Napoli, che non reggerà

Articolo della newsletter n. 54 - Ottobre 2025
Start

Per chi ha vissuto Napoli da bambino, negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, la città era un vicolo cieco, uno scorcio da ammirare di giorno. Che si vivesse in periferia o al centro, il concetto stesso di città era estremamente frammentato. Il centro era già di per sé una periferia. La città stessa veniva avvertita tutta come un sobborgo, di cosa non è ben noto. Erano gli anni del sangue e dei proiettili vaganti, ma soprattutto quelli di un’infamia mediatica senza precedenti. Così, nonostante il già quasi milione di abitanti, Napoli non era considerata una metropoli, ma un enorme agglomerato di disgrazie, cibo e luoghi comuni.

Si è cresciuti con questo senso di confusione, questo appartenere ai quartieri o alle singole periferie piuttosto che a una città. Il risultato è stato ovviamente un disastro identitario.

Una volta, intorno al 2010, a una fiera del lavoro organizzata in università, noi studenti sentimmo dire a un docente: «tanto andrete tutti via, anche chi resta». Era vero. Anche chi a Napoli è rimasto ha vissuto una sua diaspora.

È impossibile da spiegare. Andare via continuamente, anche quando si resta. Ci provo così. Si può porre a chiunque di questa generazione la stessa richiesta: parlami di Napoli.

La risposta sarà sempre diversa. Ma, soprattutto, sarà sempre estrema: in senso positivo o negativo. E, tra le infinite risposte, sembrerà sempre che Napoli non è tanto una città, quanto un riflesso: in un riflesso che cambia non si può che avvertire costantemente un senso di allontanamento, forse anche un po’ di abbandono. Il luogo comune della «Napoli che si odia o si ama» ha un fondo di verità molto corporeo perché, come tutte le cose che restano incise nella memoria del proprio corpo, ha a che fare con le contraddizioni forti che si sono vissute durante la propria adolescenza quando si vuole andar via in tutti i modi dal luogo in cui si è cresciuti. Ma nel caso di Napoli, all’epoca odiata da tutti, faceva da contrappasso un istinto di protezione: «solo io posso parlarne male, guai a chi non napoletano farà altrettanto».

C’è stato un momento, più o meno intorno al 2014, in cui qualcosa iniziava a cambiare. Dopo alcuni anni di terrorismo internazionale che colpiva le città turisticamente più ambite e con una giunta che, nel bene e nel male, si trovava ad ereditare la gestione di alcuni cantieri aperti portandoli (finalmente) a termine, Napoli è improvvisamente diventata attrattiva.

Il fascino decadente dei palazzi del centro storico, le ville riflesse nel mare di Posillipo, una linea di metropolitana le cui stazioni venivano decantate come le più belle d’Europa. Erano gli anni della serie televisiva Gomorra, ma anche quelli in cui altre storie napoletane facevano improvvisamente il giro del mondo: Elena Ferrante e il ciclo de L’Amica Geniale diventava un caso letterario mondiale. Si apriva una nuova stagione per la città, in cui le cicatrici sociali mescolavano nostalgia e riscatto, creavano una narrazione per nulla patinata, ma incredibilmente più vera. E il turismo, sempre meno propenso alla ricerca della bellezza e sempre di più a quella dell’esperienza, provava pian piano ad appropriarsene

Tra il 2015 e il 2025, come riportato da Altreconomia, gli annunci sui siti di Bed and Breakfast relativi a Napoli sono aumentati dell’800%. Le conseguenze dell’overtourism, in una città dal contesto sociale frammentato e fragile, in questo decennio, sono state disastrose.

In poco tempo, il centro storico ha iniziato a spopolarsi della sua comunità abitativa e degli studenti. Anche molti dei cosiddetti vasci, enormi stanze situate al piano terra che danno direttamente sui vicoli, sono stati trasformati in Bed and Breakfast, pronti a offrire ai turisti la vera esperienza di Napoli. Napoli, intesa ora come brand. Gli affitti di alcune zone sono arrivati alle stelle: per una stanza in centro storico o nei quartieri del Vomero o Chiaia, il più delle volte a nero, si chiedono anche cinquecento/seicento euro. Per un monolocale anche settecento. E se questi prezzi sembrano in linea con i prezzi folli di Firenze o Milano, bisogna sempre tener conto che Napoli è una delle città dove il tasso di disoccupazione giovanile è tra i più alti in Europa. L’ovvia conseguenza è che molte parti della città, dove la cultura locale era intimamente legata al tessuto sociale storico del luogo, i nuovi abitanti sono solo i ricchi, gli sfratti sono all’ordine del giorno e gli immobili si trasformano fino a diventare sempre più piccoli monolocali o, appunto, Bed and Breakfast (spesso nemmeno registrati, come denunciato in una recente inchiesta di Fanpage).

Negli stessi anni, Napoli non ha perso mai l’occasione per finire in un modo o nell’altro in prima pagina. Serie TV e film ambientati in città, ma soprattutto due nuovi scudetti. Tutto interpretato come riscatto tardivo di una città che, per troppi decenni, era rimasta ai margini. Ma il riscatto apparente non sana le fratture che gli stessi decenni di abbandono istituzionale hanno creato, anzi, rischia di renderle più profonde.

Joan Didion, scrittrice e giornalista statunitense, apriva la sua raccolta di racconti Verso Betlemme con una citazione di William Butler Yeats «Il centro non reggerà», riferendosi alla California della fine degli anni Sessanta, dominata da idealismi che avrebbero fortemente influenzato e frammentato la società ma che si sarebbero poi arresi alla violenta legge del capitalismo. È forse tempo di parlare di capitalismo partenopeo, perché anche Napoli forse non reggerà.

I segni di questo crollo sono rumorosi, ma non sempre evidenti perché, tutti noi napoletani, confondiamo sempre il rumore con la bellezza. Non è un luogo comune, ma un modo d’essere che ci hanno trasmesso le diverse dominazioni, qualcosa che ha anche a che fare con la necessità di addolcire il pericolo. Il Vesuvio, ad esempio, uno dei vulcani più pericolosi e distruttivi al mondo, è per gli abitanti della città un gigante buono. Il sangue di San Gennaro e il suo relativo sciogliersi (miracolo che, se non avviene, è foriero di immense disgrazie), un rito che metterebbe ansia anche ai monaci tibetani, viene vissuto dai napoletani sì con serietà ma anche con gioia.

Insomma, tutto è distorto. Ma è proprio questa distorsione bellissima che ha nascosto i segni del crollo cui accennavamo prima. San Gennaro stampato su ogni t-shirt con un bicchiere di spritz tra le mani è stato forse il primo trascurabile segno di una trasformazione di Napoli in un brand che ha avuto a che fare non solo con il marketing ma con l’urbanistica e con la mappa sociale e culturale della città.

Forse il segno successivo è stato il passaggio dalla tradizione culinaria, da secoli un rito lento fatto della cottura infinita di ragù e di intere domeniche passate a tavola, a un appetito mordi e fuggi sotto il pretesto di una manipolata concezione di cibo da strada. Tutto quello che c’è stato dopo, a catena, è stata una violenta manipolazione della tradizione partenopea a uso e consumo del turista fino ad accentuare, rendere macchietta, orientalizzare Napoli. Da periferia a parco turistico, il tutto in poco più di dieci anni e senza passare per lo status di metropoli che tanto le apparteneva da secoli. Napoli è l’esempio più lampante di come alcuni fenomeni di massa possono snaturare gli equilibri fragili delle nostre città.

Nel pieno centro storico, a Forcella, c’è una biblioteca comunale dedicata ad Annalisa Durante, uccisa a quattordici anni nel 2004 in uno scontro a fuoco tra due gruppi camorristici rivali. Passarci fuori, oggi, significa imbattersi turisti stranieri che scattano foto. Non per curiosità, rispetto o desiderio di mantenere vivo il ricordo di una tragedia, ma per lo stesso feticcio che li spinge a volte a recarsi alle vele di Scampia per avere un assaggio della Napoli più stereotipata.

Sì, se Napoli è riuscita a brandizzare anche i suoi incubi, è certo che non reggerà.


Illustrazione di Giada Collauto

Questo articolo fa parte della newsletter n. 54 – ottobre 2025 di Frammenti Rivista, riservata agli abbonati al FR Club. Leggi gli altri articoli di questo numero:

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram, e iscriviti alla nostra newsletter!

Gianluca Grimaldi

Napoletano di nascita, milanese d'adozione, mi occupo prevalentemente di cinema e letteratura.
Laureato in giurisprudenza, amo viaggiare e annotare, ovunque sia, i dettagli che mi restano impressi.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche

David Bowie

La musica ha un grande debito con David Bowie

Saranno stati i suoi alter-ego intergalattici a metà tra il…

Standing by the wall: David Bowie e Berlino

Nel secondo dopoguerra Berlino era un’anomalia, divisa in quattro settori…