fbpx

Michelstaedter è Heidegger. Sulla pretesa di Thomas Vašek

22 minuti di lettura

Se invece si assicura che nella storia della filosofia, in fondo, tutti i pensatori dicono la medesima cosa, questo appare, per il senso comune, una ben strana pretesa. A che allora la multiforme e complicata storia della filosofia occidentale? Se tutti dicono la medesima cosa, basta, in tal caso, una sola filosofia. Tutto risulta sempre già detto. Eppure questa “medesima cosa” possiede in realtà, come sua interna verità, l’inesauribile ricchezza di essere ogni giorno come al suo primo giorno.

M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, p. 107

Che Essere e Tempo sia un’opera rivoluzionaria è una convinzione molto ripetuta dalla filosofia continentale. Tuttavia, fin dalle prime impressioni degli allievi di Martin Heidegger sino ai nostri giorni, la ricezione di tale scritto è satura di interpretazioni e di “appropriazioni” variamente declinate, perciò disomogenee nell’individuazione del suo significato filosofico. Un destino così fulgido e privilegiato è anche ironico per un’opera interrotta che fu «un incidente» (Heidegger scrisse in una lettera a Max Kommerell di aver ricevuto ingiunzioni istituzionali, la sua ultima pubblicazione infatti risaliva al 1915). D’altra parte, già da qualche anno prima del 1927 giovani studenti di filosofia accorrevano da tutta la Germania a Marburgo per ascoltare i corsi di un giovane professore che interpretava Aristotele come nessuno aveva mai fatto prima. Oggi Essere e Tempo è un classico della filosofia del Novecento. Questa circostanza non è solamente un pregio, ma anche un difetto, perché espone l’opera a trattazioni che sembrano filosofiche, ma che in effetti appartengono più in generale alla cultura. Il libro di Thomas Vašek, Heideggr e Michelstaedter. Un’inchiesta filosofica, edito Mimesis (2021) appartiene a questa tipologia di trattazioni; è un lavoro concettuale di esegesi per sostenere una tesi, piuttosto che una operazione di ricerca filosofica.

L’inchiesta filosofica di Thomas Vašek

Thomas Vašek, giornalista austriaco, attraverso una minuziosa ermeneutica testuale quasi rigo per rigo dell’opera, argomenta, però, una solida interpretazione, intendendo l’analitica dell’Esserci come una precisa teoria filosofica dell’esistenza, e Essere e Tempo come una propedeutica euristica della condizione umana. La lettura di Essere e Tempo offerta da Vašek è talmente lontana dall’essere una novità, che interpretare quell’opera prodigiosa come una elevatissima e acutissima antropologia filosofica è l’interpretazione dominate insieme alla critica alla soggettività. È ben attestato che la filosofia di Essere e Tempo si basa sul «ci», nel quale ciascuno è chiamato ogni volta a decidersi o per l’auto-direzione o per l’etero-direzione di sé stesso.

Günter Figal, ad esempio, riferisce: 

L’analisi dell’Esserci è fondamentale [poiché] qui si riconosce il discorso sulle strutture fondamentali della soggettività o della vita: si devono rielaborare quei fattori dell’esistenza che costituiscono questo “ci”… L’analisi dell’Esserci ha il carattere di un’ontologia fondamentale, di un’ontologia che motiva effettivamente ogni altra ontologia.

G. Figal, Introduzione a Martin Heidegger, p. 70

Gianni Vattimo ricorda, invece, che lo scopo dichiarato di Essere e Tempo è porre nuovamente la domanda sull’Essere. Tuttavia, nell’opera non c’è traccia di una riflessione ontologica mirata sull’essere come tale. Sebbene l’esergo induce a credere di trovarla nel testo, nell’ultima pagina Heidegger fuga ogni dubbio in merito: «Il chiarimento della costituzione dell’essere dell’Esserci resta soltanto una via. Il fine è l’elaborazione del problema dell’essere in generale». La Seinsfrage vera e propria «non è stata neppure ancora sollevata» in Essere e Tempo. Nei Quaderni Neri leggiamo: «Essere e Tempo I: un tentativo alquanto imperfetto di pervenire alla temporalità dell’Esserci, e di porre nuovamente la questione dell’Essere dai tempi di Parmenide» (Riflessione 8, 1931). Basta, però, richiamare i § 1, 2, 3, 7, e 44 dell’opera per rendersi conto che in Essere e Tempo vi è di più di una filosofia dell’esistenza.

Heidegger e Michelstaedter a confronto

La principale tesi di Vašek è, comunque, la seguente: quando Heidegger si avvale della parola «essere» nell’opera, tanto in riferimento agli enti quanto all’Esserci, evoca una visione filosofica più profonda della realtà che mostra le cose stesse per ciò che sono nel loro essere più proprio. Nel libro di Vašek non c’è nessuna traccia del misticismo oracolare e del mistero che va di moda attribuire ad Heidegger. Sicuramente, perciò, egli interpreta Essere e Tempo mostrando di averlo studiato attentamente e di aver meditato a fondo sulla filosofia là contenuta, chiamando in causa anche idee filosofiche trasversali, altre opere heideggeriane edite, e gli studi su Essere e Tempo di Karl Löwith e Thomas Sheehan.

Il suo lavoro d’inchiesta consiste nel rintracciare in Carlo Michelstaedter, filosofo di Gorizia morto suicida nel 1910, interpretazioni di autori quali Parmenide ed Eraclito (che dicono il medesimo logos), Aristotele e Agostino, identiche alle interpretazioni che Martin Heidegger ha dato di questi filosofi sino a formulare l’analitica dell’Esserci. 

Assumere la lente esistenzialista per leggere insieme La persuasione e la rettorica e Essere e Tempo porta l’autore a rintracciare una corrispondenza filosofica difficilmente negabile. Ma il libro di Vašek non si esaurisce in questo confronto, il quale sembra ad un certo punto essere solo il trampolino di lancio per approfondire la concezione dell’individuo assoluto, superiore, che l’autore rintraccia come filo conduttore delle due opere. Così Essere e Tempo si rivela nient’altro che una tappa di un percorso che mira verso orizzonti molto più elevati, quelli che approdano ad un tipo di trascendenza diversa da quella dell’Idealismo e del Cristianesimo.

Il contenuto filosofico

Nella condizione ontologica dell’angoscia l’uomo finalmente vede le cose per quello che sono a prescindere da un umano sguardo esterno come il proprio, cioè come nullità. Tale è il primo passo per iniziare a costruire il mondo a partire da sé stessi, e non esistere nella maniera del lasciarsi formare dalla significatività delle cose del mondo in cui siamo immersi. La celebre «differenza ontologica» sarebbe nient’altro che la differenza tra l’«ente» in quanto strumento utilizzabile del mondo a cui noi assoggettiamo il nostro essere, e l’«essere» in quanto comprensione di ciò che questo ente è davvero a partire da noi stessi, cioè dal nostro essere libero dai vincoli di significatività dell’ente stesso. 

Diventa chiaro perché il pensiero di Heidegger produca libertà. L’uomo non solo è libero perché il proprio sé non è mai dato a lui stesso, ma lo crea e lo produce vivendo, ma anche perché è rimesso a una scelta originaria che lui solo può prendere di volta in volta: essere sé stesso oppure perdersi nelle cose del mondo di cui si prende cura e lasciare che esse lo determinino in quanto «cosa tra cose».  La questione centrale di Essere e Tempo è dunque di natura esistenziale, la capacità del singolo individuo di decidersi per sé stesso o per rinunciare a sé stesso e farsi determinare dagli altri e dalle cose nella «medietà» del mondo pubblico. Basta richiamare la definizione di libertà che Heidegger formula nel corso su Friedrich Schelling del ’36 per capire cosa sia il sé autentico e per valutare l’interpretazione di Vašek: «Libertà è obbedire alla legge della propria essenza». L’affermazione di Michelstaedter secondo cui il mondo non è dato, ma creato dall’uomo da sé stesso, assimilabile al mondo come «esistenziale» di Essere e Tempo e all’uomo come Weltbildend, era già stata espressa da Nietzsche (Così parlò Zarathustra II, Nelle isole beate) e, mentre su Michelstaedter ci sono dubbi, Nietzsche è stato sicuramente letto da Heidegger. 

Leggi anche:
Nietzsche: una coscienza critica della vita occidentale

Non si parla di plagio

Lo scopo della sua ricerca teoretica ed esegetica è, come Vašek ripete numerose volte, mostrare che «Heidegger e Michelstaedter dicono essenzialmente la stessa cosa». La parte finale del libro contiene un allegato in cui l’autore articola il metodo dell’analisi comparativa che svolge e correda i suoi risultati con una tabella esplicativa in cui sono riportate tutte le corrispondenze filosofiche per termini, che ha dell’impressionante. Così riassume Vašek

Le figure di pensiero centrali de La persuasione e la rettorica si trovano anche in Essere e Tempo; analogamente la maggior parte delle centrali figure di pensiero di Essere e Tempo si trovano ne La persuasione e la rettorica. Se l’analisi comparativa è corretta, allora praticamente l’intera struttura di fondo di Essere e Tempo è già presente nell’opera di Michelstaedter. Tuttavia il vocabolario di Essere e Tempo è notevolmente più ampio […] in caso di somiglianze non si può escludere con assoluta certezza che l’autore precedente abbia anticipato i pensieri centrali del successivo o che l’autore successivo sia giunto alle stesse idee in modo contingente.

p. 295

Vašek resta completamente neutrale circa un’influenza reale e certa di Michelstaedter su Heidegger, semplicemente perché non ha prove da addurre per una affermazione del genere, che vadano oltre le analogie filosofiche tra i due testi, le quali, ad ogni modo, risultano talmente prossime da non lasciare adito a dubbi sul fatto che i due autori vogliano dirci la stessa cosa sull’essere dell’uomo. Tuttavia l’autore non sembra dare molto peso al fatto che Heidegger abbia coniato un lessico completamente personale e radicalmente unico e nuovo, qualcosa, cioè, che non ha niente di semplicemente «contingente». Fino a prova contraria, resta corretto pensare che il contenuto filosofico di Essere e Tempo sia frutto della mente di Heidegger e del suo modo di osservare la realtà. 

L’inchiesta di Vašek non solo non ha la forza di dimostrare un “plagio” di Michelestadter da parte di Heidegger (mai neppure nominato nel testo) ma semmai ha la capacità di ribadire la forza e l’importanza pratica della filosofia di Essere e Tempo, che siamo ancora ben lungi da aver assorbito.

Un dizionario di sinonimi

In altre parole, il libro è un tentativo ermeneutico ulteriore per meglio comprendere la filosofia che Heidegger ci ha lasciato in eredità, la quale non deve essere scartata con un gesto superficiale, ma raccolta e pensata ancora più a fondo. Bisogna, infatti, finirla con l’idea che Heidegger fu un abile “ladro” solo perché conosceva perfettamente la storia della filosofia.

Attraverso uno studio ermeneutico-comparativo serrato e uno stile letterario fitto di raffronti svolti mediante continue citazioni, Vašek giunge a dimostrare che mentre la ripetuta influenza esercitata da Kierkegaard su Essere e Tempo coincide solo con l’impiego di un lessico simile, con l’opera di Michelstaeder si assiste, invece, a una identità della concezione filosofica stessa nella sua interezza, del tema, degli argomenti addotti e dei concetti espressi. Così, il lessico di Michelstaedter viene messo a confronto con quello di Heidegger, individuando delle corrispondenze molto ben argomentate, al punto che su questo versante lo studio dell’autore appare come un dizionario di sinonimi filosofici. Ciò che spiega l’identità della «intera concezione filosofica» dei due autori è il nesso tra persuasione e autenticità e rettorica e inautenticità i quali esprimono «il contrasto tra due possibili modi di essere».

Di conseguenza una, e la stessa, appare la finalità delle due opere, ovvero liberare l’individuo dall’esistenza illusoria in cui è immerso, renderlo sé stesso, con tutto il dolore che ciò comporta, per giungere al culmine dell’esistenza che coincide con la «decisione» la quale non viene determinata, ma solo aperta dal «manuale esistenziale» che è la filosofia di questi due testi. Preferire la libertà alla schiavitù, la verità del proprio sé alla falsità del Si, la lucidità all’illusione su sé stessi.

Il fatto che i due filosofi prospettano la medesima condizione esistenziale dell’uomo, impiegando a volte le stesse espressioni, ha condotto l’autore a formulare un sottotitolo provocatorio, Auf den Spuren einer Enteignung, spregiudicato, chiaro, e al di sopra della forza argomentativa dell’inchiesta: 

Questo libro non fornisce risposte chiare. Solleva domande che hanno a che fare con la genesi del testo, con l’affinità spirituale, con l’originalità filosofica. L’affinità tra Heidegger e Michelstaedter è un enigma filosofico

p. 12

Le parole sembrano non contare tanto quanto il significato concettuale che esprimono e la teoria antropo-filosofica che trasmettono. Il senso delle parole è l’uso che i due pensatori ne fanno nelle asserzioni filosofiche. Mentre quelle di Heidegger solo un orecchio esperto le può decifrare e assorbire il significato decisivo per la vita, quelle di Michelstadter hanno una tonalità poetica e dunque di immediato impatto sul lettore.

Vašek contorna il proprio lavoro di incursioni che ambiscono a rintracciare affinità filosofiche anche con altri pensatori: Schopenhauer, Nietzsche, Martin Buber, Julius Evola, Franz Rosenzweig e Oskar Ewald. Sembra voler trovare un nucleo teorico ben preciso attraverso tracce filosofiche di pensatori diversi per mostrare come, sull’essere umano, giungano tutti alla medesima conclusione. 

Leggi anche:
La vita e il filosofo. Riflessioni sulla verità come incorporazione etica

È interessante notare che, mentre su Kierkegaard e Sartre è stato Heidegger stesso ad argomentare le differenze tra i due filosofi e il suo pensiero, su Michelstadter ha taciuto del tutto. L’inchiesta filosofica ha procurato il risultato non di trovare un dato innegabile che possa dimostrare che Heidegger negli anni di Essere e Tempo abbia letto l’opera del filosofo di Gorizia, ma di aprire un dibattito in merito, dal quale seguano altre ricerche. In questo senso l’opera di Vašek unisce una straordinaria penetrazione esegetica e teoretica delle opere dei due filosofi ad un lavoro di ricerca di fonti e documenti che tenta di gettare nuova luce sulle filiazioni intellettuali dei primi anni del ‘900 tra Italia e Germania.

Da ciò si trae una ulteriore conferma dello Zeitgeist filosofico di quel periodo, ovvero l’esigenza di trovare una cura alla malattia della nuova natura umana e sociale nella fondazione di un individualismo anticonformistico che sappia far ritrovare un rapporto autentico con la realtà: non lasciarsi determinare dalle cose in modo operativo-passivo rinunciando ad essere sé stessi, ma creare il proprio sé e il proprio mondo a dispetto dell’omologazione che vuole ridurre la vita a bisogni e scopi che obbediscono alle regole imposte dai nuovi oggetti della modernità. La prova ultima e definitiva che Heidegger abbia letto il testo di Michelstaedter resta ancora ignota, cioè da un punto di vista documentario il libro di Vašek non ha niente da offrire, se non la supposizione (a dire il vero un po’ vaga) per cui il libro del filosofo di Gorizia sarebbe giunto nelle mani del “pastore dell’Essere” dal suo maestro Edmund Husserl, che lo avrebbe ricevuto niente di meno che da Albert Einstein (p. 21). 

Conclusione

In conclusione si può dire che il risultato più importante del lavoro di Thomas Vašek è la chiarificazione esegetica di Essere e Tempo e aver ricostruito in una certa luce i riferimenti, nonché i legami filosofici, tra certi noti pensatori. Lo stile dell’opera è alquanto anomalo e non sistematico, non si tratta di un saggio monografico. L’iper-citazionismo e l’impegno continuo profuso nel rilevare relazioni e affinità comparando costantemente fa del libro il risultato di una attività esegetico-teoretica febbrile e a tratti caotica, ma non per questo non priva di interesse. Il testo, trasudante di contenuti e pieno di ispirazioni, risulta nel complesso, proprio per questa sua densità, un libro che non si lascia leggere facilmente, ma che, crediamo fermamente, sappia ripagare a pieno la fatica del lettore – virtù, quest’ultima, propria ai lavori importanti.

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Se ti piace quello che facciamo, puoi sostenerci iscrivendoti al FR Club o con una donazione.

Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram, e iscriviti alla nostra newsletter!

Lorenzo Pampanini

Classe 1994. Laureato in Scienze Filosofiche all'Università La Sapienza di Roma.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.