi del mondo. I provvedimenti economici andranno a vantaggio di una classe palestinese che ha poco da spartire con il popolo che soffre da generazioni. Il riscoppiare dei conflitti ha per l’ennesima volta solo bisogno della scintilla giusta.

2021 bombardamenti Israele
Bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza

11 luglio, 20 luglio, 19 settembre – Miliardari nello spazio

Cosa è successo…

L’estate del 2021 sarà ricordata come quella in cui i miliardari terrestri hanno iniziato a conquistare lo spazio. Richard Branson (11 luglio), Jeff Bezos (20 luglio) ed Elon Musk (19 settembre), con le rispettive compagnie Virgin Galactic, Blue Origin e SpaceX, hanno raggiunto risultati progressivamente più pionieristici – in termini di distanza dal suolo e di permanenza nello spazio in assenza di astronauti professionisti, e nell’ultimo caso anche senza alcun addestramento preliminare. Le cifre da capogiro (al momento si va dai 450.000 dollari per il pacchetto base ad alcuni milioni) sono indice dell’esclusività dell’esperienza. È l’inizio di una nuova epoca o un capriccio anacronistico?

…e perché è importante

La notizia che una formazione specialistica non sia più necessaria per guardare la Terra ”senza frontiere né confini” come Juri Gagarin farebbe sognare almeno per un istante tutti. A un primo ottimistico sguardo vedere i ricchissimi che compiono i primi passi in questa direzione ci fa pensare che presto verrà anche il turno delle persone comuni, come era stato per i viaggi in aereo negli ultimi decenni o secoli fa per i viaggi di piacere. Ma il processo non è assolutamente scontato: prima di tutto l’opinione pubblica si sta accorgendo che le priorità per il genere umano sono altre e che forse sarebbe meglio lasciare la ricerca spaziale lontana dalle logiche di profitto. Vedere i miliardari ridacchiare nei loro costumi da astronauti mentre sguazzavamo da un anno e mezzo nella più grande tragedia collettiva di questa prima metà del secolo ha infastidito parecchi. Altrettanta indignazione ha suscitato il rendersi conto di quanto inquinamento abbiano generato i giocattolini volanti nella nostra atmosfera.

Insomma, per ora i viaggi spaziali sembrano averci solo ricordato che il divario tra gli ultraricchi e noialtri aumenta giorno dopo giorno e che la pandemia ha accelerato il processo. Forse ci sbagliamo tutti, e questi falsi self-made men sono davvero dei pionieri che ci stanno trascinando nel futuro, un futuro in cui il denaro può comprare le stesse meraviglie a cui fino a poco fa – con rarissime eccezioni – avevano avuto accesso solo persone altamente specializzate. Ma non è con queste premesse che possiamo continuare a sognare le stelle, sarà così almeno fino a quando i nostri viaggi nello spazio da persone comuni non avranno una finalità diversa dal ridere giulivamente in assenza di gravità.

Elon Musk
Elon Musk

15 agosto – I taliban prendono Kabul

Cosa è successo…

Le forze armate talebane il 15 agosto sono entrate a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, sancendo la loro vittoria e la loro presa di potere sul Paese con almeno un paio di mesi d’anticipo rispetto alle previsioni degli analisti occidentali. Il presidente del governo internazionalmente riconosciuto dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, abbandona il paese, l’esercito afghano sostenuto dagli statunitensi si sfalda e smette di combattere, i militari occidentali organizzano un ponte aereo che durante le settimane successive non riuscirà ad avvicinare il numero di evacuazioni messe in atto a quello delle persone che ne avrebbero bisogno e diritto.

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La firma dell’Accordo di Doha da parte di Donald Trump e la conferma di rispettarlo da parte di Joe Biden, con la definizione del 31 agosto come data termine del completo ritiro statunitense dall’aerea, avevano reso evidente il destino a cui il paese sarebbe andato incontro: cadere nuovamente in mano talebana una volta venuta meno la presenza americana. Ciò che non era previsto è stata la rapidità del corso degli eventi, che ha impedito di attrezzarsi adeguatamente per provare a limitare i danni umanitari. Ad oggi la regione è chiamata Emirato Islamico dell’Afghanistan, fatica a instaurare relazioni internazionali solide, non riceve più gli aiuti umanitari che costituivano nel 2020 il 43% del PIL, con il risultato di sprofondare in una crisi economica e alimentare devastante, in un sistema in cui le entrate governative provengono per la maggior parte dal narcotraffico di oppiacei.

…e perché è importante

Andare a vedere la quantità di stravolgimenti a cui è stata sottoposta la popolazione afghana nello scorso secolo è impressionante. Lo è ancora di più rendersi conto di quanto rapidamente e regolarmente l’opinione pubblica sia stata capace di dimenticarselo, quasi ci fossimo abituati alla morte che aleggia sul Vicino Oriente e che l’instabilità sia una condizione naturale. Il che non è sbagliato finché ci sarà chi userà l’Afghanistan come propria scacchiera di sfogo. Il ritorno degli estremisti sembra ormai un fattore ciclico, che nonostante tutti gli sforzi dei paladini occidentali si ripresenterà a rovinare l’ennesimo quadretto costruito alla perfezione. E che giustificherà presto nuovi interventi, rimandando ancora la pace per il popolo afghano. La strategia adottata è stata evidentemente sbagliata su tutti i fronti se è bastato così poco a distruggere il castello di carte, forse perché l’idea di suddividere arbitrariamente la popolazione in “buoni” contro “cattivi” è semplicistica e rovinosa.

L’attività delle istituzioni internazionali si dovrà rivolgere soprattutto ad attenuare il dramma umanitario, per mantenere almeno una parvenza di serietà e aderenza ai principi che dovrebbero guidarle, prima di poter ipotizzare qualsiasi altra mossa.

2021 Afghanistan
Armi in Afghanistan

15 settembre – Il Patto AUKUS

Cosa è successo…

Stati Uniti, Australia e Regno Unito hanno annunciato il patto AUKUS: Joe Biden e Boris Johnson aiuteranno l’Australia a sviluppare sottomarini a propulsione nucleare. In poche parole, la fanno debuttare al gran ballo della geopolitica mondiale. Il motivo è evidente: la Cina aumenta di giorno in giorno le mire espansionistiche e punta gli occhi su Taiwan, che diventa così il piccolo trofeo conteso in una grande lotta tra Oriente e Occidente. Gli interessi cinesi, però, si espandono in tutte le isole del mar cinese meridionale e si capisce che, rafforzando la presenza in Australia, Biden può fare più pressione sul dragone rosso. Il problema sorge però due giorni dopo l’annuncio: l’Australia era già impegnata con la Francia in un mastodontico progetto dall’importante valore economico per la costruzione di sottomarini. Perciò la Francia, tradita e indignata dallo sgarbo che lo UK post-brexit ha fatto a lei e alla UE, ha deciso di ritirare temporaneamente gli ambasciatori a Canberra e Washington. Xi Jinping, dal canto suo, esprime indignazione e cerca nel frattempo un alleato in Putin, mentre la temperatura della tensione cresce di giorno in giorno.

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…e perché è importante

La vicenda è significativa sia guardando alla storia passata che al futuro. La Guerra Fredda non è finita, ma si è spostata verso Oriente. Quella cortina insormontabile che ha diviso l’Europa in due dalla fine del secondo dopoguerra sino al 1989 si trova ora altrove. Non a caso la mossa degli Stati Uniti, forse avventata, è stata quella di preferire ad un vecchio partner europeo, garante del tramontato equilibrio post-bellico, un nuovo partner, l’Australia. Ma gli Stati Uniti non possono fare del tutto a meno dell’Europa, al di là dei fuoriusciti britannici già loro amici, perché questa nuova “Guerra fredda” non si combatte solo su un fronte geografico, ma anche su quello economico che è fluido e globale. Lo schieramento Occidentale necessita di alleati anche in campo economico dislocati ovunque: Italia, Francia, Germania, Spagna. Potenze sempre più allettate, invece, dal richiamo del dragone, che propone mercati inediti. L’occhio clinico statunitense sull’Europa però rimane: agli yankee non conviene vederla troppo forte, tanto da influire pesantemente e autonomamente sulla bilancia mondiale, che al momento dondola, appesantita dai numeri, verso la Cina.

Boris Johnson
Boris Johnson all’annuncio del Patto AUKUS

31 ottobre – Inizia la COP26

Cosa è successo…

Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 2021 si è tenuta la COP26, conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici nella quale si sono riuniti quasi duecento capi di stato mondiali. Le intenzioni con le quali questa conferenza è partita sono state sempre molto elevate rispetto a quelle effettivamente sottoscritte al termine dei lavori, ma obiettivi cospicui sono comunque stati concordati. Con un limite temporale fissato al 2030, più di cento paesi hanno accordato la riduzione delle emissioni di metano del 30%, più di centotrenta paesi hanno annunciato lo stop alla deforestazione e più di quaranta l’uscita graduale dall’utilizzo del carbone. Inoltre, le emissioni di CO2 dovrebbero essere ridotte del 45%. Nonostante questi aspetti positivi, il dibattito è stato forte e rimane tale. La tensione più elevata è quella con i paesi più poveri e che sono ancora in una fase di importante sviluppo, per cui l’abbandono delle risorse fossili resta un ostacolo molto più difficile da superare. L’iniziale proposta di donare a questi ultimi cento miliardi di euro da parte dei paesi più avvantaggiati, per aiutare la transizione è stata alla fine accantonata.

…e perché è importante

È fisiologico che dagli incontri internazionali si riporti a casa molto meno di quanto messo sul piatto all’inizio. La COP26 si è tenuta in un clima di forti pressioni esterne, provenienti soprattutto dalle generazioni più giovani, attente al clima, progressiste e mai davvero rappresentate dalla politica. La delusione davanti alle magre promesse è stata rapida a sparire, perché ci siamo resi conto di aver riposto male ogni aspettativa nei confronti degli interlocutori. Se non possiamo prevedere la capacità o meno di concretizzare gli sforzi nei prossimi decenni, di certo si può già dire serenamente che la COP26 è stata l’ulteriore dimostrazione che l’ambiente politico si trova a distanze siderali dalle vere esigenze di chi erediterà il mondo, e anche con la buona volontà dei singoli il sistema rimane troppo lento per cogliere positivamente gli stimoli chiari e netti che vengono forniti nero su bianco. Se per qualche tempo il precario equilibrio può reggere, arriverà il momento di uno strappo di cui non possiamo nemmeno ipotizzare i successivi sviluppi.

2021 cop26
Leader alla COP26

11 novembre – La dichiarazione di Xi Jinping sul Partito Comunista Cinese

Cosa è successo…

Il sesto plenum del Comitato Centrale del PCC, riunione dell’élite politica composta dagli esponenti più rilevanti del partito cinese, l’11 novembre 2021 ha prodotto un risultato di portata epocale: la risoluzione storica che sancisce la centralità Xi Jinping nell’evoluzione della Cina comunista.

I precedenti dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese sono solo due, le risoluzioni di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Per questo l’avvenimento dell’11 novembre pone definitivamente Xi Jinping tra i grandi della storia cinese, rafforza il suo potere politico e la sua presa sul partito e fa apparire quasi certa la prosecuzione della sua leadership con un terzo mandato. Come sottolineano gli analisti, la risoluzione storica è anche una dichiarazione della linea politica e geopolitica da adottare in ottica futura. In primis la conferma che la decisione rispetto a tale linea spetti a Xi Jinping, che non ha mancato di delineare i suoi obiettivi, sintetizzati nel compimento del “Grande sogno” cinese entro il centenario dalla nascita della Repubblica, il 2049. Tale compimento consisterebbe nel pieno raggiungimento della modernizzazione economica e del benessere apportato dai consumi interni, oltre che nel fondamentale completamento territoriale. Dopo la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, con cui la Cina ha di fatto ottenuto il pieno controllo sull’ex-colonia britannica, l’obiettivo geopolitico è ora l’annessione di Taipei. Lo stretto di Taiwan si delinea come uno degli scenari più caldi e preoccupanti nell’ambito degli equilibri globali: da un lato l’impossibilità di rinunciare a questo obiettivo per il PCC, dall’altro l’impossibilità per gli Stati Uniti di consentirlo senza opporsi.

Con questa risoluzione storica il margine di manovra di Xi Jinping per determinare non solo il passato ma anche il futuro della storia, cinese e globale, è diventato decisamente più ampio.

…e perché è importante

La Cina sembra aver definitivamente sostituito il mondo ex sovietico come principale elemento di contrapposizione al predominio statunitense sul globo. E all’apparenza ciò che gli USA facevano bene nel XX secolo la Cina lo fa meglio nel XXI. Più pervasività economica all’estero, trattati commerciali favorevoli per entrambi i sottoscriventi, attrazione di specialisti europei che vanno a Oriente perché la loro specializzazione è richiesta e ben pagata. Come l’URSS, la Cina si pone obiettivi di sviluppo a medio termine, che porta a compimento a qualsiasi costo: gli aspetti dittatoriali sono indiscutibili, ma forse sono proprio quelli che ci fanno sentire i metodi cinesi come qualcosa di ancora fortunatamente estraneo. La potenza economica è però difficile da affrontare, ed è davvero improbabile che la pervasività non diventi anche culturale, con l’accettazione di un fine che giustifichi i mezzi.

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Ciò che succede all’interno della Cina va probabilmente oltre la nostra immaginazione, e ne è un segnale chiaro l’incredulità davanti alle testimonianze dell’oppressione nei confronti del popolo tibetano o Uiguri (tra i possibili esempi). È forse un segno dell’immagine che la classe di governo cinese riesce a trasmettere di sé. L’equilibrio è delicato proprio perché la Cina non è un alleato così sgradevole, e la tensione con gli Stati Uniti per garantirsi la vicinanza dell’Europa rischia di causare crisi su parecchi fronti. La questione identitaria di questi tre blocchi giocherà un ruolo fondamentale, e la Storia ci insegna che la politica interna ha tendenzialmente un ruolo piuttosto relativo in questo tipo di rapporti.

8 dicembre – La scarcerazione di Patrick Zaki

Cosa è successo…

Mercoledì 8 dicembre 2021, dopo ventidue mesi di detenzione, Patrick Zaki ha rivisto la luce del sole e riabbracciato le persone a lui più care. Patrick Zaki è uno studente egiziano dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, dove frequenta un Master europeo sugli studi di genere e delle donne. A febbraio del 2020, tornato a casa a Il Cairo, viene fermato in aeroporto e arrestato. Le accuse, tra le tante, sono di diffusione di notizie false, istigazione al terrorismo e alla violenza. Con la formalizzazione dell’arresto, parte per Patrick il conto dei giorni da prigioniero, e in parallelo il coro di voci delle mobilitazioni. Voci che tengono alta l’attenzione e che non si arrestano fino al giorno del suo rilascio. La detenzione in Egitto è spietata, la tortura è quasi scontata. Dopo Giulio Regeni sembrava difficile riuscire a cambiare davvero il corso delle cose, ma Patrick ora è libero, anche se non assolto. Il prossimo febbraio lo attende il tribunale egiziano e l’esito definitivo del suo processo.

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…e perché è importante

Si parla di una “transizione perduta” per quanto riguarda l’Egitto, in riferimento al processo democratico avviatosi in alcuni Paesi del Maghreb con le cosiddette Primavere arabe. Da maggio 2020 una legge permette al sistema giudiziario di incarcerare anche persone semplicemente sospettate di reati. Le cifre sono impressionanti: si parla di circa 60.000 prigionieri politici – in gran parte giornalisti – e di almeno un migliaio di persone scomparse dall’ascesa di Abdel Fattah Al-Sisi. Patrick è uno solo, ma ogni persona fuoriuscita dal sistema Egitto rappresenta una vittoria contro uno dei più grandi acquirenti di armi per il blocco NATO. Ogni testimone che tornerà a casa a raccontare cosa succede sotto il regime egiziano sarà una voce in più a spronare l’opinione pubblica e quindi l’opposizione a chi – come l’industria delle armi – agisce in certi scenari solo secondo le logiche del profitto sulla pelle degli individui. E all’interesse dell’opinione pubblica le istituzioni devono sempre adeguarsi.

Patrick Zaki
Patrick Zaki

8 dicembre – Finisce l’Era Merkel

Cosa è successo…

È volta al termine a dicembre del 2021 quella che passerà alla storia come “l’era Merkel”. Dopo quattro mandati e sedici anni al governo, la politica tedesca che ha svolto un ruolo di forte leadership in questi ultimi due decenni sia in Germania sia in Europa, termina il proprio impegno politico. Caposaldo del partito democratico-cristiano, centrista e liberal-conservatore CDU (Unione cristiano-democratica di Germania), Angela Merkel è stata la prima donna a ricoprire il ruolo di Cancelliera federale della Germania, la più giovane, la prima leader del Paese a provenire dall’ex DDR e la seconda a presiedere il G8 dopo Margaret Thatcher. La data che mette concretamente fine ai sedici anni Merkel è l’8 dicembre 2021 quando il Bundestag, il Parlamento tedesco, ha indicato il leader dei Socialdemocratici Olaf Scholz come nuovo cancelliere tedesco. Merkel aveva debuttato in politica negli anni Novanta, ricoprendo diversi ruoli, tra cui ministra per le donne e i giovani, e poi dell’ambiente. La svolta era avvenuta nel 2005, quando, con il 35,2%, conquistò l’elettorato, iniziando un percorso politico unico, che l’ha resa una delle donne più influenti del mondo.

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…e perché è importante

Angela Merkel ha rappresentato per quasi due decenni una colonna portante per l’Unione Europea e per i valori con cui ci affacciavamo al nuovo secolo. Non a caso con il suo progressivo allontanarsi dallo scenario è sensibilmente aumentata la centralità di Francia e Italia. C’è da chiedersi quanto certi valori siano ancora validi, con la velocità a cui corre la storia. Più che mai servono prese di posizione nette, meno timide da parte della classe politica europea, ciò non significa che non abbia ricoperto il suo ruolo in modo straordinario: l’Unione si sarebbe sfaldata senza di lei. In un mondo che vuole ancora troppo spesso uomini forti, parlare di donne democratiche è ancora rivoluzionario.

Angela Merkel

A cura di Francesca Campanini, Paolo Cristofaro, Andrea Potossi, Ilaria Raggi, Daniele Rizzi e Agnese Zappalà

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