Una breve riflessione e tre saggi sul razzismo

Ci hanno provato in molti a cambiare il mondo imbracciando quelle che si chiamano, assai infelicemente, le armi della cultura. Ci hanno provato ma senza riuscirci o, per lo più con scarso successo, dovuto alla ragione, semplice, che la cultura, presa in se stessa, non è né buona né cattiva – ma buona o cattiva diventa a seconda dell’uso che se ne fa. E questo perché, fondamentalmente, le cose, i libri, non parlano, ma siamo noi a dar loro la voce, commisurandoli alle nostre preferenze. L’utopia di una folla di lettori che facendosi i calli su Gramsci (o su chiunque altro voi vogliate) si prepari a costruire un Mondo Migliore, più libero, più democratico, più critico, è, senz’ombra di dubbio, un luogo del pensiero, un’ideale inesistente. Grandi intellettuali hanno difeso la causa del razzismo e della violenza di razza, anche loro avevano letto molti libri. Questa breve lista di letture, da fare ora o mai più, porta con sé la disillusa certezza (che conserva un briciolo di speranza) che proporre letture serva a poco, perché chi leggerà certo non vorrà convincersi del contrario di ciò che pensa, e se pensa che il razzismo valga la pena di esser difeso, allora non leggerà.  Bisogna più di ogni altra cosa prodursi in una riforma generale del modo di pensare, bisogna sovvertire gli schemi culturali che ci guidano, bisogna che la disciplina provenga da noi stessi, instaurando un circolo virtuoso che possa trasformaci in donne e uomini liberi, ma, soprattutto, uguali, senza retorica né ideologismi. Astratto, si dirà. Eppure ciò che davvero potrebbe cambiare le cose è più semplice di quanto si pensi, più semplice di studiare un saggio sul razzismo – a patto che si abbia il coraggio di assumersene la responsabilità. Chi ci dirà cosa dobbiamo fare? qualcuno può domandare. Ma non è, ancora una volta, sempre la solita questione? Questione alla quale, in fondo, le risposte sono già state date, sin dall’alba della civiltà. Trovare il coraggio di chiederci chi vogliamo essere, se umani o no – questo è ciò che oggi, urgentemente, ci domanda il nostro futuro. I libri “contro” qualcosa sono inutili se prima di tutto non decidiamo che uso farne.

Frantz Fanon, «I dannati della terra»

Un capolavoro. Psichiatra, Frantz Fanon nasce nel 1925 nella Martinica francese da una famiglia di discendenza africana. Lavora sul campo durante la Guerra d’Algeria, osserva, vede, raccoglie materiali. Poi scrive questo libro nel quale mostra, era la prima volta che lo si faceva, tutta la violenza del colonialismo occidentale, basandosi su una vasta serie di dati empirici (il refrain, terribile, è sempre lo stesso: bianchi che, direttamente o indirettamente, fanno violenza ai neri, cose alle quali, purtroppo, la storia ci ha abituati). Il libro è intriso di violenza, la violenza del colonialismo da ideologica si fa mentale, ovvero fisica, e che Fanon, psichiatra, diagnostica benissimo. La morte dell’umanesimo europeo e la luce del terzomondismo sono teorizzate in queste pagine. La prefazione, capolavoro nel capolavoro, è di Jean-Paul Sartre.

Di Fanon un altro libro molto importante è Pelle nera, maschere bianche. Per chi legge in francese, sul tema c’è anche La paix blanche di Jaulin Robert.

Stuart Hall, «Cultura, razza, potere»

Stuart Hall, sociologo giamaicano formatosi ad Oxford, è praticamente sconosciuto. A Filosofia non lo si nomina. Qualche raro professore ne parla nei corsi di Scienze Politiche, ma niente di più. Eppure ha scritto testi di rilevanza cruciale, paragonabili per spessore alle vette francofortesi, e intouchables, della Teoria Critica. La raccolta Cultura, razza, potere, messa insieme dall’editore ombrecorte è un buon strumento per avvicinarsi alla lettura di questo grande sociologo. Teorico di stampo post-marxiano, acuto lettore di Gramsci, gli studi di Hall si sono concentrati sulla decostruzione dell’ideologia dell’egemonia coloniale attraverso l’analisi linguistica. Le sue analisi sulla decodificazione delle tracce razziste nella retorica mediatica sono state un punto di non ritorno per lo sviluppo dei cultural studies.

Da una prospettiva più filosofica, ma che conserva pur sempre un taglio sociologico, ci sono i saggi di Alberto Burgio, come, ad esempio, Il razzismo.

Claude Lévi-Strauss, «Razza e storia – Razza e cultura»

Claude Lévi-Strauss è stato il più importante antropologo francese del ‘900, se non della storia intera. Tenne una conferenza nel ’49 su richiesta dell’Unesco proprio sulla questione del razzismo alla quale, nell’edizione qui proposta da Einaudi che segue quella francese, venne aggiunto un secondo intervento, Razza e cultura, che amplia ed corregge il primo. La razza non esiste, secondo Lévi-Strauss; è la storia a crearla. Quello di Lévi-Strauss, tuttavia, non è un punto di vista pacifico, che si limita a smontare l’etnocentrismo (ossia: Noi, europei (bianchi, maschi, borghesi) siamo l’Uomo – gli altri ne sono surrogati o copie riuscite male. Ergo europeizziamoli); l’etnocentrismo europeo, con le sue derive razziste, secondo Lévi-Strauss è stato all’origine del nazismo e di ciò che poi ne è conseguito. Ma mostra anche la necessità di rivendicare le differenze fra culture. In che misura è possibile conciliare questa doppia pretesa, diciamo, relativistica (siamo tanti, siamo diversi) e universalistica (esistono dei diritti comuni?).

Un’alternativa a questa breve raccolta di saggi è anche il più prosaico Siamo tutti cannibali, sempre di Lévi-Strauss, dove l’antropologo francese mostra che, lungi dal deprecare le differenze che ci dividono, dovremmo imparare a guardare le somiglianze tra culture, più concrete di quanto non sembri.


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Giovanni Fava
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