I quattro poeti italiani della terza generazione

Nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento ci sono quattro poeti ascrivibili al gruppo della “terza generazione”. Parliamo di Mario Luzi, Giorgio Caproni, Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci.

Quattro poeti molto particolari nella nostra tradizione letteraria, poiché riuscirono a declinare in modo molto differente rispetto ad altre correnti poetiche la realtà che li attorniava e la loro epoca storica.

Ma partiamo dalle definizioni.

Cosa significa essere poeti della terza generazione?

I poeti della “terza generazione” hanno in comune la caratteristica di essere nati poco prima del 1915 ed essersi affermati tra gli anni Trenta e Quaranta. Ma non sono questi gli anni per cui i quattro poeti della “terza generazione” vengono accomunati sotto la stessa etichetta.

Infatti in origine Luzi, Sereni, Caproni e Bertolucci avevano poco in comune. Luzi era un poeta ermetico, massimo esponente dell’ermetismo fiorentino negli anni Trenta. Molto più vicino quindi a poeti come Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti.

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Sereni era un poeta lombardo che aveva uno stile vicino a quello ermetico, ma se ne discostava in parte. Caproni e Bertolucci erano poeti pienamente antinovecenteschi, o antinovecentisti, come poi li avrebbe definiti Pasolini. La loro infatti era una poesia che si scontrava con quella del Novecento per via dell’estrema semplicità stilistica e dell’estrema comunicabilità, sulla scia di quel “classicismo paradossale” che Montale attribuiva a tutti quei poeti che derivavano dalla lezione di Saba.

Sarebbe stata una determinata epoca a far convergere queste forme poetiche differenti in una etichetta comune, gli anni Sessanta.

Il motivo è semplice: gli anni Sessanta sono l’epoca in cui la società italiana si trova immersa nel boom economico, nel capitalismo e nel consumismo. Ogni aspetto della vita del singolo viene travolta dall’ondata di questo nuovo mondo. Così, di fronte all’omologazione di massa, al mutamento antropologico, come lo chiamerà Pasolini, o all’oscurissima mutazione, per citare Montale, il poeta si trova in preda ad una crisi d’identità.

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 poeti della terza generazione

Da una parte, la poesia viene esautorata del suo valore trascendente, con la rapida dissoluzione dell’ermetismo e quindi di qualsiasi forma di simbolismo. Tant’è che la parola poetica perde quella sua funzione tradizionale che aveva mantenuto anche nel primo Novecento, ossia quella di svelare una verità che andasse al di là dei confini delle cose, trascendendo la realtà. Ora la poesia è stretta nei limiti della realtà, della quotidianità, della banalità.

Inoltre perde anche il proprio soggetto, in una sorta di conclusione del lirismo. L’io lirico, di fronte all’impossibilità di poter davvero esprimere qualche cosa, lascia la parola ad altri. Così subentrano nella poesia una serie di altre voci, che sovrastano quella lirica del poeta. E l’effetto è che il poeta si ritrova ai margini della sua stessa poesia, desoggettivizzato, lasciato in balia dei tempi, con l’unica funzione di registrare in presa diretta il reale in cui si trova.

Anche la lingua cambia. Infatti questo nuovo reale non ha più bisogno di una lingua alta, aulica e piena di preziosismi come quella ermetica, ma si abbassa alla quotidianità, al parlato.

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La parola della poesia infatti torna ad immergersi nella brutalità magmatica e caotica del reale, superando così del tutto la trascendenza del verso ermetico-simbolista.

E che cosa ha ancora da dire un poeta nel mondo indifferente del capitalismo?

Un grande poeta come Montale reagisce a quest’epoca quasi con un moto di autoesecuzione testamentaria di se stesso e della propria opera. E lo fa tra i versi di Satura, la sua ultima raccolta poetica, abbassando radicalmente il tono fino all’informalità, alla quotidianità, con forti accenti di ironia acida.

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Altri, come il Gruppo 63 o i neosperimentalisti di “Officina”, decidono di provare a combattere contro la brutalità del loro tempo, trovando nell’eversione, nella protesta, e nell’oltranzismo stilistico un vitalismo culturale utile per non crollare nella disperazione e per affermare comunque un vago ruolo del poeta all’interno della società, seppur precario.

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Poi vi sono i poeti della “terza generazione” i quali affrontano le angherie della loro epoca mutando radicalmente la loro poesia, ma senza cadere nella totale eversione.

Così, pur mantenendo nella loro poesia cadenze e rimandi alla tradizione, decidono di provare ad aprire i loro versi al prosastico, e quindi alle forme della narrativa. E inoltre allargano la scena ad altre voci, segnalando così la riduzione del lirismo della loro epoca, dunque la marginalizzazione dell’io del poeta nel mondo.

Mario Luzi

Il poeta più emblematico di questo gruppo è certamente Mario Luzi.

Mario Luzi è stato un poeta fiorentino, caratteristico per una produzione poetico-letteraria sterminata e molto dinamica.

«Non è più qui, ma dove?» mi domando
mentre l’accidentale e il necessario
imbrogliano l’occhio della mente
e penso a me e ai miei compagni, al rotto
conversare con quelle anime in pena
di una vita che quaglia poco, al perdersi
del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.
Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta
Ma dove, Nel Magma

La sua produzione può essere divisa in quattro stagioni, tra loro molto differenti.

La prima, quella d’esordio, che comprende raccolte come La barca (1935), Avvento notturno (1940), Un brindisi (1946) e Quaderno gotico (1947), conferisce al poeta un posto di rilievo nella poesia ermetica a lui contemporanea. La sua poesia, nella fattispecie, diventa l’espressione migliore dell’ermetismo fiorentino.

La sua scrittura si uniforma ai caratteri a cui si rifacevano un po’ tutti gli ermetici: utilizzo di un lessico prezioso, di difficile leggibilità, unito ad una sintassi fortemente ellittica, quasi a voler in qualche modo lacerare il reale per poterlo trascendere, cogliere al di là del «velo d’anni e di stagioni» un significato più profondo.

 poeti della terza generazione

Finita la guerra, il mondo cambia e l’egemonia della poesia ermetica inizia a vacillare. Bisogna considerare che il verso oscuro, il verso ermetico era anche in qualche modo figlio dell’epoca fascista, poiché infatti poteva divenire un dispositivo espressivo-poetico con cui l’intellettuale, tendenzialmente antifascista, si poteva esprimere sapendo di essere compreso da pochi altri. Difatti la poesia ermetica trova i suoi massimi risultati nel ventennio.

Ma finita la guerra non ha più senso nascondersi, e allora la poesia di tanti ermetici cambia e si apre all’incerto del nuovo. Anche quella di Luzi.

Infatti la seconda stagione, che va da Primizie del deserto (1952) a Dal fondo delle campagne (1965) è una stagione dove la poesia luziana tende a quel modernismo montaliano, che vive in quel connubio tra nuovo e antico, tra Elliot e Dante. Insomma un miscuglio tra la tradizione poetica italiana e le innovazioni del Novecento.

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Ma il vero cambiamento avviene nel 1966. Questo è l’anno in cui esce per la verde Garzanti la definitiva raccolta di Nel Magma (uscita già nel ’63 per le edizioni Sheiwiller, priva però dell’ultima sezione delle postille).

Nel Magma apre definitivamente la poesia di Luzi verso la nuova epoca, depurandola completamente di ogni residuo ermetico-simbolista precedente. Così ci troviamo di fronte ad una poesia che si rigetta nel presente, nel quotidiano, nella vita reale, liberandosi delle tante «soggettività parziali», rendendo possibile l’affronto del “magma” della vita moderna, dell’indifferenziato e del casuale dell’esistente.

Il proposito di Luzi è ben esplicitato in una lettera a Vittorio Sereni per la pubblicazione di alcuni testi in una rivista letteraria di quell’epoca che questi curava (Questo e altro 1963), dove dice avere la volontà di «far parlare le cose che esistono, che ci sono ora».

Per parlare di ciò che esiste, di ciò che è, bisogna lasciare la parola alle circostanze e ai protagonisti, ai personaggi di questo circostante reale.

Così questa nuova poesia non ha più un soggetto lirico preponderante, non ha più la sola voce del poeta, ma le voci diventano plurime e il poeta, ai margini della sua stessa opera, cerca di dialogare con l’alterità, con l’altro.

E così Nel Magma pare un insieme di componimenti dove in ognuno troviamo un tentativo di dialogo con una sfaccettatura del reale e con un altro.

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Dialoghi che puntualmente non si realizzano, o si perdono nelle intermittenze del magma del reale, quasi con un andamento frammentario, a scatti, in quell’impossibilità nell’epoca contemporanea di interagire davvero con l’altro.

I personaggi, questi altri, sono tendenzialmente deformati, visti dall’io come ripugnanti, orribili e spaventosi. Soltanto i personaggi femminili riescono qualche volta a interagire col poeta, e sembrano in certi casi, come nella poesia l’india avere un ruolo salvifico e predicatorio sul reale incerto.

Luzi utilizza una tecnica fortemente narrativa nel suo versificare, perché il circostante va narrato, va raccontato, in modo vivido e nitido. E così troviamo in queste poesie ampi squarci descrittivi della dimensione spaziale delle scene rappresentate.

Ma questa vividezza, quest’evidenza del reale, nasconde al suo interno una sfumatura che ribalta completamente le situazioni. Infatti si può percepire al fondo di ogni descrizione una dimensione fortemente onirica, quasi di incubo, come se fossimo di fronte ad un reale che è sì, raccontato e descritto anche nei minimi particolari, ma che sente questa necessità di dialogo magmatico anche coll’irreale per potersi svelare completamente.

Anche sotto il punto di vista più prettamente metrico, il verso subisce una deformazione, e viene in questo senso informato ad una dimensione fortemente narrativa. Eppure Luzi non può fare a meno di lasciare tra i suoi versi le cadenze tradizionali dei versi tradizionali. Così, chi ha un orecchio poetico particolarmente sviluppato, può riconoscere ancora qualche endecasillabo nascosto, incassato, entro i confini di versi lunghi e narrativi.

Nel Magma insomma è una raccolta importante per la nostra poesia e sarà proprio questa ad inquadrare Luzi tra i poeti della “terza generazione”, poeti che affrontano la propria epoca con l’atteggiamento poetico di cui si parlava nelle premesse.

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Inoltre i temi presenti sono davvero tanti. Vi è certamente il tema politico ideologico, in una sorta di tensione tra la fede e la rivoluzione, fra il PCI e la DC, «fiducioso della buona sorte dell’anima e, perché no, della rivoluzione inesorabile ch’è alle porte». Poi vi è il tema esistenziale, di questa «vita che quaglia poco» e che si scontra col magma del presente. E in tutto ciò, infine, ci sono i rapporti intersoggettivi, tra le persone, fatti di convenzioni, regole arbitrarie e falsità. Insomma, si cerca il bandolo della matassa del magma contemporaneo, senza forse alla fine trovarlo veramente, continuando così a rimanere nell’incerto e nella disperazione.

Per concludere sui poeti della terza generazione

La “terza generazione” è un gruppo di poeti molto importanti per la nostra tradizione letteraria, poiché sono riusciti a dare una risposta al dolore del loro tempo con esiti poetici di grandissimo valore. Una poesia che non parla solo dell’uomo in generale, ma fa un’introspezione sulle questioni di senso in un’epoca come quella capitalistico-borghese, dove le cose paiono aver perso di significato. E così, nel buio dei nostri tempi, tra gli interstizi e le intercapedini di una realtà caotica, magmatica e priva di senso, si nasconde la parola poetica, che nella sua bellezza, pare essere l’unica cosa che può ancora salvarci dal vuoto del nostro tempo.

 


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Vladislav Karaneuski

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