Napoli, da sempre croce e delizia, attrazione e repulsione, inferno e paradiso. Il suo erotismo si esplica sostanzialmente nella sua totale inafferrabilità: si offre e si ritrae, si mostra e si cela, canta e tace, come un amante che, per quanto si palesi, resta comunque irraggiungibile. È attraverso la tensione di questi opposti che Napoli diventa un luogo erotico, traboccante di sensualità e fa del desiderio la sua condizione naturale: vivere Napoli e vivere a Napoli significa avvertire la voglia di restare e quella di fuggire, godere del profano e lasciarsi incantare dal sacro.
Il mito della sirena Parthenope
Come racconta il mito greco, la città nacque dalle spoglie della sirena Parthenope. La creatura ammaliante tentò di sedurre Odisseo con il suo canto, ma egli la rifiutò. Il dolore causato da questo episodio la indusse a lasciarsi morire e il suo corpo approdò sulle coste campane, portato dal mare. Si trasformò, così, nella promessa fondativa di una nuova città. Napoli, quindi, nasce da un gesto estremo, erotico e doloroso, di una sirena, di un corpo femminile. Nel mito di Parthenope si fondono eros e tanatos, nel rispetto della più antica tradizione greca, dove la smania dell’eros si intreccia con la dimensione della fine e, quindi, con una trasformazione e sublimazione di senso. Il canto della sirena sopravvive alla sua morte e al tempo, risuonando tra i vicoli, nelle voci e nelle musiche che animano ancora oggi la città.
Il cinema contemporaneo ha tradotto questa narrazione e dimensione onirica nelle potenti immagini del film di Paolo Sorrentino, Parthenope (2024), che inizia proprio in una reinterpretazione del mito originario e restituisce una bambina, diventata poi giovane donna e adulta, come simbolo primigenio della città stessa: un corpo meraviglioso e inafferrabile, seducente e misterioso, che non smette mai di interrogare e di interrogarsi, ma anche di fuggire. Napoli è un ventre materno, carne viva e pulsante che si muove in un continuo ondeggiare tra cielo, terra e mare, un desiderio che resta sempre un po’ sospeso e mai del tutto appagato. L’erotismo che emerge dalla pellicola sorrentiniana è fatto di corpi, attese, silenzi, ma allo stesso tempo di colori e situazioni esasperate e drammatizzate che lo spettatore non riesce mai a cogliere fino in fondo.
Napoli velata
Altro interprete di questa tensione mistica e meravigliosa è Ferzan Özpetek, regista di Napoli velata (2017). Il suo ritratto è quello di una città avvolta da un velo, che per definizione nasconde e manifesta, protegge ma al contempo invita a scoprire. Perché, in fondo, Napoli è così: una città che occulta i suoi segreti, dietro le sue ombre, nella stratificazione millenaria della storia, ma che contemporaneamente provoca, eccitando sguardi e pensieri.

Il suo erotismo sopravvive al tempo proprio perché sa fluttuare e non si lascia cogliere appieno. Nei vicoli angusti, nei palazzi visibilmente scrostati si nascondono tesori barocchi, nelle chiese opulenti, la sensualità della materia convive con la sacralità dei riti. Özpetek coglie questo doppio registro facendo di Napoli il palcoscenico perfetto sui cui amore e morte, desiderio e lutto si inseguono senza mai annullarsi.
Napoli simbolo e allegoria
Ma Napoli è anche e soprattutto simbolo e allegoria e da centinaia di anni la sua lingua – molto più di un dialetto, ma un vero e proprio idioma identificativo di un’intera popolazione – vibra sulle note della sua musica, altro elemento identificativo della città e della sua gente. Lo dimostrano i tanti artisti e musicisti che nella storia si sono avvicendati a Napoli e, per arrivare ai giorni nostri, Liberato. Molte le sue canzoni che parlano esplicitamente di Napoli, cantate ovviamente in napoletano, con intercalari che mescolano suoni elettronici e termini in inglese. Una delle sue tracce più conosciute è anche una di quelle dove i riferimenti alla città sono chiari: Tu te scurdat’ e me (2019).

Il brano restituisce un erotismo urbano e diretto, fatto di ritmo e carne, memoria e perdita. Il testo, interamente in napoletano, scivola con una musicalità sensuale, quella di un amante ferito la cui storia si intreccia a quella della città: chiede di non essere dimenticato e si offre come una presenza viva, che resta avvinghiata alla pelle anche quando sembra distante.
Napoli nelle parole di Giacomo Leopardi
Per comprendere – o almeno provare – la natura erotica di Napoli bisogna guardare anche alla letteratura, che nei secoli ne ha colto il potenziale e la forza evocativa. Giacomo Leopardi visse gli ultimi anni della sua vita all’ombra del Vesuvio e ispirato dalla maestosa bellezza della città e del suo vulcano scrisse La Ginestra (1836). Nel componimento, il riferimento al fiore viene fatto evidenziando la sua doppia natura di essere fragile e resistente, una bellezza effimera che, nonostante tutto, si ostina a fiorire in una terra poco ospitale, tra le ceneri del vulcano.

Al contempo, è il Vesuvio stesso forse il simbolo più pregno di erotismo: corpo ardente, minaccioso, pronto a esplodere in un gesto di distruzione totale che è anche il suo estremo atto di vitalità. Perché, l’erotismo di Napoli non è mai puro piacere, ma appare sempre segnato dall’ombra della fine, della consapevolezza che ogni desiderio ed eventuale realizzazione dello stesso porta con sé anche la possibilità di una perdita.
Napoli, eros allo stato puro
Napoli è eros allo stato puro, capace di sedurre in tanti modi diversi, senza mai che nessuno di questi esaurisca davvero le sue contraddizioni e le sue promesse che avvolgono in una morsa ineluttabile. È la sirena Parthenope che muore per amore e che seduce con il suo canto, il corpo velato che non smette di invitare alla scoperta, la voce che brucia di assenza e desiderio di ritorno e di presenza, la ginestra che resiste, seppur fragile, sulle pendici del vulcano.
La magia e l’erotismo di Napoli è tutto questo assieme,un corpo che non si fa stringere né possedere, ma che lascia un segno eterno, un ricordo di un amore che non può e non vuole andare via.

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