La comicità sincera di Gioele Dix con «Vorrei essere figlio di un uomo felice»

La finzione del reale, epica e biografia


«A me piace così, prendere dalla realtà e trasformarla». Esordisce in questo modo, con un secondo incipit in medias res l’acclamato Gioele Dix, attore di sé stesso al Teatro Franco Parenti dal 20 al 25 novembre con il proprio monologo Vorrei essere figlio di un uomo felice( produzione Giovit).

In scena, chi parla sembra camminare sul filo sottile dell’Arte comica, in bilico tra realtà e finzione: si delinea uno spettacolo brillante in cui la consapevolezza e lucidità attoriale lascia trasparire la consistenza imponente del testo.

Gioele Dix si racconta in prima persona, raccogliendo frammenti dall’infanzia riallacciandoli attraverso la trama intricata dell’racconto epico per eccellenza: l’Odissea.

Ricordi e ritorni, il proprio per il racconto

Il poema del ritorno di Odisseo dopo la guerra di Troia è l’occasione per ritornare al passato e ricordarsi come Telemaco, il figlio che attende l’arrivo del mitico padre. La particolare e arguta vis comica consente una prospettiva dinamica: Gioele si incarna in Telemaco parlando della propria infanzia perché è allo stesso tempo padre.

La molteplicità di punti di vista intersecati ritrova la propria unità nell’intelaiatura comica: il pubblico scoppia a ridere, si lascia andare come risposta a un’inibizione del comportamento per la varietà di punti a cui agganciarsi.

Il comico come pretesto

Il tono epico e magniloquente di Omero si ravviva attraverso l’ironica lettura di Gioele Dix che riesce a porsi a una distanza tale da rendere proprio il testo, affinché sia pretesto per un racconto a più voci, in cui la letteratura si presta all’azione.

La scelta accurata di brani letterari, anche contemporanei ( tra cui Paul Auster, Valerio Magrelli) consente di equilibrare il particolare all’universale:il respiro olistico della narrativa apre il monologo al dialogo: l’abilità dell’attore consiste nel coinvolgimento totale con il pubblico.

Sebbene non vi sia una vera azione scenica, la Parola vissuta diviene agente, in quanto viva attraverso la voce e il corpo dell’attore. Impossibile ma soprattutto illecito domandarsi della veridicità del racconto.

 Immaginazione e comicità

Nonostante l’esplicita dichiarazione sopra citata non si riesce a comprendere fino a che punto si possa trasformare la realtà mantenendola reale. Gli aneddoti riportati suscitano vivace ilarità perché appaiono sinceramente in prima persona.

Il comico si avvale del gioco dell’impersonare che aiuta l’immaginazione del pubblico a rendere vivida la situazione comica, facendola esplodere.

 Il mutamento della coscienza normativa consentito dalla parte assunta contemporaneamente dall’attore è l’occasione comica per eccellenza, tuttavia nella coincidenza dei punti di vista la credibilità sorpassa la realtà e l’attore sembra agirsi, forse solo esagerando la forma attraverso la comicità ma mantenendo intatto il contenuto del racconto.

Il dialogo dell’entusiasmo nel monologo comico

La peculiarità del monologo rompe sin da subito la quarta parete, lasciando il dubbio che in realtà anche lo spettatore venga coinvolto nel gioco teatrale che diviene dialogo: l’improvvisazione dichiarata in alcuni momenti apicali è la risposta dell’attore rispetto all’entusiasmo del pubblico.

Fino a che punto il teatro può essere reale? Il limite del vero sparisce nel monologo comico perché chi ascolta è piacevolmente disorientato.

 Lo spettatore è padre e figlio e la propria la commozione è l’avvicinarsi graduale ad uno scenario sinceramente umano nell’equivocità che apre un orizzonte sconfinato di sentimenti e riflessioni, concordando idealmente con l’universalità a cui l’epica antica aspirava.

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