Il teatro napoletano di Vincenzo Salemme

Articolo della newsletter n. 54 - Ottobre 2025
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Il teatro di Vincenzo Salemme non sembra rimandare a quella tradizione partenopea spesso più che altro associata ad altri grandi artisti come Eduardo De Filippo. A maggior ragione questo accade dal momento che Salemme è un nome legato anche al cinema, a volte anche a commedie disimpegnate o a cinepanettoni. Nei film di cui però egli è il regista è possibile riscontrare una forte profondità, che si traduce prima di tutto nelle sue commedie.

Il teatro di Vincenzo Salemme

Vincenzo Salemme, anche se al grande pubblico è più noto forse per i lavori cinematografici, nasce principalmente come attore e regista di teatro. La sua scrittura scenica è caratterizzata da un’unione puntuale di leggerezza e malinconia, con varie antitesi come la comicità paradossale contrapposta alla riflessione esistenziale. I personaggi spesso sono sospesi tra il quotidiano, caratterizzato dall’assurdo e dal paradosso, e un bisogno profondo di umanità.

Per di più, gli stessi film sono sovente ispirati alle sue commedie, con il risultato di essere raramente all’altezza delle precedenti trasposizioni teatrali. E ciò per molti motivi. Innanzitutto perché la presenza scenica di Vincenzo Salemme è di gran lunga più efficace in teatro, dal momento che lo stesso teatro possiede delle dinamiche diverse: maggiore possibilità di coinvolgere il pubblico rompendo la quarta parete, l’ovvia occasione di improvvisare, un minore focus sul mantenere l’attenzione con espedienti più visivi che introspettivi, ecc.

L’elemento che però né nei film né nelle commedie di Vincenzo Salemme viene meno è Napoli. Il suo lavoro si colloca in continuità con la grande tradizione napoletana, intrecciando la lezione di Eduardo De Filippo con una sensibilità contemporanea capace di parlare a pubblici diversi. Infatti, Vincenzo Salemme ha iniziato la sua carriera proprio nella compagnia di Eduardo, assorbendone la disciplina e costruendo un percorso personale, dove è stato capace di fondere leggerezza e malinconia, comicità e riflessione.

La Napoli di Salemme

Non si può comprendere il teatro di Vincenzo Salemme senza considerare Napoli, non solo come sfondo linguistico o geografico, ma come orizzonte e radice che proietta verso una conoscenza del sé e un’indagine profonda dell’umanità. La città, con le sue contraddizioni, rappresenta un vero e proprio personaggio implicito delle sue commedie e un microcosmo di sfumature e particolarità. È la Napoli della battuta, dell’ironia e dell’umorismo che servono a sopravvivere anche di fronte le ferite più grandi. È la Napoli precaria come precaria è la vita. Dietro le battute di ogni commedia di Vincenzo Salemme si nasconde un sottile senso di malinconia e una gigante antitesi: Napoli è popolare ma anche colta, allegra ma anche triste.

L’eredità di Eduardo si percepisce proprio in questa capacità di raccontare Napoli soprattutto alla luce dei conflitti familiari e quotidiani. Chiaramente, a questo si aggiunge sempre un interesse per difficoltà dei giorni nostri, aprendosi all’analisi della condizione umana a tutto tondo.

Giuseppe: Per me sta benissimo, se ha bisogno… vada a lavorare. Felice: E come faccio Signor Cocuzza, io sono mesi che non esco di casa, non ce la faccio ad andare in giro per strada… guardare in faccia le persone che per vivere devono schiacciare la propria dignità! Giuseppe: Tutti dobbiamo fare i conti con la realtàFelice: Ma questa è la vostra realtà non la mia! Giuseppe: E allora combatta con la sua di realtàFelice: E come faccio!?

Cose da pazzi

E fuori nevica

Un esempio emblematico è la commedia E fuori nevica (1995), in cui tre fratelli incarnano la difficoltà della disabilità e della comunicazione. Questi sono elementi tipici del modello eduardiano: la centralità della famiglia come spazio di conflitto e di verità, il ritmo serrato del dialogo che alterna registro comico e momenti di intima rivelazione, l’attenzione al teatro di parola.

L’intreccio è volutamente costruito su situazioni paradossali e momenti di comicità che fanno ridere tantissimo lo spettatore, ma lo portano anche a riflettere su temi universali: la solitudine, il bisogno di affetto, la ricerca di un senso nella vita. Qui si ritrovano gli insegnamenti di Eduardo: il valore del dialogo, la capacità di passare dalla risata al nodo in gola, l’uso della scena e della stessa città di Napoli come laboratorio di verità.


Illustrazione di Giada Collauto

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti "Dipinti, brevi storie di fragilità"

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