Hannah Arendt

Hannah Arendt: agire (per) il nuovo

L’illimitata potenza dell’azione

Agire vuol dire forse fare qualsiasi cosa? Le parole ci insegnano a distinguere diversi tipi di azione; fin dall’antichità, i verbi designano unicamente il produrre azioni. Se rispettiamo la tradizione del pensiero occidentale, bisogna ammettere che non esiste una reale differenza tra scrivere e pensare, tra leggere e pronunciare discorsi. Ogni tipo di attività, solo per il fatto di essere un’attività, viene ricompreso nella dizione generale di “azione”. Agire quindi significherebbe produrre ogni genere di azione. Hannah Arendt è la pensatrice che per prima nella storia del pensiero occidentale ha operato una distinzione interna tra le diverse modalità dell’agire. Agire per produrre oggetti è fabbricare, agire per sostentare la vita è lavorare e agire per avviare processi o per attuare eventi è propriamente l’agire nel suo senso più autentico. Azione è quindi non qualsiasi attività che produce un moto qualunque di un soggetto. L’azione ha delle caratteristiche precise che Hannah Arendt ha isolato con perizia rigorosa e “scientifica”: l’imprevedibilità; l’irreversibilità o irrevocabilità: l’illimitatezza e la futilità.

Imprevedibilità

Innanzitutto l’azione per essere tale non deve fare capo a motivazioni o cause che possano in qualche modo prevederla, altrimenti non sarebbe un autentico agire spontaneo, ma solo l’effetto di una causa o di una motivazione previa, e così verrebbe, di un sol colpo, cancellata la libertà umana e l’uomo diverrebbe ciò che forse fu un tempo, una tra le specie animale e niente di più di questo.

Infatti, senza la libertà di poter agire in maniera incondizionata, l’uomo diventa solo un coacervo di istinti e di bisogni predeterminati dalla natura della sua specie, al pari di tutte le altre specie animali che popolano la terra.

Non avendo cause previe che la determinano o la lasciano imbrigliare nella prevedibilità dei pronostici, l’azione non produce mai effetti nel senso tecnico della parola. Ogni azione può comportare diramazioni infinite di esiti e conseguenze che, in quanto sono altrettanto reazioni spontanee e imprevedibili, divengono a loro volta vere e autentiche azioni. Quindi l’agire è imprevedibile sia nella sua origine che nelle sue conseguenze.

Irreversibilità

Connessa a questa imprevedibilità è  l’irreversibilità. Ogni azione scatena reazioni talmente imprevedibili e spontanee che non può in nessun modo essere cancellata o obliata come se non fosse mai avvenuta. Ogni scelta che conduce a un’azione spontanea (il che non vuol dire dissennata) può comunque portare a derive e a risultati inattesi e improbabili, proprio perché le reazioni sono impossibili da evitare.

Per questa ragione fondamentale ogni uomo si sforza con tutto sé stesso di riflettere prima di agire, sperando di pre orientare, solo per mezzo della sua riflessione, le conseguenze delle sue azioni, in modo tale che siano solamente positive per l’ego di chi agisce.  

Per Hannah Arendt le azioni sono poi illimitate, e questo per il semplice fatto che scatenano reazioni di cui non si può stabilire una fine né a priori né a posteriori.

Hannah Arendt

Azione e Inizio

L’azione ha poi una caratteristica suprema che le conferisce il primato tra le modalità operative del soggetto umano: la capacità di innescare processi, cioè la capacità di innovare. Mediante l’azione si raggiunge e si espone la novità.

Arendt su questo punto riferisce frasi religiose come quella dal Vangelo di Luca «un bambino è nato in mezzo a noi», ma in effetti la sua riflessione sull’innovazione innescata dall’azione trova un forte sostegno anche nella filosofia della scienza e tra gli scienziati stessi. Ad esempio la teoria secondo la quale la biologia ci informa che la capacità di rinnovarsi non è una caratteristica che l’uomo apprende con la propedeutica e con l’educazione, è invece una facoltà endemica della specie umana. Noi siamo in grado di rigenerarci a tal punto che siamo in grado, come disse il matematico Neumann, di autoreplicare la nostra specie. Inoltre ricordiamoci le parole che scrisse Charles Darwin nel 1859:

«il grande albero della vita […] riempie la crosta terrestre con i suoi rami morti e rotti e ne copre la superficie con le sue sempre rinnovantisi, meravigliose ramificazioni.»

Arendt cerca di ripensare l’agire e il nuovo non in modo da escludere l’origine e la provenienza a vantaggio di un feticismo della novità, sorta di vana mania del consumismo. Ecco, quel tipo di novità è totalmente messa fuori gioco nel capitolo di Vita Activa dedicato all’azione :

«Platone apre un abisso fra i due modi di azione, archein e prattein (cominciare e compiere), che nella concezione greca erano correlati. […] è nella natura del cominciamento che qualcosa di nuovo possa iniziare senza che possiamo prevederlo in base ad accadimenti precedenti. Questo carattere di sorpresa iniziale è inerente a ogni cominciamento e a ogni origine.»

Hannah Arendt ci esorta a pensare alla tradizione storica e culturale-religiosa, ma anche quella meramente pratico-esistenziale, non come la via suprema per giungere al futuro o per prevederne gli esiti e gli eventi; riscoprendo come qualcosa, e più in generale ogni cosa, ha avuto la sua origine vuol dire meravigliarsi e esser costretti a ripensare intanto a ogni nostro gesto passato, come se ad esempio, riuscissimo a scoprire l’origine della nostra evoluzione simbolica e culturale.

 

Lorenzo Pampanini
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