Il calcio e l’omosessualità: un amore (ancora) impossibile?

Articolo della newsletter n. 53 - Settembre 2025
Start

Il calcio è da sempre una lingua universale, una palla in mezzo a una piazza che fa giocare insieme sconosciuti, cancella le differenze di età, lingua, provenienza. È un rito, appartenenza, un momento di condivisione che non riempie solo gli stadi ma i cuori. Eppure, dentro questa celebrazione globale, c’è un silenzio assordante. Perché nel mondo del pallone, le voci LGBTQ+ restano spesso nascoste, soffocate da pregiudizi e stereotipi che sembrano resistere a ogni progresso.

Uno sport che abbatte frontiere tra popoli, che si proclama inclusivo rispetto a culture e nazionalità ma che non riesce a varcare la soglia della libertà individuale. In campo non contano solo i gol e le prestazioni, pesa ancora la paura del giudizio, degli insulti e delle carriere spezzate. 

Il tabù nel calcio maschile

Se pensiamo al calcio maschile per esempio, il tabù è ancora fortissimo, i calciatori dichiaratamente gay sono pochissimi, e quasi sempre scelgono di parlarne solo a carriera finita. Perché? Perché lo spogliatoio rimane un luogo dominato dall’idea di “mascolinità tossica”: forza, virilità, aggressività. In questo immaginario, dichiararsi gay significa rischiare di essere percepiti come “meno uomini”, tradendo quell’ideale stereotipato che il calcio continua a proteggere.

Gli ostacoli non sono solo dentro lo spogliatoio. Dagli spalti arrivano cori omofobi, i media trasformano la vita privata in un caso nazionale, come con il caso di Jakub Jankto nel 2023. Le conseguenze sull’immagine possono essere devastanti e così il silenzio diventa un’imposizione, un “meglio non dirlo” che circola tra colleghi, dirigenti e persino famiglie. Una forzatura, che pesa come una censura.

Un diverso specchio nel calcio femminile

Nel calcio femminile, il quadro quasi si ribalta. Qui, molte calciatrici hanno fatto coming out con maggiore naturalezza, e ai Mondiali femminili non sono mancate storie d’amore raccontate con orgoglio. Ma questa apertura, spesso elogiata, nasconde un altro stereotipo radicato: l’idea che “calcio femminile = calcio lesbico”.

Se nel maschile il problema è l’assenza di rappresentazione, nel femminile la rappresentazione rischia di essere caricaturale, ridotta a cliché. Le atlete queer vengono tollerate finché confermano l’immagine che molti si aspettano, mentre le calciatrici eterosessuali si trovano a dover “giustificare” continuamente la loro identità. Così, anche in questo contesto, la libertà non è totale: la visibilità c’è, ma rimane imprigionata dentro etichette e semplificazioni.

Rappresentazione negata e distorta

In entrambi i casi quindi, mancanza di rappresentazione e cliché pesano sui piatti di una bilancia che fatica ancora a trovare un equilibrio. Nel calcio maschile, l’assenza quasi totale di calciatori queer priva milioni di bambini e ragazzi di un modello a cui ispirarsi. Nel femminile, la sovra rappresentazione stereotipata crea un’immagine parziale, che non restituisce la pluralità delle esperienze e delle identità.

Il calcio ha un potere culturale immenso: i suoi campioni e le sue campionesse diventano icone globali, simboli di ciò che si può sognare di diventare. Ma se sei LGBTQ+, questo specchio rischia di non riflettere ma di deformare.

La partita è ancora aperta

Il calcio deve cambiare, non solo per essere giusto, ma per non restare indietro rispetto a una società che già si muove verso maggiore inclusività. Immaginiamo cosa significherebbe per un bambino o una bambina vedere un campione o una campionessa dichiararsi senza paura, e riconoscersi in quella storia. Immaginiamo stadi che non urlano insulti ma cori di sostegno. Immaginiamo club che non si nascondono dietro al marketing, ma che si assumono la responsabilità di educare e proteggere.

Allora sì, il calcio potrebbe diventare davvero un linguaggio universale, capace di includere tutte le voci. Perché se esclude, non è universale: è un muro.

La partita per la piena inclusione è ancora lunga, e riguarda tutti: atleti, club, tifosi, media. Perché il calcio, come tutte le grandi passioni, è un gioco collettivo e se vogliamo davvero che sia di tutti, dobbiamo fare in modo che nessuno resti in panchina.


Illustrazione di Marco Brescianini

Questo articolo fa parte della newsletter n. 53 – settembre 2025 di Frammenti Rivista, riservata agli abbonati al FR Club. Leggi gli altri articoli di questo numero:

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram, e iscriviti alla nostra newsletter!

Caterina De Rosa

Classe 1996, copywriter e linguista, nata a Milano ora vive e lavora in Spagna ma non perde occasione di viaggiare altrove. Entusiasta di natura, crede nel potere delle parole, nei dettagli che fanno la differenza e nelle connessioni autentiche.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche

David Bowie

La musica ha un grande debito con David Bowie

Saranno stati i suoi alter-ego intergalattici a metà tra il…

Standing by the wall: David Bowie e Berlino

Nel secondo dopoguerra Berlino era un’anomalia, divisa in quattro settori…